Selendichter

Tratto da EduEDA
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L'imperatrice


Plasma un destriero indomito da auriga folle, da corsaro suadente di flutti scossi dalle redini turbate

Gli occhi speculari di metilene nella mente di siriaci dalle grazie celtiche prostrate al vento e in panistica unità con la natura

In selve distorte tra laghi di immane gaudio riposa il tuo velo sospeso: eternità di roccia silicio effimero ma possente

Nella radura la tua gemma al collo verde d'assenzio e variopinta di smeraldi come calice goduto come piattaforma di pensiero fugace

I Fenici scaltri tra le rovine di Tebe e tu in trono nel firmamento austero di sogni diurni di paste statiche e leziose come miele, dolce fiele negli assedi, ventura dei portenti, gioia dei nemici, emblema della celere battaglia

In un dissipare di luci e in un sormontante anelito dimesso da soave spuma marina o da effige divina numismatica sorta trapassata come liquame anzi vapore tra le pareti umido delle scale odore incantevole della pioggia

I templi eretti per te mistero delle immagini infinite di un così vasto ardore che invade gli animi

Lo spirito che giace sovrano sul tuo corpo carezza le spalle inumidisce i capelli dà madore alla pelle

Tu incauta folla di stupore ondaccolo della luce intorpidito bastione di stratagemmi bellici

Per te le forze cosmiche lottano e ai tuoi piedi l'ultimo anelito cedono

Tu sola collo sguardo incanti i viaggiatori stanchi dall'assedio pittoresco

Immergi dentro te e esponi declinando con tre parole l'umanità intera

Dialettica degli opposti, punto d'armonia assoluta, il verbo si arresta dinanzi al tuo apparire

Ma non vive il tuo respiro tra spasimi incessanti di una vittoria delle foglie incaute sulle piante

La clorofilla di te ti dà la forza di anguste intromissioni tra quel che è vero e quello ormai silente

Genesi effimera del volto lo sguardo intermittente di te stessa rivolto verso candidi pensieri e impure come ieri le giornate

Bisognerebbe avere la passione di dire cose da bestiole che in te trovano riposo in te trovano ristoro nel muover delle mani si stupiscono ed estroverse si smarriscono

Per conquistarti un soldato avrebbe invaso l'Egitto in un attimo svogliato crollando Alessandria ai suoi piedi in vana voglia coi libri intrepidi tra le rive auguste di potenza del Nilo trasmigrato in Stige nubiloso

Ma poi il combattente slegando i lacci del mantello perdendo la croce e il suo cappello distrutto ai tuoi piedi pel rifiuto

L'imperatrice sei tu io te lo sussurro sfogliando il volume sul Volturno in una piazza incauta del mistero che la costellazione col tuo nome cede a Mercurio

E per conquistarti un alchimista dorato si è venduto l'alambicco ed il suo stato sguazzando nel protocollo di Bisanzio e giocandosi i tarocchi senza sosta e senza la tua effige

Sei tu l'Imperatrice di quelle terre indoeuropee della tundra sterminata della scalata verso il Mare Nostrum

La mappa mostra il tabernacolo l'alchimista la sfoglia e non ti trova ti perde nella pietra mistica nella battaglia di Lepanto

Dov'è il tuo trono e la corona se s'inchinano i condottieri e i maghi non senti nelle vene il marchingegno divino

E capisci ciò che forse non hai letto e sospendi ciò che forse non ti sei chiesta nove gradi nel pianeta ascendente sul tuo Liocorno

Lo sguardo frulla


Lo sguardo frulla, invadente sgorga, negli occhi tuoi che trillano, indomiti biscotti col ventre d'amarena sgusciante di illusioni. Prezioso quell' intenso vagare in tundre desolate che chiedono venia inconcludente al vortice tuo ardente. Gaudioso il tuo zigomo dolce e strisciante come la notte che risplende invitante un chiaro percorso scosceso e sconosciuto.

Improvviso gelido il tuo viso, la schiuma sul volto pasticciera è il mantice della sera come l'acqua novembrina e sincera fissata dal pensiero un po' impuro.

Lo stillicidio del tramonto, la luna prossima e il sogno che già t'invade, conquista d'altri tempi sopiti da battaglie fugaci e mai perse. E poi capelli: rame e argento dei cirri intrepidi e furenti, destrieri lontani e scossi, vaghi e guizzanti.

Occulta, così resti occulta, i volumi del silenzio sono piante rampicanti.

Sguazzi tra fecondi ariosi discorsi che spiazzano, che riposano, che infine si assopiscono, mormori un fruscio come il vento e resti dominata da te stessa.

Impercettibile, volatile sostanza, etilico ectoplasma, si sente la tua presenza nell’aria ma manchi in consistenza, sì tanta veemenza, comunque te lo ripeto, manchi in consistenza.

Nobile, gas nobile, legata con te stessa non rimpiangi l’inutile compagnia, stendi la tela, prima di distruggerla resti a rimirarla, godi e la tranci di netto.

Col bicchiere in mano, il liquido verde, i fluidi rimescolati li versi nel letto e parli per dispetto anche del calore e della quinta (volteggiano le dita nel vuoto).

Il rimario l’hai smarrito ma, cribbio, non ti serve,

fai benissimo da sola, 

fai benissimo anche senza,

meglio il gelido cobalto, dipinto di assenzio in gaudiose vittorie etiliche incantate dal supremo colore intorpidito dal pallido incarnato che cede alla sera i misteri, al chiaro contatto di un raggio di luna.

E sì la luna apparirà sintetica, intraprendente ma come lemma silente, apparirà, tepore nel cielo senza preavviso, dici sul serio, stringendo nei pugni il tuo velo sospeso di inquietudine.

Allora sì,

cambierà tutto 

come solo un arido sentiero, breccia nella voce dimessa, un po' cupa, nostalgica.

Intorpidito ogni furore sono strade di catrame che sfiora ad ogni ora il tuo buon umore mentre senti dolente il mutamento della pioggia, diventi tu stessa pioggia, prezioso acquitrino in parole menomate.

Diventi l'essenza, la temperanza, l'incandescenza.

Diventi quel segno svelato, quel tuo sguardo obnubilato, un cantiere in sospeso.

Diventi pura, candida ma ardita, poi dolce bocciolo di foglie spaurite da una goccia trasparente.

Intorpidito, nello specchio il tuo sguardo, ricordi sbiaditi e tesi nel vento, è un attimo e compare e scompare e ricompare multiforme la tua figura in un sussulto intrepido, vorace, dolente.

Poi solo parole che si arrestano dinanzi al tuo incauto gesto folgorante e resta il tuo docile volto indissolubile.


Dagli occhi incauti


dagli occhi incauti mal dimessi al silenzio loquace come fluido diluito e tenebroso di pensieri impuri che m'invadono e che si inchinano al tuo apparire furiosa in estasi per un ricordo..

