Il padrino dell'arte e della tecnologia

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IL PADRINO DELL’ARTE E DELLA TECNOLOGIA INTERVISTA A BILLY KLUVER DI GARNET HERTZ – www.conceptlab.com 19 aprile 1995


Come un’era che cambia rapidamente, il 20° secolo è testimone di numerosi incontri tra tecnologia ed arte. L’età della meccanica ha introdotto molte nuove alternative ai materiali e concetti di fare arte. Comunque, la storia dell’ arte e tecnologia ha avuto una significativa svolta negli anni 60. Con il crescente divario tra questi due campi, molti artisti videro la possibilità di farli convergere in armonia. Così’ nacque E.A.T. nel 1966. E.A.T., come fu chiamato il gruppo, esisteva per collegare artisti ed ingegneri in progetti collaborativi. L’apparente incolmabile gap tra ingegneria ed arte fu superato esplicitamente per la prima volta. In testa a questo movimento vi era l’ing. elettronico Kluver, che era coinvolto allo stesso modo comunque anche sulla scena dell’arte contemporanea. Per capire lo scenario storico di E.A.T. ed il movimento di arte e tecnologia, ho rintracciato Kluver a New York.. E’ ancora direttore di E.A.T. dopo trent’anni, e lui ha condiviso con me i suoi ricordi, pensieri ed obiettivi.

DOMANDA: quali erano alcune delle idee originali iniziali e gli obiettivi nella costituzione di E.A.T.? RISPOSTA: L’obiettivo all’inizio era fornire nuovi materiali agli artisti sotto forma di tecnologia. Un cambiamento è accaduto, per la mia esperienza personale, con il lavoro nel 1969 con Tinguely per creare la macchina che si autodistruggeva nel giardino di MoMA (MUSEO OF MODERN ART). A quel tempo ho impiegato, o costretto, tanti dei miei colleghi della Bell a lavorare sul progetto. Quando ho visto quello che è stato realizzato, ho capito che gli ingegneri potevano aiutare gli artisti; proprio gli stessi ingegneri potevano anzi essere materiale per gli artisti. Dopo questo evento, sono stato chiamato da tanti artisti a New York, come Andy Warhol, Robert Rauchenberg, Jasper Johns – da tutti loro. Robert Withman and Rauschenberg fornirono l’idea che ci doveva essere collaborazione tra artisti ed ingegneri, dove entrambi potevano fornire lo stesso contributo. L’idea era che una collaborazione uno ad uno poteva produrre qualcosa che né l’uno né l’altro potevano prevedere di fare da soli. Questa fu la base dell’idea ed il sistema si sviluppò da lì.

Dovevamo creare molta propaganda perché negli anni 60 la differenza tra arte ed ingegneria era grande quanto il canyon. Noi capimmo che dovevamo reclutare ingegneri – era quello l’ostacolo da superare.

Questa situazione si è diffusa in un anno o due per tutti gli Stati Uniti In modo che quando un artista telefonava per dire: “…ho questo problema…�?, avevamo una persona nello staff che trovava un ingegnere per aiutare questo artista – e così era.

L’altra cosa che abbiamo fatto dall’inizio era organizzare progetti in grande scala. Il primo certamente fu “NINE EVENINGS�? nel 66, dal quale E.A.T. nacque. La novità principale in NINE EVENINGS fu la misura. C’era tutta New York.. Praticamente ogni artista in New York collaborò in questo progetto e circa 10.000 spettatori lo hanno visto. Da allora abbiano organizzato da 40 a 50 progetti, l’ultimo dei quali la scorsa estate nel nord-est della Groenlandia .

Ecco, queste sono le due funzioni di E.A.T., collegare e realizzare progetti.

DOMANDA: Ho una citazione qui:…�? Kluver ha visto tanti parallelismi tra arte contemporanea e scienza, entrambi i quali fondamentalmente si occupano di ricercare della vita…una visione del genio tecnologico americano reso umano e più saggio attraverso la percezione fantasiosa degli artisti…�? Questa frase descrive con precisione il tuo obiettivo? RISPOSTA Beh, potrebbe essere detto in modo migliore. Come lo vedo io è che gli artisti forniscono ai non artisti, gli ingegneri o chiunque, un certo numero di cose che i non artisti non possiedono. L’ingegnere espande la sua visione e si imbatte con problemi che non appartengono alla razionalità con cui lui tratta giornalmente. E l’ingegnere si impegna perché il problema diventa affascinante dal punto di vista tecnologico che nessuno mai avrebbe proposto.

