Alma incantatrice

Tratto da EduEDA
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Il mio cuore innanzi geme, sorge una stella nel tramonto.

Alma serafica sorgente pura del mio spirito, dentro me sospiri e candidamente scosti l’aria, che movimento puro, che disincanto sospeso, che pensiero disilluso amor mio, la vita non ci dona la candida rosa, la scorgiamo solo da lontano come emblema del nostro cuore.

Il sapore del vento.

E ticchettio mio dove sei? Amore livido e seducente, dove sei mia attrice, lunare effige plastica, ciondolo siriano al collo, mio speciale barlume lieve, tu dispetto buffo, paonazza e bronzina gioia, goccia vespertina, acrilico scardinato ma possentemente intriso, musica dolce nelle vene, sole notturno e gelido, melodia stampata indelebile sul vetro.

Sorge una stella nel tramonto, ti amo credo e te lo dico senza perifrasi, tanto è come staccare un fiore ed annusarlo, lo sai che preferisco contemplarlo e immaginarne l’odore, ma stasera sento un tepore che dai polsi mi invade la schiena, scende a perpendicolo e mi scuote il capo, ti prego, vieni qui con me, sogniamo insieme nella radura, so che ci sei, so che verrai, se sei mancata a tante albe non potrai dimenticarti di me proprio ora che riscende la notte, sì so che verrai, sarai qui appoggiata alla mia nuca, noi di spalle gli un gl’altri a guardare il cielo e poi chiudendo gli occhi a raccogliere l’attimo profondamente, trattenerlo e non perderlo più, per sempre insieme. Per sempre!

Sorge una stella nell’aurora, senza di te la rimiro e penso, dove sei ora ormai non lo so, né che fai, tempio d’Egitto e principessa della progenie arcadica saggia e caprina!

Sorge una stella a metà notte, vago in speranze lontane con te distante, mi volto e piango, tu non ci sei, sono assordato da questo silenzio!

Sorge una stella non so dove ed alzo le mani, saluto e scanso le foglie caduche , ti attendo e mi asciugo gli occhi.

Tu intanto presente e apparente, guerriera prima, amazzone, eco lontano rimbomba tra le stalagmiti, odore di fumo e tamerici.

Nostra dama sull’orchestra, oscura e funesta l’attesa dei tuoi occhi, solo per rimirarli, pragmatizzare nella realtà fuggevole ed avversa il mio eterno sogno tutto nuovo e dipinto.

La gabbia dei sinceri addii che tristi rotano lì intorno, la fiamma dei cabalistici ulivi. Follia e Dionisio, vivi nelle vene e nella scure, amore bazzicante.

Sento la forza arcana, la potenza ancestrale, la violetta scismatica ragazza. E poi l’incanto dei pensieri, scuri dal sapore lieve.

Vocetta, dici a tua volta, il maestrale nostrano non è la furia scandinava dei tuoi servili temporali, succubi domani deleteri.

Sei stupenda scandita dalle percussioni, sbellicata dagli archi e dai mesti sultani che si inchinano e che fremono al tuo giacere assisa in firmamento.

Io sono qua, l’alba dell’età, l’anima del sagrato, l’ombra del segreto. E non ho le seducenti mani a tempo sul ripiano, sgomito nell’altopiano, banalizzo i sentori dell’incauto oltraggio.

Sei di sbieco senza fiato, sei svilita e xilofonata, spiega e metti in piega, subisci pure gli odori.

Sento un po’ la pioggia e non ho quel gomito carnale, quell’archibugio astrale, quel rimpianto sconfitto, quel petto trafitto.

Lezioso piatto imbandito non è eclissi il sole nero, l’atomo ultimo del vero.

Ti ricordi ancora, ho lacrime d’assenzio, germoglia lo smeraldo, travalico i monti, ti guardo negli occhi, la mia testa sul tuo pallido petto, rosa ebenacea sul mento e cuore in fermento.

