L'isola dei Giganti

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L'isola dei Giganti

L'Isola dei Giganti



Titolo:

L'isola dei Giganti


Autore:

Sarossa

Anno:

Giugno 2015


Luogo:

Pozzuoli


Sito web:

http://www.sarossa.com/



Genere artistico di riferimento:

Oltrismo



Descrizione:

Lo sguardo ritto verso il “Isola dei Giganti”, ultimo lavoro del maestro Sarossa, cade istantaneamente sui due teschi, l’uno ritto a metà sulla destra, l’altro di sbieco. Immagine emblematica, tanto più che gli stessi sono tinti di immagini di bimbi e di barchette. Ma lo sguardo ritto è ciò che vediamo, non ciò che è. La paura, la nostra, è ciò che sentiamo, non ciò che è. Tremoleggia l’alma alla vista del reale. E che fare? Noi fruitori del dipinto siamo emblema di noi stessi spersi tra i sentieri della vita. Noi non siamo coloro che decidono le cose, ma siamo coloro i quali scelgono. E quale scelta dunque? Quale sarà il nostro atteggiamento nei confronti del dipinto? Quale dunque quello nei confronti della vita? Scegliamo, noi possiamo scegliere, l’Altissimo ci ha donato l’arbitrio. La nostra vita è il dipinto. Che fare? Bloccarsi? No, non possiamo, non dobbiamo fermarci lì. La vita non è lo sguardo ritto e semplice, la vita non è l’ammirare una sconfitta, la vita non è perdersi nelle proprie paure e non agire. La vita è guardare oltre, la vita è conoscenza, come insegna l’oltrismo, oltre il velo della superficiale vacuità per raggiungere noi stessi nella autentica nostra entità apparente e dunque vera al di là e nonostante il reale, che con tale apparenza, noi profughi del divenire, possiamo plasmare, modellare il creato con la scelta, la verità può modificare la realtà. E allora fruitori dell’opera, guardate all’opera e non ritti, guardatela, guardatela in tondo e capite. Vivere è ricercare per essere in contatto con Dio, ogni momento. E la ricerca non è la banalità casuale esistenziale in cui ci sentiamo immersi, ove tutto è eguale, ove domina il fato e noi inerti inorridiamo, aggredendo o fuggendo. Ciò che è sotto il nostro naso non può esser visto dallo sguardo ritto. Guardiamo l’opera intera e capiamo, se vogliamo. Oppure fermatevi qui, con sguardo ritto, vinti dalle vostre paure. L’opera è altro, il significato diverso, la scelta delle scelte oltrista. I teschi rappresentano da sempre la conoscenza e sono il centro del dipinto, ciò che risalta, ma ciò che risalta non è mai ciò che è il centro dell’attenzione. Iniziamo da ciò che meno si nota, ciò che, dicevo, è sotto al nostro naso. Gli strumenti del mestiere, quasi non si notano ma sono lì, sotto gli occhi. E noi siamo padroni degli utensili dotati di talenti, e coi nostri talenti possiamo modificare il reale a servizio del bene e del vero, fruttando e accrescendo il nostro essere, nobilitandoci e scoprendoci. Cambiamo il mondo con ciò che ci è donato, con ciò che è dentro di noi che plasma ciò che è fuori di noi. Non si nota poi cosa? In alto a destra una nuvola scomposta è un ritratto di Sarossa, l’artista che ha plasmato il dipinto. E’ il suo unico autoritratto, come osservatore della scena, inserito in un’opera (un rimando all’inquietudine hitchcockiana?!?). E come l’artista crea un’opera lasciandone un marchio impercettibile, così nella nostra vita l’essenza divina lascia un marchio che non notiamo, ma che è lì, una firma tacita che ci ricorda che non siamo soli. Ed è un’immago nascosta più forte ancora del “SAROSSA” scritto colorato e a grandi lettere, perché è una essenza della vita in cui il creatore dell’universo ci dice non solo che esiste ed è il padrone ma che si è incarnato ed ha assunto la nostra stessa