Se l’ingegnere si fa coinvolgere con questa serie di questioni che l’artista gli propone, allora le attività degli ingegneri si avvicinano verso le attività umane…Ora, questa è filosofia, ma in pratica ha a che fare con la propria creazione.

DOMANDA: Dunque, la tecnologia è un mezzo trasparente che gli artisti dovrebbero essere capaci di utilizzare…non c’è un lato morale nella tecnologia? RISPOSTA? Beh, no. Gli artisti hanno formato, modellato la tecnologia. Essi hanno aiutato a rendere umana la tecnologia. Automaticamente lo faranno perché sono artisti. Questo per definizione. Se fanno qualcosa, automaticamente il risultato è umano. Non si può affermare che se l’arte è la forza ispiratrice in un contesto tecnologico, questo risulterà con un’idea distruttiva:Questo non è possibile. Ma quello che accade, naturalmente è che l’artista allarga la visione dell’ingegnere.

DOMANDA E quindi gli artisti possono dare una coscienza o un elemento umano alla tecnologia? RISPOSTA Sì, questo voglio dire,…ma stiamo andando oltre. Ci potrebbero essere altre consapevolezze che vengono fuori da altre fonti che non dall’arte. Penso che esista una enorme consapevolezza all’interno della tecnologia che non è stata ancora toccata.

DOMANDA Sembrava che l’intero movimento di arte e tecnologia negli ultimi anni 60 avesse perso una parte della forza iniziale negli anni 70, almeno è questa è l’impressione che danno i libri di arte postmoderna. RISPOSTA I libri sono orribili – una cosa molto divertente è che dicono di aver fatto cose che non sono state mai fatte.Ma - la questione dello slancio, già nella prima rivista dicemmo che se avessimo raggiunto il successo, saremmo scomparsi. Saremmo scomparsi perché non c’è veramente nessun meccanismo come E.A.T. che deve esistere in una società se raggiungiamo il successo. Sarebbe perfettamente naturale per un artista contattare un ingegnere da solo. Se fosse naturale, perché dovremmo essere coinvolti? Ed è questo che abbiamo dichiarato dall’inizio – e certamente è quello che è accaduto. Le università, le società di grafica del computer, associazioni di artisti ed organizzazioni come la tua, erano evoluzioni inevitabili La gente in New York voleva che noi entrassimo in città per allestire laboratori, con macchinari, ma noi costantemente rifiutammo.Non volevamo creare una istituzione. Sono molto felice che il punto di vita iniziale era così perché questo significa che noi esistiamo ancora oggi. Creare una istituzione in questo campo è pericoloso ed autodistruttivo. E’ solo questione di risolvere problemi e quello si può fare per sempre senza un’istituzione.

DOMANDA: E’ chiaro che chi critica E.A.T. ha interpretato come istituzionalizzazione – quando in realtà è proprio l’opposto RISPOSTA La cosa principale è che non abbiamo mai pensato ad una crescita così grande alla fine degli anni 60 – si doveva curare l’organizzazione – dunque c’era bisogno di uno staff. Tutti immediatamente hanno pensato: “..Oh signore, stanno facendo un sacco di soldi�?. In verità non puoi credere a tutti i debiti che avevamo. Salvai E.A.T. con la vendita di ogni opera d’arte che possedevo, non per guadagnare. Vendetti le cose che mi avrebbero reso milionario se le avessi conservate.