Oh godo alla vista della luna, oh godi al verbo incarnato, trasfigurata effige catara, provenzale sonata, tubinghese teologia, atavica pazzia, orda indoeuropea stanziale, vitello d’oro, taurino messaggio, belante miraggio, allucinato istante bendato. tu, specchio, valvola trascendente, tasto d’avorio, scala in si minore, giro ossessivo, armonica compulsione strumentale e la testa sotto il cuscino.

Tu, tu già lo sai, sulla sponda del molo sfoglierai la luna, oh frastuono di miele, oh onda spumeggiante e lastrico di schiena bianca, tondo violetto, clavicembalo alato.

Starei con te guancia a guancia a fissare impietriti il mistero, e arriva il do, ho voglia delle tue labbra, mentre sussurri nel mio rimpianto onirico. Oh, i tuoi capelli sul mio petto!

E non hai l’ortica istigatrice sul ventre, continui.

Sarà il nostro segreto l’aurora, vaneggi mentre protendi il tuo dito serrante sulle mie labbra.

L’albero esplode, è ciò che mi preme divorare la sapienza del bene e del male,

la contemplo e non oso per pudore e folle bramo ancora

vigore nei giardini, 

sono tuoi gli altarini miei e tu altera sogno mio sogno mio impossibile e tu tanto vera, tanto carina, tanto profonda, tanto carnale, tanto a portata di mano, tanto dolce, tanto splendida, stella del tramonto, luce dell’aurora, sussurro dell’eterno.

Ascendo tra le foglie, sono superba, strafai.

Astri estrosi incrociano i nostri sguardi mentre li orchestriamo, accordiamo le falle, nessuno può fermare il nostro palpito furioso, mai, la tua veste candida verde sotto assedio giglio, mistero di vetro è questo, cristalli condensati nel tempo e rimessi al vento, rimessi al senso, assi e travi urbane a sostegno dei giorni, paonazza sei, ragazza, affronta i ridenti, angosciosi fermenti, lividi inospitali sul polso violato, docile riporto, matematico sfregio naturale, vasta alleanza sui binari dalla fiamma antica.

Bacchetti la corda con forza tra le nubi, vai mia piccina instancabile, continua a suonare, le carte le puoi giocare tranquilla, sono paziente, squarcia il velo orientale dell’illusione, e sorgi luna in luogo del sole, ridona la potenza alle selve, riaddenta la mela, volgi lo sguardo alla luce, alla ortensia alla viola ricordo, un lieve sentore sobbalzerà in te, serva e padrona d’assoluto, maestra e scolaretta, demone angelico.

Astri estrosi ruotano intorno mentre scriviamo, il piano stonato, la vita nostra sintomatica svilisce il potere superbo, sorge per sempre il bagliore pallido, nell’abbraccio possente fondiamo e creiamo staticamente la sostanza.

E di notte lontana tu, tutto finisce, tutto inizia.

Avessi fiato parlerei di te, avessi voce, abilità, scrittura, parlerei di te, avessi senno scriverei di te, l’intelletto mio sulla luna e rabbia cieca nell’impotenza della realtà avversa.

Magari in barca parlerei solfeggiando il golfo costeggiato ed ingolfato veicolo stellare, la sabbia che sporcò la stiva, vestigio umano del ricordo, padroneggi con rispetto il mio timone alla deriva naufrago, nocetta buffa, vocetta candida e serpentina cassi le mie casse con rinvio, formale l’errore illogico il dolore, manifesto marxista infondato.

Accendi la siga e tiri sorridendo, il tuo fumo appanna i miei occhi portali, in sogno portuali appigli sepolti e sepolcri, spogli nichilisti da canarini che tu sai, sbottoni la camicia in trance, meditazione ondulata, e già!

Dagli un nome a ogni creatura, va be’ questo proprio no, il suono fonetico deriva dall’onomatopea, fumetto primordiale e astrale, studi la parola e allora perché babeli ancora?