Divina padrona

Divina padrona un mistero sublime avvolge quell'aura di tristezza che ti invade da quella notte

Sola e in silenzio varchi ogni dì le soglie del tempo

Spiazzi con lo sguardo e intanto sorridi nobilmente con incanto e celestiale gaudio

Parli di te con vivacità e poesia ti agiti, ti muovi e non cedi

Trapassi l'aria e volteggi amabilmente tra le tue parole mutate in furiosi e vorticosi ingorghi

Tempeste di sabbia, diamanti di cera, serpenti a sonagli ed animate, vuote storie di peccati

Non concedi alla sera che qualche barlume, non chiudi le finestre neanche se gli sconfitti petali ti investono

Li tramuti in foglie secche che con superbia sgretoli tra le mani

Ridotti in polvere ti implorano pietà ma tu indifferente li spargi intorno a te chiudi gli occhi apri la bocca e divori il vento con voracità.

Poi soffi e dai potere al caos confondi le menti e domini compiaciuta

Sovrana e padrona ti annoi con semplicità ti rendi complice del tedio ma lo pugnali alle spalle fingendo indifferenza ed estraneità

Infine ti stendi sul tuo letto argentato porti un dito al cielo ti sfiori poi le labbra e godi la tua divinità

Traluce

Traluce in svariate sensazioni scandite il languido svolazzo derubato dallo sguardo tuo propendente nei confronti dell’infinito diroccato ingurgitando bacche

ambrosiamente velenate.

Stupida diramazione sulla salina, svincolo a destra dei tuoi fianchi trapassati e trasformati in perversità.

Ma come si è potuto sfiorare l’accordo veemente nel frastuono melodico?

Cadenzato il verso, tre piedi, la metrica federiciana, da Lentini a Bembo il passo è sovvertito, la glossa grossolanamente disattende il principio.

Non ci hai fatto caso, capretta d’altri tempi, l’essenza è stata persa sul tuo corpo.

Ah come era stupendo il tuo profilo, armonia d’assoluto anzi la venuta dell’oblio che ti ha disincantato, ora ascolti le scaglie a mo’ di invasrice.

Fulgida dicromatica non dimenticare la storia tra di noi mai sorta e mai nata.

E continua a recitare, sul palco coi boccoli cinabrici affinché imprima sul cartoncino le tue velature sublimi.

Poi noncurante come sei sempre stata, schiaccia questo residuo del nulla, io resto inutile musichetta, ignorata e inesistente.

Bios-Thanatos

Un atomo di idrogeno, pioggia scaltra, trasmigrazione della scalza intromissione tracotante di particolarismi crepuscolari nell’intento di sviare altrimenti, altri connessi, intrugli scantenati e poi, i tuoi silenzi giù o in soffitta, il carbossido, l’alcheno, la vita e il piagnisteo.

Poi ti vedo navigare con candida mano dirigenziale, sullo scranno alabastrino, sul predellino di basalto, e scende da questi crateri, non fossilizzi tutti i miei pensieri, li dischiudi tra miserie e inganni, li proteggi tra bagliori e furori.

Poi l’onda del mare si infrange sullo scoglio d’amore, ascolta la tua voce, fisiologica la passione piramidale, sgomento, puro sgomento, nel vederti incedere in trotto, tra le spiagge tra gli invasori, tra i più stupidi scultori, che non traggono vita dal marmo ma gorgheggiano il loro santo scalpello, come macchie perse nel claudicante senso.

Intanto alla deriva, tra le colline toscane, tra le più amare muse insabbiatrici, tra i giardini, tra le zamie, tra i pensili babilonesi non hai più porti sicuri, nichilismo sui tuoi occhi, tedio e nausea sulla tua bocca.

In una valente balza scoscesa di giudizi minossici, avvolgi la tua coda giudicante, poi la spogli di vergogna, la danni quella tua voglia, nell’oscuro rimpiangi il sole, maledici rose candide ma le brami infondo a quel tuo cuore, come sogni desti, vortici paradossali.

No, forse non c’è speranza, hai ragione qui è il buio, ma la musica dialettica e sintesi ad un tempo, li sfinisce questi tuoi pensieri come se giammai, tu non avessi avuto paura.

Poi la pioggia svanisce, lampa corpuscolare perde il senso, il pavimento è sanguinante, ti distendi con le gambe all’aria, e l’infinito è lì vicino, già li senti i serafini, le virtù, le potestà, l’empireo.

Allora decidi, togli il sol, poni il mi, e la chiave di basso diventa di volta, architettonicamente regge l’universo in un barlume di anfratti, tra tendenze centrifughe trovi il punto d’assoluto.


La quinta dimensione

Porgendo il bicchierino, scopri inaudita l’indice furente, scosceso tra le ardite rovine di regge mastodontiche e novembrine che sotto un colpo fiero tracollano in trotto, svaniscono d’un botto, e restano pezzetti di domani mal riposti, come atolli alteri.

Posi tutto e corri tra le tue stesse braccia, pesi poco e gradivo il tuo corpo si slaccia.

Sono essenze fluide nell’aria come se si sentisse un flebile lamento che se esistesse per davvero o fosse alba di giorni concupiti al chiaror selenico...

Possediamo il talismano!

Poi trema attonita

la tua mano, 

sfregandolo ti atteggi ad anima dei silvani anfratti o magari degli insoliti acquitrini di rimpetto trasparenti ed attraenti, immagini ti invadono a sgorgare preghierine mentre precipiti con grazia celtica.

La molla del tempo. La chiave del silenzio. La svampita croce circolare. Tutto nel portagioie del tuo camerino ineguale.

E se avessimo sbagliato dall’inizio? Se fosse tutto

falso? 

Al di là del limite ascendiamo calpestando gli scalini e forgiando lame irsute per la celere battaglia, che ormai dura da millenni.

Antropiche guerriglie urbane, pre-edeniche pretese di potere pur sempre privato, sciacallaggi atroci sulla tua pelle come a dire frasi sconnesse, post-atomiche rimesse, carrozzerie sgualcite lievemente ma terribilmente sacrileghe, sull’altare della discordia.

Porgendo il bicchierino forse il tuo sguardo non immaginava questo, non si aspettava fossimo accerchiati dai nemici di sempre.

Precisamente loro, i loro tratti suadenti, la cicatrice ad angolo retto.

Forse non è vero ma tu te ne ricordi, mi hai impresso nella mente, me come matrice di futuri incontri senza più psicotropi.

Forse quel gesto, quel bicchiere significava, dai fuggiamo via, prima che arrivi l’alba. Ci restano due ore. Varca la porta,

la quinta dimensione.

La dama delle stelle

Poniamo per un istante un’ipotesi, diamogli corpo, diamogli pensiero.