DOMANDA Come accoppi gli artisti con E.A.T.? RISPOSTA Quasi tutti quelli che ci chiamano, li aiutiamo. Non chiedo mai di vedere quadri e lavori degli artisti che ci chiamano e non chiedo niente su quello che fanno. Di solito la conversazione inizia con: “ …ho un problema…�?. Dopo di che di solito pongo tre domande standard: 1) – quanto è grande; 2) – quante persone vedranno il lavoro; – 3) – deve essere allestito dentro o fuori?. Se non c’è risposta a nessuna delle domande – come “..potrebbe essere grande quanto vuoi�? o “potrebbe essere messo dentro o fuori�?, sai che lui o lei non ha nessuna idea di che sta facendo. Non hanno preso in considerazione la realtà del progetto. Se puoi ridurre le cose alla realtà del problema, potrai di solito risolverlo in un paio di minuti. E’ fantastico quanto semplice sia la risposta. Mentre accoppio (ingegneri ed artisti) faccio chiamare sempre l’artista dall’ingegnere. All’inizio sono molto intimiditi. Il ruolo più importante di E.A.T. è quello di eliminare l’imbarazzo iniziale. Una volta che parlano ingegneri ed artisti – se esiste qualcosa – si realizzerà. Se non c’è niente, morirà in dieci secondi. E’ stato così per trent’anni.

DOMANDA Dunque non c’è una missione di E.A.T. per dominare il mondo dell’arte…. RISPOSTA Dominare?E’ stato già dominato. Per dire che la gente può parlare di questo senza essere terrificato. Questo è quello che sto dicendo dagli anni 60. Allora nessuno poteva credere che un artista poteva parlare con un ingegnere. Per esempio, conosci un gruppo chiamato S.R.L.? RISPOSTA Si, Survival Reserarch Laboratories con Mark Pauline . . . Noi parliamo di tanto in tanto. Li considero veri brillanti. Egli rappresenta la nuova generazione e capisce questo business di �?come fare le cose�?. E si tratta di quello – FINALIZZARE IL PROGETTO – quella è la chiave di tutto. Gli artisti spesso sono intimiditi da “ . . .oh, è un problema. . .�? – loro credono che uno spinotto è un nemico.

DOMANDA Dunque, cosa ne pensi se ti chiamassero “padrino della tecnologia ed arte�?? RISPOSTA Penso che probabilmente è vero. Comunque Tatlin per me è il vero padrino – l’artista costruttivista. Il gruppo abbracciò tecnologia, e l’abbracciò in senso artistico. Tante persone volevano che E.A.T. avesse trattato arte e scienze, ma insistetti su arte e tecnologia. Arte e scienza in realtà non hanno niente da fare insieme. Scienze è scienze ed arte è arte. Tecnologia è il materiale e la tangibilità. Comunque per quanto riguarda questo – altre persone dovrebbero essere d’accordo con te, ma penso che probabilmente è vero, che potrei essere il padrino di arte e tecnologia.

IL GRANDE BLACK-OUT DEL NORD EST – 1966

Bene, per iniziare, il titolo del mio discorso non sarà perfettamente correlato con quanto andrò a dire. Ciò che dirò, da un lato, è un nuovo modo di interazione tra scienza e tecnologia, e arte e vita dall’altro. Per usare un gergo scientifico di moda, tenterò di definire una nuova interfaccia tra queste due campi. La tecnologia è sempre stata strettamente legata allo sviluppo dell’arte. Per Aristotele, tecne significa allo stesso modo arte e tecnologia. Anche quando divennero materie distinte, comunque erano interdipendenti l’una dall’altra. Nuove scoperte tecnologiche furono adottate ed usate dagli artisti e sono tutte divenute familiari per noi con il contributo degli artisti alla tecnologia. L’artista contemporaneo legge con facilità le riviste tecniche. I nuovi materiali chimici anche se appena messi apunto, subito sono usati dagli artisti. Oggi l’artista ha la tendenza ad adottare nuovi materiali o nuovi processi industriali come la sua firma. Parliamo di artisti nel contesto del loro lavoro, di come lavorano, quali materiali usano. Sentiamo notizie sugli artisti che si sono anche feriti durante l’esecuzione del loro lavoro. In questo secolo artisti hanno abbracciato la tecnologia come materia: l’entusiasmo dei Futuristi, gli esperimenti del movimento Dada, l’ottimismo di Bauhaus, ed i Costruttivisti, hanno guardato tutti alla tecnologia e alla scienza, trovando materiale per gli artisti. Ma nonostante tutto questo interesse, l’arte rimane una visione passiva della tecnologia. L’arte ha solo riposto attenzione agli esiti di scienza e tecnologia. L’effetto della tecnologia sull’arte può apparentemente essere negativo: l’invenzione della macchina fotografica che aiutò la fine della pittura figurativa, ed ora noi siamo testimoni di come il computer sta per far terminare alcuni generi di musica e pittura non figurativa. La nuova interfaccia che definirò è una di quelle che l’artista utilizza attivamente, come la creatività e le competenze di un ingegnere per ottenere il suo scopo. L’artista non può realizzare le sue intenzioni senza l’aiuto di un ingegnere. L’artista incorpora il lavoro dell’ingegnere in un dipinto, scultura ovvero altra performance. Una caratteristica di questo genere di interazione è che generalmente risulta solo un singolo lavoro artistico. In altre parole, l’ingegnere non sta inventando solo un nuovo e speciale processo per l’utilizzo che serve all’artista. Egli non solo insegna una nuova abilità che l’artista può utilizzare per tirar fuori nuove variazioni estetiche. La tecnologia è ben consapevole della propria bellezza e non è necessario che l’artista la rielabori. Io dico che l’uso dell’ingegnere da parate dell’artista non solo è inevitabile, ma necessario.