Il gruppo clanico cambia forma non sostanza né apparenza, vedi l’allitterazione tra suono naturale e pronuncia umana vocale, costante consonante, impronunciabile e sonante, il nome di dio lo puoi intuire, e la disfatta mia evidente.

Un altro paio di tiri perché me ne lascerai due, già lo so, mi offendo così però, contrasti la trinità, la verità non è duale o manichea, ma unica perché il dispari alla lunga fa unità, l’infinito è un otto capovolto (direi tosto disteso e sognante), pari ma impari dunque impuro, cadi in contraddizione, accendiamo un bel falò e ammettiamo l’inesistenza del pari allora. Piangi ma che fai?, ti disperi, in realtà mi accorgo fingi e poni il piede sinistro in avanti il destro ben saldo e dai fiato al fumo: esiste tutto quanto, il pari in realtà è disparico in disparte quindi dispari se si completa, dunque il pari è parte del dispari risultante e di conseguenza l’infinito finito incompleto. Ohibò! Quotidiana, essere divino e tanto quotidiano e familiare, seppur lontano,

lontano evanescente dolore spento rosa dischiusa in silenzio, dolce effusione mentre fissi la tela.

Vorrei scrivere effluvi, vorrei partecipare al simposio tracimando lo spirito.

Sognami. Sognami.

Sognami.

Quel canto elevato mi scuote.

Granelli tanti quanto i giorni in giovinezza.

I segni del tempo sul volto cedono alla potenza del bello.

Le palpebre sbattono al vento, portoni di cortine incartocciate, sbadate e sincere mentre studio i tuoi sguardi di sbieco, tu assisa sul bordo della fonte centrale.

Ragazza guardami ancora, sono nel punto genealogico delle realtà oniriche, ditirambica, filippica, estrosa e sofista.

Tu, prediletta dai numi, il mio fiato è per te, io frollerei solo per un tuo fugace accenno, uniti, indelebili, te lo ridico, sei la voce che da corpo ai miei pensieri, la tua essenza mi guida solingo con verga e lanterna, ed io non posso tradirti o abbandonarti, non voglio.

Sussurri come brezza d’inverno, la tua voce non copre il gemito, ecco il mio cuore! La mia anima! Il mio spirito! Il mio corpo!

Materializzati allora dolce eterea, la tua voce intensifica il suono, diviene strumento essa stessa, e allora destreggi purità e sorridi.

L’incubo mio si raddolcisce in un istante, l’eremo tra la vivida vegetazione, l’ermo domani.

Imbellito il vascello dei pensieri, l’ultimo eco è risuonato, dardi di fuoco in campi di spine, non diamo spazio abbastanza all’incanto del dominio senza armi e armature, con egide dagli occhi gorgonici, nemici atterriti, la spada del verbo, la ruota dentata con te minacciata.

Vai senza aspirare, fuma tossendo, precludi un assedio, tranquilla, l’aurora è vicina, già vedo venere e luce dell’angelo ribelle, già vedo il fuoco e la maledizione, il grifone che rode la bile, incessante il dolore, ciclico il riapparire con fasti dionisiaci, con mandrie gelate, o dissi offuscate, il frutto e la conoscenza, cioè consapevolezza e libera scelta.

Poi il brivido dorsale, certo ci vuole, e ti affanni a rinsavire, vorresti trovar la formuletta anche per questa sconfitta benedetta, (e sto parlando di me, ricorda, mia simbolica alma concreta riflessa)

allora tu ti alzi austera, aspetti i canti di gloria, le sonate del furore popolare, dell’arca trainata, tale sembra il tuo perverso sortire.

E mugugni trasognando nel vuoto della stanza, la radio a mille, a mille il cuore, lo tracci un sorriso, cominci ad inveire, a spegnere il verdetto di fuoco coll’umore del corpo, ti arresti improvvisa, la pelle che freme, la luce che accenna, spegni la lampada, scaldi le gambe col fiato, slanciata in avanti coi muscoli tesi, gli occhietti furbetti, la piazza in fermento, l’odore di polvere e vento.