La luce mostra intorno nocumento, ma forse è meglio, stendo il velo, lo scorgo, lo accosto, lo sfioro, dita in cielo.

Siamo stati felici in mezzo ai tuoi capricci, come se infondo non ci importasse, della pioggia.

Ma no, tu, no, non dimenticare che siamo stati validi tiranni, berberi affanni, sofistici e ditirambici accordi.

Sguazza tra le tue note, fallo con calma, sì, dai, metti pure i numeretti, forse è meglio, mi oriento sì, mi schiudo, sì.

Il vero è come foglie ingiallite, variopinte, dai guarda che colori poco prima della caduta.

Mettiamoci in cima, nascondiamoci tra i rami, percepiamo la natura, anima mundi, ardente spirito incendiario.

L’essenza è qui, dove è il godimento, cardi e sogni, rapaci intrugli, cabalistiche passioni, austere invasioni, continenti sconosciuti e ancora sì, magica quiete, prorompente.

Mantiene tale essenza l’ombra delle idee, dai volteggi, dai solfeggi, neoplatonici incontri, forse un karmico, volubile selciato, etereo ma magari vivido come mero giudizio nero.

La voglia c’è, manca la disciplina, o forse, no, la stessa esiste, insita nel tuo caos cosmico, dove va non lo sa, lì tra il tuo volto effimero, tracciato con la china su un A3.

Guarda c’è una pera, guarda una melagrana, guarda un furetto, fisiognomica e santa la tua effige, il riflesso, l’apparenza.

Ti bastava un solo cenno per tramutare il legno in argento, con l’indice proteso, coll’ anulare capiente, col cerchio di congiunzione al collo.

Puoi accennare un sorriso. E ardentemente quando il rumore è assente, fai di nuovo il cenno, assapora l’anima di belve e clorofille.


Poi finisti nel giardino


Poi finisti nel giardino, sfiorando i vespri autunnali, caduche tutte le tue passioni, spargesti effluvio violaceo senza concepire né stagioni né illusioni ma soltanto validi sonetti.

Spalancando il portone in quanto possedevi già quanto ti occorreva:

la sfinge, la chimera, la troposfera, le strisce di Elio e non di aerei come se tu, stampo nel gesso, sbuffando scendessi a compromesso.

E poi i tradimenti, eh eh, dove li metti?

Poi venne qualcuno che ti sussurrò un lamento nel padiglione auricolare, lo spingesti quindi fino all’eccesso, ti cambiasti l’espansore e lo sfinisti, lo punisti, lo infliggesti, nel naso la congiunzione corpo-spirito, nel pancreas l’ectoplasma, nel fegato la rogna.

Quel qualcuno ti disse l’ora di conseguenza, pronunciò le tre parole della formuletta ma tu rispondesti di avere già le catene attaccate ai passanti, dunque era inutile, meglio sorvolare, ti bastava.

Sì, continuando a parlare 

dicesti io ho voglia di bayles, ancora, dai ancora un cicchettino, poco così, poco colà.

Non so che follie dopo la bevuta, magari vorresti anche una dose, allora sì o allora no, comunque è tardi meglio tornare a casa, io ti dico.

Ma in ogni caso un paio di basetti te li concedi, smackettante aspetti prima di ricambiare il refolo di vento, ti sdrai per terra divaricando le gambe.

Ah piccolina cosa mi combini? Non ti viene in mente che domani sarà giorno, beh che dico, a te cosa importa, sul libricino stenderai un telo da mare.

Un telo tedioso ma accogliente, mentre gli altri parlano tu straparlerai nel sonno fingendo, ovviamente, compassione.

Poi tra le aule a trotto il giro sarà interrotto, scolastica citerai l’Aquinate e due versetti a caso, poi sulla cattedra, allestita a palcoscenico per l’occasione, germoglierai estrosa.

Ma ora è sera non pensiamoci ancora dimmi un po’ che cosa vuoi dirmi o andiamo al sodo.

Già lo sapevo! mi parli di Verne, poi incurante passi all’anima che pende e non ha riscontri.

Infine e finalmente troviamo spazio per l’amore ma solo su due mattonelle, 34x30.

L'origine del mondo specchio del tuo corpo


Probabilmente si è trattato di un sopruso, inaudito gemito del lauto banchetto incluso, la voglia è già condizionale, sospensiva clausola dell’anima mentre il sapone ascende in macchie, in bolle poi, in conclusione.

Dal cielo mi sorprendi, schiarisci le stelle come fossero denti sorprendenti e beffardi, aneliti di travagli superati dallo stupore.

Eccoti mentre ti trasferisci in mare, la conchiglia, la genesi, l’attesa, Zante, Stromboli, Vulcano, Napoli, Roma, l’altopiano. Eccoti che scandisci bene le parole. Eccoti che trasmuti, dai valori, dalla morale, fino all’inclito spiano astrale. Eccoti con le partiture. Eccoti in brulle arsure, dove non hai più voglie né floreali, estrose balestre possenti. Eccoti nella cascina. Eccoti scalatrice, dove neanche il Monte Ventoso ha potuto riempirti d’allori.

Sì ti fa piacere, mi hai trovato, bottoni, lacci e asole, mi hai trovato. Apri la credenza, prendi leziose paste statiche come vesti. Ti copri, indumenti impermeabili all’ardore, tanto tu già l’hai svelato il segreto. Allora sì lo prendi, lo sospendi, specchietti, purpurei ammanti, oscure toghe che vincon l’arme come erba dolce ed odorosa che fa battaglia silente all’orgoglio.

Ma poi neanche ti rendi conto delle ostruzioni e degli ostracismi, hai fiducia, davvero ci credi in quel che dici, ambiziosa!

I simboli vegetali, l’aquila e il falco, i numeri perversi, statici come l’universo speculare, circolare ma tagliato in due simmetricamente, di qua l’oscuro negativo, di qui la luce positiva.

E poi lo zero, quindi il punto, sostegno della storia inesprimibile ed immisurabile, magari percettibile, ma inconcepibile.

E nel Museo di Alessandria o nello Studio napoletano hai trovato la congiunzione, gli scritti dove l’origine del mondo non è descritta in termini di creazione né di trasformazione ma solo come specchio del tuo corpo. I secoli, i millenni, i giorni, l’ore e gli anni, assoluti e tracciati sul tuo volto.

La storia è sapienza, la vita conoscenza. Tu sei storia e vita,

conoscenza e sapienza. 

L’universo vive e si espande, di un’espansione paziente, che non scorre ma resta lì, tutto esiste, tutto è sempre stato ma sconosciuto e scoperto perciò per gradi.

Allora ti è sufficiente, va bene così, sleghi i capelli. Allora basta così, riprendiamo domani sera.


Usignolo libero


Si alza il vento, soffia fiato silente tra le corde e tu distesa sulla brume dialettica foglia perduta.