Prima che tento di giustificare ciò in cui credo, che questa interfaccia esiste e perché l’interazione tra artisti ed ingegneri diventerà più forte, permettetemi di darvi alcuni esempi semplici che reputo significativi già esistenti. Sarò modesto e mi limiterò ad esempi che provengono dalla mia esperienza personale. Ma ne esistono altri.

Probabilmente avete sentito i lavoro di Jean Tinguely, la macchina autodistruggente, chiamata “Omaggio a New York�?, che piò o meno si autodistrusse il 17 marzo 1969 nel giardino scultura del Museo di Arte Moderna. Guardando indietro penso che il mio modesto contributo alla macchina era per visitare gli scarichi della spazzatura nel New Jersey, selezionare ruote di biciclette e porterle alla 53° strada (dove c’era il museo=) Comunque c’erano parecchie idee tecniche nascoste nella macchina di Tinguely che incidentalmente erano principalmente i contributi del mio assistente a quel tempo, Harnold Hodges.: C’erano otto circuiti elettrici nella macchina che si chiudevano successivamente mentre che la macchina andava verso il suo destino finale. I motori si accendevano, il fumo usciva, le macchine più piccole lasciavano la grande fuggire. Per far in modo che la struttura principale crollasse, Harnold aveva creato uno scema usando sezioni di sostegno di metallo di Wood che si scioglieva dal calore dei resistori surriscaldati. In un altro punto questo metodo era usato per accendere una candela. Contrariamente a quello che sento spesso, la macchina di Tinguely non aveva tanti collegamenti tecnici. Erano piuttosto i motori di Tinguely che lo fecero (crollare).

Un esempio migliore sono le due luci neon create per i due dipinti di Jasper Johns. In un caso la luce neon era la lettera A, nell’altro la lettera R. Quello che era nuovo da inventare era che Johns non voleva fili al dipinto. Aggiungere batterie da 1200 volt sarebbe stato pericoloso ed impraticabile. Abbiamo iniziato con batterie ricaricabili di 12 volts e creato un circuito multivibaratore che insieme ad un trasformatore, ci avrebbe dato i 1200 volts. L’allestimento tecnico, 400 dollari per tutto, fu montato dietro il quadro di John.

Il mio esempio finale è la grande scultura di Rauschenberg, “Oracle�? che era in mostra a New York l’anno scorso. Era il risultato di un lavoro svolto nel corso di tre anni durante i quali due sistemi tecnici completi furono finiti e gettati. Il sistema finale fu che il suono di cinque radio di frequenza AM potevano essere sentite da ognuna delle cinque sculture nel gruppo, ma ogni radio era controllata da una unità di controllo centrale, in ognuna delle sculture. Non ci sono fili tra le sculture e sono tutti liberi di movimento con le ruote.