sostanza corporale restando divino e rimanendo con noi sempre, non come entità invisibile ed astratta ma come immagine nascosta in noi, nella nostra vita. E’ la forza che muove ed agita la mano dei bambini che dipingono immagini sincere ed innocenti sui teschi a testimoniare come pitture rupestri il mondo che sognano, dove, mare uccelli pesci animali alberi e armonia sono il loro traguardo per una vita migliore e da giganti. E il mare, il mare non è un abisso, ma un lido quieto, ove noi, rappresentati dai fanciulli dinanzi alla vita e come essi, non naufraghiamo, ma se sappiamo guardare la vita nella sua pienezza attraversiamo la Scilla e Cariddi delle nostre paure senza alcun timore e con delle barchette di carta colorate ci apriamo come bimbi al gioco. Un gioco dove il traguardo è il passaggio tra i teschi, strada della conoscenza, dove Scilla e Cariddi sono i protettori del luogo e del passaggio. Vincerà la barchetta che attraverserà l’angusto spazio e sarà il vento e le correnti a determinarne la vittoria. Chi vuole partecipare al gioco userà la sua conoscenza e genialità per avere più e sempre più possibilità di attraversare lo stretto che non sono altro che gli stretti della vita, gli ostacoli, le barriere, i luoghi comuni, le paure e tutto ciò che ci può bloccare e chiuderci il percorso per poterli superare. Le avversità non saranno insormontabili, perché la vita ci offre talenti, strumenti, basse maree, segni divini presenti e nascosti che non possono far trionfare le nostre debolezze. Noi non rimaniamo spaventati dalle difficoltà, accettiamo le sfide ed attraverso la conoscenza le superiamo perché le difficoltà, gli ostacoli, le barriere non ci spaventano anzi sono l’occasione per mettere in campo le nostre forze e come nel gioco delle barchette sfidiamo le forze avverse con la caparbietà e la determinazione che ci aiuteranno a superarle e ad ambire al premio della vittoria che non è altro che l’auspicio di divenire anche noi dei giganti. Ma il maestro Sarossa è nascosto anche in altro luogo a noi più vicino. In basso a sinistra legato come uno spaventapasseri o come Ulisse all’albero della vela della barchetta. Il simbolismo qui è più forte e completa l’essenza trina della divinità. C’è qualcosa della trinità nell’uomo, negli essenti e nell’universo tutto. L’artista plasmatore della sua opera, è emblema del plasmatore dell’universo tutto. Ha una essenza triplice, in alto centrale ha il suo nome scritto a chiare lettere, è l’architetto universale, il dio che tutti veneriamo per fede, e che ha il suo impronunciabile nome scritto nell’alto delle cose. L’anima sublime del mondo! Ma c’è lo spirito, ciò che ci comunica con la manifestazione in alto a destra, vento illuminante perché vago e nubiloso e che dalla vaghezza trae l’essenza chiara delle cose. Ma è anche corpo, è il divino con noi, che si imbarca sulla barchetta, l’ultima, come noi tutti e parte con noi stessi per attraversare il periglio di Scilla e di Cariddi. Il mare è calmo, basso e sicuro. Si può partire per il viaggio. Il risvolto misterioso ed anche giocoso della quinta scenica è solo e soltanto superfluità apparente. Scilla e Cariddi sono in realtà l’allegoria della sapienza, della conoscenza che, con l’ausilio del coraggio ci consentirà una rinascita, e le barriere, le difficoltà, i baratri i confini, gli ostacoli, le incomprensioni, i pregiudizi hanno paura di noi, perché abbiamo più strumenti e siamo più forti, sono e restano soltanto degli spaventapasseri che il nostro dolce canto può e sa distruggere.


Giovanni dr Di Rubba

Materia e tecnica:

pittura

olio e acrilico su legno multistrato



Misure:

120x107