E d’improvviso chiudi gli occhi e si spalancano i mari, i cobaltici anfratti divini sul taglio zigomato e la lacrima raggiunge le tue labbra. Poi il cinguettio, di nuovo. Zitti,

tutti zitti.

Va, ondeggia qua e là, corri, fuggitiva corri, libera, sei libera adesso, non ti perdo, no, tu rimarrai in me.

E ribelle e dolce mia, scuoti ancora un po’ la testa. Vai, usignolo fiero vai, nessuno più vorrà legarti, incatenarti, costringerti a cantar.

Vai, il mediterraneo è un po’ più là, la vita tua preziosa, viva, serena, estrosa, e pura ormai sarà.

Da dietro alla colonna

Suppongo sia lei. Presumo sia proprio lei.

Dai mi avvicino. Scorgo le labbra ciliegie, madeleine occhi, amarene pupille. Le incandescenze violacee ai bordi del corpo, sul viso la seta, lo sguardo turchino, il sorriso beffardo.

Spostati devo accostarla, anzi no, è meglio mi nasconda dietro la colonna.

Le macchinette d’acacia fanno un rumore assordante, un sibilo crescente, allora è l’occasione giusta, la falena grigia apre il sipario ai suoi colori.

Pura magagna, eh eh, sì mi ricordo, quel pensiero estivo sull’asfalto paonazzo, le tue mani svolazzanti tra le ciglia e i compromessi, le tue dita invitanti tra scadenti e sagaci trotti al centro dell’incrocio. A quest’ora (tre di pomeriggio) chi vuoi che passi, andiamo a intermittenza, stringimi la mano, aspettiamo un breve accenno di gomma, e

gettiamoci ad occhi chiusi 

in mezzo alla strada.

Supini per terra. Non ci sono, dai, bare di fuoco ma comunque, tranquilla, vediamo il futuro lo stesso, ignoriamo il presente.

Fosse stato vero! Avremmo saputo di esser entrambi qui alla distilleria.

E il sibilo aumenta. Si, dio mio come aumenta, forse magari è soltanto scheggia della mia mente. Lo ignoro ovvero ignoro te ovvero ancora ne approfitto per ‘mbruscinarti o solo guardarti.

Ma improvviso, oh no che succede, folletti, monacelli e fatine nel castello imbandito sul ripiano a mo’ di buffet.

Mi offrono una pastarella sguazzosa di maraschino, la mangio da me. Mi giro. O dio, lei ora dov’è?

Eccola affianco al re.

Ma l’anello al dito, cito ancora dio e dico, cribbio dove è finito? C’è bisogno, sì mi decido, la accosto e l’avvicino ad un tempo e le sussurro d’un fiato di spostarsi a ridosso del muro, la devo parlare.

Poi incurante della reazione continuo, sono finito in un mondo parallelo dove non c’è raziocinio.

No non è così, guarda, tu dici, ma io nemmeno ti ascolto più. Ti sembra questo il motivo di essere incantevole o socievole?

Al ritorno vedrai le mie lenzuola immerse nel rosa delle persiane in giubilo attendendo l’arrivo da Maratona.

E concludi chiedendomi di dipingerti il viso, di accennarti un po’ di falso e un po’ di vero, di odorarti i capelli, evocatori di nascosti sentimenti, profumati e saporiti compagni delle nostre perversioni.

Il sibilo è ora schizzato, la cresta troppo alta, la frequenza incalcolabile. Mi giro e vado via.

Vai parola

Vai parola, non fermarti ancora, cerca il suo viso, scendi dai colli in corso, soffia in viuzze affollate, prova a trovarla, il mio sforzo è vano.

Ove il mio farneticare ti invada l’anima, carichi lo spirito, ti renda indivisibile unità, resta con gli occhi bassi di fronte a me, guardati ancora oscillando le gambe.

Non preoccuparti il fascio ti invaderà il volto per un altro po’, non agitarti, i tuoi boccoli sono nei miei sogni, oh sì quei cirri greci, quel misterioso estro alemanno, quell’indolenza e quell’indifferenza.

Se poi devo restar lontano a maciullare amare solitudine, guardami tu, io pongo lo sguardo altrove ma stai tranquilla, sei impressa nella mente a caratteri mobili,

mio libro universale, vengo ad attinger frammenti di verità dai tuoi occhi che sono solo sintesi del volto misterioso, ragazza d’altri tempi, sei la mia via diletta, dove da tranquilli posti non mi scomodo, stiracchiato sul triclino col calice in mano, bevo i tuoi umidi livori ardenti, tu sei comunque sempre più lontana. Mia gamberetta ritratta, incedi in verso negativo,

resta soltanto un flebo della tua ombra, io scrivo senza che tu legga, scrivo inutilmente.


Meglio sorvolare la verità

Proclamata con un giro di parole la perdizione della seduzione,

tu mi guardi con gli occhi intensi ma il pensiero è già altrove.

E tanto tempo, tanto vivido il senso, lo batti sulla cattedra come un pugno dato al muro, sei capace di dirigere un’orchestra o chiedi venia come un ginnico esercizio in palestra.

Le sensazioni che sprigiona il tuo corpo in questa superba sonata sono candide come le rose di un maggio lontano che rincorre per caso un verso e lo acciuffa guardando più in là.

Qualcuno direbbe l’autunno è una passione da coltivare come le strade spalancate sulla realtà, hai un po’ di timori, allora passa da me.

Tre quarti è l’azione, due terzi finisce in perversione.

E c’è una stella troppo bella dalla finestra la guardi e speri magari pensando a te stessa, puoi pure sorvolare l’introduzione, vieni al dunque con pudore.

E guardarti fissa di nuovo negli occhi, cercando un barlume di verità, ma la tua nebbia mi oscura la vista, è meglio sorvolare la verità.


Porgimi il cuore diadema del dolore


Porgimi il cuore diadema del dolore, porgimi il tuo sguazzante animo intatto, porgimelo dai, non ti chiedo dove vai.

Credo che tu, ammiccante come non mai abbia tratto addendi, i fogli, le formiche, il pianto, il veleno ed anche la pioggia mescolata al bitume non implorerà, dirà soltanto che giammai la storia è finita tra noi.

Ed a quel punto dirò, cara sei la vernice più fluorescente su pareti perverse, sei indelebilmente scaltra ma già, non scompari neanche se dici no, impressa resti al vetriolo, o magari al vetrino, microscopico ardore positivista.

Per questo io striscerò, coperto di mandrie sopite in me, invitante con la socchiusa palpebra all’imbrunire, sei solo rimasuglio del vuoto gesso posto sul compromesso, la lavagna di Delle Vigne chiuso in cella ingiustamente perché, l’invidia, rende cechi sai, ma tu resti più lontana che mai.

Allora zitto dirò, sei alemanna, franca, celtica o galla, sei iberica o magari romea, non so, le punizioni Giustinianee, le accuse di eresia e di vilipendio.