Tutti questi esempi hanno una cosa in comune: sono ridicoli dal punto di vista dell’ingegneria. Perché qualcuno dovrebbe voler spendere 9000 dollari per avere il controllo di cinque radio AM simultaneamente in una stanza? Voglio enfatizzare il fatto che questi esempi contengono sistemi ingegneristici molto semplici e non dovrebbero essere considerati molto originali. Ma ognuno di questi progetti richiedeva un ingegnere o qualcuno con abilità tecniche per ottenere quello che voleva l’artista. Ed un altro punto importante è che l’artista non poteva essere certo dell’esito del lavoro (nel senso che il risultato finale non era solo nelle sue mani).

Rauschenberg ci ha insegnato che il dipinto è un oggetto tra altri oggetti, soggetto alle stesse influenze fisiche e psicologiche come altri oggetti. Durante un pezzo musicale di John Cage, siamo costretti ad accettare l’uguaglianza di tutti i suoni che ascoltiamo come parte della composizione. Nelle sue sceneggiature Claes Oldenburg permette che gli attori recitano se stessi anche se in quasi tutti i casi non sono consapevoli di questo. Egli scrive le sue sceneggiature con un tipo di persona particolare nella mente, permettendo alla specifica timidezza, al nervosismo, alla sensualità di questa persona di essere parte costitutiva della rappresentazione. La tradizione nell’arte può dunque non dire niente altro che gli elementi tecnici coinvolti nei lavori che ho descritto fanno parte di un lavoro tanto quanto fa parte dell’arte la pittura (come materiale, vernice) nel quadro.E’ impossibile trattare il suono come parte di “Oracle�? e non della radio. Jasper Johns ci ha sempre mostrato sempre il retro del quadro e mi dispiace che dovrà accettare il non proprio elegante retro anche di “Field Painting�? and “Zone�?.Ma se la le radio e gli amplificatori sono parte del lavoro – cosa possiamo dire dell’ingegnere che li crea? Allo stesso modo come Oldenburg lavora con le particolarità delle persone nei suoi avvenimenti, l’artista deve lavorare con le peculiarità e il modo estraneo delle operazioni dell’ingegnere. Alla base di questa osservazione, mi ritengo di essere un lavoratore artistico – oppure una parte integrale dei lavori artistici che ho appena descritto. Indubbiamente non suono il violino che interpreta e sente per il lavoro del suo maestro. Non conosco nulla dell’arte e degli artisti. Sono solo un ingegnere e come tale sono materia prima dell’artista (come la vernice per un quadro).

Ma come posso dichiarare che questa nuova interfaccia tra arte e tecnologia difatti esiste? E’ possibile che io volevo diventare un artista ed ho creato questo schema ingegnoso per un mio scopo personale? Non credo che dobbiamo guardare molto lontano: Sappiamo tutti come la tecnologia sia diventata parte delle nostre vite.Non riusciamo a vedere nessuna ragione perché non debba continuare così. Non c’è altra cultura che si oppone alla tecnologia occidentale. I paesi sottosviluppati prima lo vogliono, più presto possono avere le tecnologie. D’altro canto, noi ora abbiamo sistemi dove non conosciamo dove inizia la macchina e dove finisce l’essere umano. Sto pensando al programma spaziale che ha introdotto il nuovo e forse obiettivo inumano: il sistema deve andare avanti, non sono permesse defaillance, nessun errore od emozione personale può interferire con il successo del progetto. Il programma spaziale sta sviluppando un nuovo tipo di manager che responsabile di tutto.XXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXXX.Noi stiamo ora ricevendo il fallout da Cape Kennedy e possiamo aspettarci ancora dell’altro.