Per questo ancora muto dirò, la tua soave voce dov’è?

Sei ciò che tende, ciò che darebbe una svolta definitiva se, lo Stupor Mundi sotto il giglio non si fosse spento,

ma tu portami alla vita di nuovo del dominio senza guerre, alla legge senza tavole o bronzini incisi hammurabici,

sei tu la babilonia vera di libertà, non meretrice, non sei più il sosia di te, sei la candida effige, sei la rosata stele celeste, sei l’effluvio d’Egitto, l’Astrea e la Sofia, sei il Filos e il Logos, leghi tutto supina in te.

Allora fondiamo 'sta città, diamogli mura trasparenti, accogliamo in sincretia ogni brama di sapere, collochiamola sul mare e tra le colline.

Poi infine ancora più tacito, io le do il tuo nome, il tuo epiteto e il tuo attributo.


La sognatrice al far dell'aurora

Eccoti qua di nuovo a fare l' étoile, esplodi in frasi concise, scisse armonie riottose, risulti suadente e lei che dice deludente, via la fornace ai sogni incauti d'attrice, vivi per me e dici che il resto è il surplus essenziale di ogni felicità, vivi per me e attonita dici che son verseggiatore atono dei tuoi desideri dischiusi, eccoti un gesto, eccoti il verso, se gira, lo sai, è solo perché tu lo vuoi, il limite sepolto fa scialbe pietà nell'aria della crudeltà, cruda cattività autoindotta ed ipnotica rotta volatile, champagne vorresti nella tua stanza, cerchi questo oggettino e mi chiedi, dov'è?

Qual è il problema? Forse adesso c'è ed era il duemila e io non ancora ti conoscevo, a stento ti vedevo, eclissi di sole e di luna in tempi determinati per i nostri ultimi vent'anni che ci approssimavano alla totale estensione espulsiva della ragione, leggendo il libro guardami ancora e sorridi, segno di sfida, l'universo siam noi, beni indivisi e pubblicità immobiliare, cerchi anche tu, chirografaria, la dimora, resti di ogni domani, ci separammo perché non fummo mai uniti, bevi ancora, abbiamo, come dire, tempo, e mi prendi in giro con la tua profonda superficialità da scuotimento di tettonica a zolle, derive di baci, Pascal e Pasteur, l'inciso, non sono convinta, come lo zero assoluto il triste inverno, vorrei le parti più fredde di te, inumidire i tuoi zigomi con foglie secche e odorose, allucinatoria l'implosione, e sì, c'è, e sì, si fa, bene, stai comunque bene senza di me, però, d'altronde, chi ti manca è quella nascosta parte di te,

molto bene, e di più inizi a fare la provenzale nuda sulle scale, logorami il fiato e l'ebbrezza ingiallita del tuono d'autunno, repentina lasci pure spazio intensivo al tuo giulivo vorticapo, ingorgo amnesico, rompighiaccio sulla spiaggia attizzata all'albeggio della luna,

noi pugilatori indecisi e stizziti,

solo il mio senso ti rende orgogliosa delle tue follie ma dai, proprio non lo senti? non ci credo, non sai ascoltare il suono divino, ubriacatevi se potete, stantuffi di luce e di rame.

E mi sfidi firmandomi il braccio con l'indelebile segno, chi ha intelligenza calcoli, è questa la sapienza, la vita e la scelta, mi sbianca la tua mente, ed è qui, è questo il posto, è il nostro discorso interrotto, è l'incantevole passato, fammi gli assiomi che così diamo alle nostre creature qualcosa in cui credere, fallo però prima dell'ora terza, donzella scherzosa, aurea aurora, prima luce del mattino, sguardi distratti, cuori distanti, volti infiammati e lui ci gode, gode e si imbizzarrisce ancora più potente nel far credere che lui non c'è, ubi stantibus, scegli il re delle frasi perdute in me.

E sulla terrazza ancora le note dell'indefinito tuo sogno intensamente gentile e decora la nuova era, oppure compra ancora Chanel e Rimbaud che cerca di te, se gira, lo sai, senza i suoi raggi ci sarà pur sempre un perché, è il limite candido o la potenza della sua gloria in sanscrita armatura, ti svanisce il se eliminando le troppo ingombranti voci verbali e trovando la genesi del sì o l'assunto del ma, la curvatura della A, l 'intrinseca pietà di sé intrisa e ludicamente indecisa, quartina addescata nella fagocitosa terzina italiana, non senti l'urlo che è in te.

Ah! perché? perché? perché? Sì cuci ciò che separa, così mi sembra appaia la mattutina imbambolata chiave raggirata, ancora stonata, in fondo il no non è mai negazione, mi dici, mi dici che è negativa intensità, la frase poi la attribuisci a me, è la tua precocità, la mia l'hai assaggiata già, è la notte della ragione, Itaca era lì, la nota inviolata è il si, il sarcofago inaridito, lo sguardo di Cheope al mezzodì non è, è così se inverti il significato del re, in Pelligoux la cantantessa andò in tournè al ritorno trovò me, dopo il saluto, dico la sera appresso, ci fu l'invocazione al giallo laureato del caucasico intruglio mozzafiato, così i volti cambiano, le croci restano, il miraggio è fatto, steso e ditirambico, ma no, volesse il cielo no, due segnali ed il tridente, poi la verga di ferro che guida l'universo.

Sento che con te la spiaggia spumeggiante del ricordo che hai versato sul letto è menzognera meta, la tua la sai,

dopotutto sei già distesa.


Onirico intreccio

L’invito perso nel vuoto, miele sui tuoi fianchi.

L’intrepido indice sulle labbra, appoggiato il piede tuo sull’anta.

Verticalizzavo ipnotizzato alla vista della tua incoerenza,

trapassata soglia spirituale 

al sommo grado.

Vacuo quel sorrisino, vanità sul tuo petto, ciondolo di spighe gialleggianti.

E il pacato venticello come satropo al confine giusto un po’ compromissorio.

Te è da un po’ che non cambi le lenzuola, fai follemente innamorare in sogno come nel reale, leziosa candida, cavallo indomito contro il monte asproso,

senza pioggia prendi un pensiero, lo cancelli, soavemente lo ribalti. E seduci in tale inversione apodittica di moto.

Plasmi un piedistallo altissimo e ti ci riponi in continenza, resti poi ad i suoi piedi ad onorarti ma bilocata anche in cime a godere delle boriose invocazioni.

E la brina tremolante, sì lei proprio e non il bocciolo, la trapatti allegramente, slinguettando fai la veemente, petulante, noiosa, inconsistente.

Ma sovviene speranza come argilla succube del tempo, maciullata e ricomposta dalle mani scomposte.

Poi è un tantino che non sento i tuoi martellanti accordi ma comunque mi ricordo, li puoi pure sbatacchiare. Carta straccia, dici,

ma insomma, stai sopra il tuo bel piedistallo audace e non hai neanche fede nelle tue creature?

Ma lo spirito intelligente che risiede è già sfocato, allora tenti di nuovo, se ti servono parole

io son qua.

Sgargiante rigira i chiavistelli,

son paziente,

ridagli fiato, 

sguazza tra melodici nonsense armonici.

Son qua per te.

Allora ci stendiamo sul marmo, ornitologhe penne e sbuffi di budella.

Allora ci diamo la mano, si parte per l’onirico intreccio!


Il manto delle stelle che scuote con furore il vortice assordante delle tue parole

Il manto delle stelle che scuote con furore il vortice assordante delle tue parole,

avrò fiducia nella potente arsura di gocce di cristallo che cadono dai rami mentre sorreggi il vuoto di queste conclusioni,

partiamo dalla fine, diamoci la mano, nell’abisso sogniamo e con un bacio svelato il pavimento infuocato diventa percorribile da noi stretti e un po’ spersi.

Dai confronti emerge triplice dualità, di cui tanto parlo, sincera vanità, nell’apparenza hai il collo teso all’insù, sei molto carina, lo so, dai, vali di più.

Il vento fa sognare e tu? Tu non lo ascolti.

Sei molto presa dalla tua praticità, non ti soffermi neanche su un simbolo di fedeltà.

E poi cos’è il silenzio se rannicchiata già pensi ad altro? Sai molto bene come confondere i miei discorsi a metà.

Ti scosti un poco, dalle carni pulsanti emerge il cupo fiato affannato.

E non lo farai più.

Distratta, un po’ svogliata, dillo se mi pensi oppure se c’è qualcosa che non va. Comunque eccomi,

puoi guardami.

Scia di petali blu

Il manto senza fiato dell’arsura sgargiante, della fornitura di assoli capovolti, sguarniti di mistero ma avvolti in un involucro di vetro.

E tu tiri le somme, trai addendi come fossero sifoni che ostacolano le tue azioni.

Sì, vai con calma piatta, il piedino è perversamente asciutto, forse solo un tantino istigante, tracotante la passione che travalica il coperchio. Su dai spegni il fuoco, sta bollendo. Sta magicamente dissolvendo.

Tale reazione, cauta maliosità, aggiunta di smalto e in un attimo è già una miscela sospesa, sopita vacuità.

Nel diluito, ti piacerebbe magari, sì, si vede dal volto, fare sul serio, sboccare futilità.

Ti domandi tra te, cose che non sa nessuno, dai un colpetto all’imbarcazione, hai scampato la collisione.

Perciò ti inoltri, vai, vele protese, braccia arrese, marosi duali, manichei o tonnesiani…

Mi sorprendi ma mica tanto, la tua apparenza che invoca è solo il preludio, che passa all’adagio sulfureo, dodecafonica storia, scala a punta di bacco, assaporata in labbra sottili e purpuree, le fauci divagano invece in altri sapori.

Te tu che fai?

Dove è che stasera vai? 

Te ne fuggi di nuovo scavalchi validi valichi stridenti, invitanti maschere, celati gli occhi soltanto, che poi sorprendono d’improvviso, macchie d’ulivi.

Infine periodi sospesi, schizzi di linfa vitale, spasmi fulgidi, aurore mistiche, veementi distici e futuristi, caffè di lettere nostrane, magari a Roma. Poi nulla più.

E intanto che si pone un verso nel chiuso di una stanza, attaccato alla parete il sipario.

A te non entra più neanche un solitario sudario, la spallina sincera la scopri.

Lo sfilato portone di casa tua non ha ormai più fontane, cade come neve dai monti di staccato disincanto. Eccoti, scopri di esser sola, sì solo sola, per tua decisione cadrai tra altre braccia, scorgendovi, come al solito niente di importante.

E se altro invece accadrà, se dal fossato verso il ponte ascenderai, la voglia e la disciplina le troverai.

Altro in conclusione. No mi dici,

poi non rispondi più 

e nel silenzio sgusci via, oh scia di petali blu!


Passo repentino

Passo repentino, piede estroso, solo assetto di università, assolute immagini

e poi vita.

Oh, mia grazia, lieve scalza, pura verità, il tuo occhio socchiuso alla luce, abbaglio!

Secca quiete, da sera il vestito, sul ciglio della nostra scalpitante calma.

Oh il ronzio, frastuono sensazionale, il tuo bischetto, discolo, sintattico volere!

Ah la gloria, somma sale sì, va, vola, spinge intrepida al furore, sospende intatta la veemenza (e che lo dici? tanto poi lo scordi, lo riaccordi, lo ristagni, lo cestini e lo rinfranchi)!

Sì la rabbia sommersa, poi l’Egitto, la maestranza (solo non puoi sintetizzare, ricorda, in toto il discorso battendo la bacchetta sulla cattedra furbetta).

Dillo allora, dillo allora, parla ancora, fallo solo per un po’ almeno, oh dio è questa la storia! La nostra sempre, tutto in te,

santicchiante reciti il sermone che dici norvegese nel tuo apatico e irriverente oltraggio.

Oh piccola sì ti sento possente, però,

distorta, oh mia stilistica, sono alla sinestesia dei sensi!


Gocce di acrilico


La macchia sul libro e l’odore d’incenso. Una catasta di gesso sul camice togato. Allo zenit l’aurora decadente. E scariche elettromagnetiche.

Uh uh..ah ah..eh eh..zum..

E' iniziata la giornata quindi la notte della ragione a scansare realtà qui e lì, euripidee banalità di modo che sentii la forza di Amon Ra. Tra l’house, il metal e il minimal.

Poche gocce di acrilico impresse su carta velina e il tempio fluido col Dakoticancroidea fugace sul messale. Successe nel centimetrato istante in cui all’interno del bunsen diluii i camei.

Scorsi l’erbetta ai bordi dei viali e sfiorai le ginestre sai così, credo fosse mercoledì.

Il fumo resinato in vaschette da cento lire.

Presi le scarpe con noncuranza? Lo dici tu! Posai l’oggetto del desiderio sul comodino. Scranno voltaico di camoscio, vate igienico, bocciolo mio.

Dov’è il tempo? eccolo nell’emisfero sinistro, lo spazio nel destro allora la storia è al centro. Ipotalamiche follie di te,

neofita nichilista cambia rotta un’altra volta. Non distruggere il vapore del mio verbo. Stringilo intatto, afferralo e spillalo.

Accendo la tv,

pensando a tutto ciò, 

che diamine il west, meglio il pigiama party, va. O santi numi chi sono questi imbecilli ebeti già la mattina, che confusione, sembra non voglian perdere le poltrone, demenziali!