Il grande iniziatore di tutta questa ricerca dell’anima tecnologica è il computer. Faticosamente stiamo traducendo ogni aspetto della vita umana nel linguaggio dell’elaboratore. Infatti credo che il computer finirà per essere il più grande psicoanalista di tutti i tempi. Ora dove ci lascia tutto ciò? Gli ingegneri possono essere psicoanalisti ma non sono visionari. John Cage recentemente ha scritto un bellissimo articolo: “Come migliorare il mondo�?. Come fossi un cieco ingegnere, una delle sue osservazioni mi ha dato una scossa. Cage evidenzia che esiste un sistema di interazione tra esseri umani che lavorano senza ordine o struttura di potere. Infatti ci sono centinaia di accordi tra i paesi del mondo che funzionano perfettamente. In particolare le questioni tecnologiche sono trattate senza complicazioni. Sembra che la tecnologia coltiva l’accordo. E’ un’osservazione talmente semplice che ci spaventa come mai non l’abbiamo pensata prima. Credo che la scoperta di Cage giustifica pienamente la dichiarazione che la tecnologia troverà la soluzione di problemi come la distribuzione di cibo ed abitazioni. Non c’è altra condizione equilibrata se non dare cibo e case alla gente. Il suggerimento del movimento Dada, cibo gratis ed il suggerimento di Buckminister Fuller, case gratis per la gente del mondo, accadrà sicuramente. Ma le alternative che l’ingegnere può immaginare per il pieno uso della possibilità fantastica della tecnologia sono anche poche e limitate. Egli come ho detto, non è un visionario della vita. Ma l’artista è un visionario sulla vita. Solo egli può creare disordine e andar via senza conseguenze. Solo lui può usare tecnologia al pieno delle potenzialità. John Cage ha suggerito: fa che l’ingegnere curi l’ordine e l’arte (ins enso tradizionale) e l’artista si occupi di disordine e vita. Ed io sto aggiungendo tecnologia. Per concludere:per prima cosa l’artista deve creare con le tecnologie perché stanno diventando inseparabili dalle nostre vite. “La tecnologia è un’estensione del nostro sistema nervoso�?, come disse McLuhan. Poi l’artista dovrebbe usare le tecnologie perché la tecnologia ha bisogno dell’artista. La tecnologia deve essere rivelato ed osservato, come svestire una donna.

Il lavoro dell’artista è come quello dello scienziato. E’ un’investigazione su quello che può o non può funzionare , in tanti casi lo sappiamo solo con gli anni che passano. Quello che suggerisco è che l’uso dell’ingegnere da parte dell’artista può stimolare nuovi modi per osservare la tecnologia e per trattare la vita nel futuro.

E cosa c’entra il cedimento della potenza elettrica (black-out – power failure)? Avrei voluto sapere più di quello che è successo. Abbiamo sentito molto come le persone si aiutavano l’una all’altra. Tutto l’avvenimento avrebbe anche potuto essere l’idea di un artista – per farci capire qualcosa. Nel futuro ci sarà un sistema tecnologico tanto complesso e grande come la griglia elettrica di Northeastern che avrà lo scopo di intensificare le nostre vite attraverso maggior consapevolezza.


INTERVISTA RILASCIATA IL 21 MARZO 2000 A LOGAN HILL (WIRED NEWS)

ENGINEERING MULTIMEDIA ART


NEW YORK Quarant’anni fa, un ingegnere dei laboratori Bell collaborò con uno scultore per costruire una gigante scultura cinetica intitolata “Omaggio a New York�?.La gran massa di pezzi provenienti dalla discarica, messi insieme a sofisticati marchingegni elettronici, si autodistrusse in 27 minuti, spruzzando pezzi di metallo e ottenendo così le risate dell’audience.

Per gli artisti multimediali, fu un’esplosione sentita in tutto il mondo.

Ora mentre le gallerie di New York sono zeppe di lavori multimediali, e si stanno preparando per ottenere uno spazio grande alla Biennale di Whitney, L’ingegnere elettronico Billy Kluver è stato premiato dallo spazio di performances The Kitchen per il suo lavoro con lo scultore Jean Tinguely ed altri.

Nel 1966 Kluver organizzò NOVE SERATE DI TEATRO ED INGEGNERIA, in cui 10 artisti, incluso John Cage, Rauchenberg, Nam June Paik e Merce Cunningham, collaborò con 30 artisti reclutati da Kluver dai laboratori Bell nel New Jersey.

Più tardi in quell’anno, Kluver insieme all’ingegnere Fred Waldhauer e gli artisti Taucheberg e Robert Withman, fondò E.A.T., un gruppo con lo scopo di facilitare la collaborazione tra artisti ed ingegneri.