Preludio

Ecco il punto morto dell'introito di universo, il punto sociale in cui il capitalismo ha marcato il suo finale. (Monti, Berlusconi, Grillo, Bersani o altre facce da rinale).

Ecco è questo il punto, via dalle correnti inverse del nostro pensare che vi rende soltanto concime, letame.

Capisci bene che vuol dire senza prospettive, senza stabilità, senza possibilità di risultanze ricreative, vero sviluppo dell'umana percezione.

Bruciate e cremate!

Se davvero senti di poterti liberare spezza le catene e fuggi, se davvero pensi di potercela fare a distanziare l'assolutismo statale, alzati, cosa stai ad aspettare?

Che buon senso può avere una vita in un call center o in un centro commerciale, o tra bulloni e carichi o tra pratiche da sbrigare.

Tempo perso a servire chi non ci può arricchire ma si serve di noi per creare crediti, imposte, beni da alienare oppure denaro inutile e da utilizzare per l'acquisto di congegni che non ci fanno più pensare, ragionare, discernere e capire.

E la felicità un diritto impresso in un Paese che è figlio di futilità, gli specchietti sono i soliti e voi siete ratti, ratti italiani pronti ad abboccare ad un'esca sociale, un delitto efferato, le gambe delle miss, gli inciuci dei calciatori o il traguardo raggiunto da reality realmente ebefrenici ed ebeti nella cernita culturale.

Fermati un attimo.

Rifletti.

Chi è il vero pazzo chi ha percezioni al di là della natura umana o chi mediocremente si ferma allo sguardo fugace ed è vittima di volontà aliene a sé e frutto di un cervello commerciale.

Ecco il punto.

Non capisco come facciate a non sentire un moto interiore, una forza sovrumana che ci spinge a far ciò che vogliamo.

Il vero è nostro personalmente e ce ne sbatte il cazzo dello Stato e della gente.

Continua, continua, la lotta continua.

È vero soffrirete, ma non vi arrendiate rifiutate soprattutto il compromesso.

Sorge il virus e il darkchimera, l'officina nove nove, l'hydra mentale, il kobra, moto cyberpunk.

Continua, continua, la lotta continua.

Veste lucida, inaudita svolta sovrannaturale, estensione della mia memoria, eterno percepito, io figlio di ogni età mi alzo per dire, le stenografiche teorie sono passioni celebrali etereamente impresse nel vostro Es.

Qual è il motivo della atonia, dell'apatia, della troppa serietà? fumate l'erba, fumate l'erba insieme e poi ragioneremo.

Qual è il motivo per cui il vero criminale è chi è di una classe sottoproletaria mentre batman politicanti ed ingordi parlamentari si ingozzano dei soldi? qual è il motivo per cui le banche decidono circa la felicità di un uomo?


Porgi un saluto


Porgi un saluto scorta appena appena dal finestrino, con forza accenni un sorriso, ti porti dietro in una valigia il tuo mondo fatto di carte stropicciate e sbiadite.

Dici a te stessa guardando allo specchio che il volto pallido è ora paonazzo, che forse il trucco celato del tempo rinvigorisce il tuo sguardo adolescente.

Ed è apparenza quella che conta, ed è sostanza la forma.

Il treno parte, la pioggia battente, come godi a sentirti addosso l'aria di novembre, respiri piano e dal tuo canto silente un'allegrezza si spande.

Adagio ma non troppo il motivo che ti ha sedotto, hai perso il senso, lo trovi nel domani guardando l'oggi con i soliti capricci da ragazzina. Ed è già sera,

si inumidisce l'atmosfera del vagone, sei la padrona del tuo stesso viaggio, la meta altrove ma volgi i tuoi occhietti alla mia immagine fissa nella mente.


Partenza


Estrinseco fervore, direi quasi vita profusa ma così carinamente lodata come vittima disillusa, poggi la chitarra sul sedile, ovvio,

che sentore di nostalgia del ritorno già prima del viaggio, cambiamento epocale, direi livello taglio di capelli sfoderato, nuovo e dalla critica non commentato, ode al dissapore, all'odore di gelso, la cannuccia viola, bibita chiara, dolce limonata ossimorica, l'infinito a tre passi non più due, simpatica! ma la rifacciamo, non vedo l'innovazione né l'energia, si sente non si vede? va bé sinestesia, guarda prendi quello che hai scritto e gettalo via, sono serio, non sprechiamo tempo, il tempo non si spreca anzi sei stimolante,

credo che quell'anello mi dica molto, prova a sfiorar le corde con lui, magari funziona, anzi lo sfrego un po', che brivido, che sensazione, l'infinito ritorna condito, lo vedi picciola si è di nuovo avvicinato, stringimi forte, non reggo l'impatto coll'assoluto,

possiamo accendere una sigaretta, un tempo fumavi anche tu le pall mall, tieni l'accendino mi treman le mani, sto confondendo le famose e care realtà velate, eccoti il fuoco, la fogliolina brucia, pura intensa veemenza in quest'istante dell'aspirazione, e quando cacci fuori io scompaio, parte il treno, ci rivediamo,

tranqui.


Passeggiando a tarda sera


Vorrei protendere le mani mentre Argo in simbiosi con il cielo alimenta i suoi occhi ed una voce intensa dice di rilassarmi, di placare le paure e tenere a bada gli entusiasmi.

Un passato ritornato, il menestrello alla corte stringe a sé l'ultima nota nel cadenzare sorridendo la provenzale parola.

Il solo pensiero espande fluido, il chiarore del cielo e la cascata illusionistica sono passi non distanti dal trovare pienamente sé stessi.

Che svalvolata macchinosa, sei pura come una celestiale rosa, gli sguardi cobalto sono intuizioni delle precoci velleità.

Un ragazzo e una ragazza sorridendo, spersi per attività di sostanze nell'oscillamento di ciondoletti in cattedrali, dai soffitti, dalla cupola, dall'arrivo in penombra della nostra luce.

Mille vite, dalla riviera ai decumani più attitudini, vedute e stili, mode feconde molto più dicevo, tanto maggiori dei berlinesi ardori.

E Fredrich dice assaporarlo, assaporarlo un po' alla volta, meglio l'ozio greco partenopeo e creativo che la razionalità positivista di una parte minoritaria di filosofi pastori, prussiani, alemanni, della Bavaria, della fulgida sonata, il professore scambiato per una spia nei vaneggiamenti, dice cosa c'è, cosa c'era, lo ripeto fluido vitale, lo ripeti, c'era il mare, talvolta tramutato in un tranquillo oceano che è transitato con lieve paura di attacchi di squali, Giona visse nella balena, ma la mia guida mi accompagna, al risveglio solo nella stanza, nel sogno arrivo sulla spiaggia.