Kluver recentemente parlò con Wired news sulla storia dell’arte multimediale.

WIRED NEWS: Qual è l’eredità di E.A.T.?

KLUVER: se la nozione di collaborazione che Rauchenberg ed io sviluppammo potrebbe sopravvivere, quella sarebbe l’eredità grande: la collaborazione tra artisti ed ingegneri. Ora sono quasi trent’anni dal giorno dal Pepsi Pavilion. Quarant’anni da quando la macchina si autodistrusse. E cinquant’anni da quando ho preso la laurea all’Università di Stoccolma. Ma E.A.T. ancora esiste nella mente delle persone. Sai, noi volevamo essere sicuri dall’inizio che E.A.T. non sarebbe stata fuori dalla mete delle persone. Ecco perché non abbiamo voluto costruire un edificio. Non abbiamo avuto un laboratorio dove gli artisti potevano lavorare perché quello avrebbe immediatamente solidificato l’organizzazione in un’istituzione burocratica.

W.N.: allora cosa avete costruito?

KLUVER: Bene, noi abbiamo costruito un metodo. Abbiamo pensato che gli artisti dovevano essere abili a lavorare con gli ingegneri nei settori di cui avevano bisogno. Alcuni artisti vogliono lavorare con il vetro, altri con gomma, e così via. Noi avevamo un luogo dove abbiamo fatto ogni settimana case aperte dove andavano gli ingegneri. Noi abbiamo aperto la porta così gli artisti potevano parlare con gli ingegneri. W.N.: quindi E.A.T. ha trattato direttamente con gli ingegneri, giusto? Non con le compagnie?

KLUVER: Si, noi dovevamo tenere le porte aperte per questi artisti. La cosa che ci riguardava di più era che l’industria poteva chiudere le porte agli artisti e per questo motivo abbiamo detto che gli ingegneri erano il punto di accesso verso l’industria, non il managment aziendale, perché proprio l’ingegnere ha l’expertise che gli serve. Egli ha le chiavi.

Non serve comprare le macchine se non sai dove sono. E qualsiasi ingegnere può rivolgersi ad un ogni altro ingegnere nel paese per aiuto se non sa risolvere un problema. Questo è quello che io considero la migliore invenzione di E.A.T., che è una porta aperta verso l’industria. Questo senza una marea di carte, macchine o altre cose, ovunque un ingegnere poteva lavorare con un artista.

W.N.: Come avete fatto pubblicità?

KLUVER: abbiamo fatto tanta propaganda nella comunità degli ingegneri che oggi XXXXXXXXX. Spectra, il giornale professionale degli ingegneri elettronici, gira ora e fa questo lavoro. Ma 40 anni fa io stavo bussando alla loro porta per dire: “Per favore, per favore aiutatemi!�?. Loro naturalmente non fecero nulla. Ma dopo il fatto…..prima devi fare, poi ti riconoscono.

W.N.: E cosa ha pensato il tuo boss di tutto ciò?

KLUVER: recentemente ho incontrato i mio capo dei laboratori Bell. Gli ho chiesto, “Perché mi hai fatto fare tutto questo?�? Voglio dire che presto avemmo 40 ingegneri che andarono in Giappone per il Pepsi Pavilion in Osaka nel 1970 e tutti loro hanno sottratto tempo ai laboratori Bell. La sua risposta fu che se ci avesse fermato, sarebbe stato un disastro. Egli avrebbe perso la sua credibilità. Ci vuole coesione all’interno del laboratorio. Devi far sentire la gente che sta in un posto dove vuole stare. Non avevo realizzato che lui aveva capito questo.

W.N.: Ma la compagnia Bell non ha dato sostegno economico agli eventi come Nove Serate?

KLUVER: No, non abbiamo mai pagato niente a nessuno. Mai. Non penso di aver tolto qualcosa a Bell – qualche giravite. Ma E.A.T. non aiutò solo gli artisti a collaborare con gli ingegneri. Sono riuscito a far sì che gli ingegneri diventassero entusiasti sull’arte. Uno dei migliori risultati fu che gli ingegneri erano capaci di pensare in modo più creativo.


Eliana Flores