Vibrazione, tutto è onda ora, lei è violetta e mai domata, gruppi, gruppi di ragazzi ad aspettare senza incrociar le braccia, un rullio di tamburi, un rollare, un saperci fare, chiese abbandonate l'altruismo d'equilibrio del volteggio dei birilli, ballerino resto fermo mentre voce e penna scrive, ballerino di penna.

Porre come rimasuglio del pensiero un sentimento inviolato, non ti trovo se dipingo l'astrattismo e se mi pongo in sinestesia ad ascoltare i colori, molti non a torto vedono rumori.

Porri e vuoti incudini alle stazioni, pomodori verdi fritti, tanti patti coi crumiri, scioglie il ghiaccio il disilluso mentre accenna ad un saluto steso a fili della strada, come dici la ritmica è cambiata.

Il metronotte nel settantotto si orientava male, bici e stelle cadenti tra le strade.

E se il futuro può anche arrivare in ritardo e se chi vive è una ragazza d'Europa dimenticata allora sono certo unendo il verbo vacillante, tutto il resto è già vissuto,

l'aforisma in un saluto.

Immagini svolazzano tra la folla, non si è mai troppo vasti in funzione topografica, talora il mondo è tabernacolo ed il Nilo nasce nell'estremo oriente, l'Etiopia è al di là dell'India.


Il lamento della virtù


Se scenderà questo lamento tra le vie con quel furore che connota il mare in tempesta, se capirò che tra le pagine non hai lasciato il segno, proteggerò il candore della vita stringendolo semplicemente, lievemente tra le mie mani.

La virtù nella sabbia, tra pensieri nascosti, senza tanto sperare in quanto suadente riposa in dolori più agguerriti delle lance.

E poi, fuggendo l’anima da quegli ostili spiriti, mi chiede venia il cuore ma stavolta senza stupirmi. Intorno c’è tanto vigore e quell’oscuro rifluire di sangue nell’inchiostro

(protegge quella macchina divina il pathos della fortuna).

La virtù senza rabbia si è assopita di nuovo, si è rinchiusa in stridenti parole annebbiate dai tormentosi bombardamenti.

Me ne andrò via senza lasciare sparsi i fogli, con quel sapore che distingue il chiaro valore delle cose e piangerà lo specchio, sentenziando un mio ritorno, dei canti irsuti, degli astri perduti.

La virtù si domanda se va bene così, se ha lasciato lo spazio al caldo invadente ed al risollevato refrigerio della mente.


Altalenai privo di un motivo


Altalenai privo di un motivo, senza dirlo, senza sperare nell’epilogo come immaginavi rauca. L’erba, la radio, il vuoto, l’orbita celeste. Poi…

non ascoltavi mentre chiedevano cosine semplici e tanto fragili. Fragili come te.

Riprendeva l’acustica e nitida pagina socchiusa ma melodicamente valida. Al passaggio delle valchirie strambe con campanellini e non destrieri, ticchettio e non scalpitio.

Tu dai ancora fiato di traverso. E subentra la regina. Piano piano a tre code avvolte in sé, schiuse in sé,

mette calma ai piatti, per un po’, giusto un assaggio, e riprende il crescendo di Gregorio, organo nuovo baconiano, vespertino.

E finalmente il ritorno impoverito e in sé disimparato come quando il virgiliano ascendeva componendo dagli ovini e dai cereali. Che ora, ora per davvero arricchiti sfioravano i contorni agresti.

Poi giù per terra.


Chiudi gli occhi ragazza


Chiudi gli occhi ragazza, non percepisco che te. Dillo ancora, dai dillo. Fai di nuovo quel cenno.

E le spiagge lontane e le luci soffuse.

Vai avanti con garbo, io non aspetto altro.

Le chimere sconfitte, i sigilli distrutti o sì!

Continui incurante, vola lo sguardo distante ormai da me.

Sai sono sincero, sai dico sul serio come ho scritto inutilmente altrove no…

e tu non ricordi.

Ovvio dai, non ricordi!

Ovvio dai non ricordi!

Ovvio, sì, più che puerile.

Terribilmente puerile.

Assurdo. 

Ridicolo.

Ridicolo come il mondo, dicevi al bar. Tra le azzurre cannucce criticavi un po’ tutti, yeah.

Non avevi rispetto, che ti importava del giudizio, yeah.

Il tuo ardore svelato nello sguardo stregato. La tua lacrima lenta, solo per vendetta.

Infine le nostre parole sfinite sui binari.

Dì, io non metto il punto


Finsi di non ricordare solo per assecondare la tua indifferenza di sempre.

L’arbusto vidimava la tua scanzonata orchestruola. Su tamerici incantevoli ti rispecchiai mentre tu come sempre ironicamente sorridevi per poi sprofondarmi nuovamente nell’oscuro oblio. Anzi quel sorriso era una repressa risata di gusto occultata e come vedi ti ho capita. Io scompaio con faciltà, tranquilla, non mi va l’inopportuno avviso sincronizzato, perciò partecipe del fatto che tu, astuta bestiola, strappi ‘sto germo-germoglio e lo divori. E per di più, ti sta indigesto, manifesto della noncuranza.

Ma il calcolo lo feci, ah triste destino, amarti fino all’osso ma che disdetta, respirare in ebbrezza etiche etiliche,

le tue parole sono sempre state per me tesoro taurino.

Allora come va? Dimmi, che fai di bello? Sì, tutto a posto? Mi fa piacere, scusa posso? L’accendino, il picchetto, oh mio dio, tutto a posto?

Sono libricini che frullano ed inauditamente ti lodano. Lo scalfiscono il pensiero,

sì sono io che bramo te eterea, sono io che cerco i tuoi sguardi. Che bagliore!

E tu che pensi in questo momento, tu che non leggi ciò che scrivo? Io sono assopito negli intrecci metodici ma sono sincero.

Se solo un istante mi hai pensato, sono rinsavito, se solo un attimo hai letto, sono rinvigorito.

Che penso? Dai, nulla. Che dico? Esplora per capire (e te lo scrivo dietro il tuo ritratto).

Se con la penna per caso scrivi due parole che riguardano me, beh non cadranno a vuoto.

Ma tanto tu sei protesa in altri effluvi e interessi. Non pensi di certo al mio fiato perduto,

comunque guarda io ci sono, quel respiro fugace lo scorgi per sempre, lo scorgi nel vento che rinfranca la tua pelle.

E allora se non mi firmo lo sai, se leggi ignorerai come hai sempre fatto.

Dì cara allora. Dì, ma non metto il punto.

Alba lieve tra le foglie


Alba lieve tra le foglie, ho sognato guardando tra gli anfratti dei pensieri tuoi distratti. Manco è che lo abbia fatto così, per dire, o soltanto una volta.

Poi ho spento e parafrasato i tuoi versetti ribaltando le metriche latine, tra i cori dell’aurora.

La mano scagliava prime muse in alto e pei cespugli ed io aspettavo in silenzio la tua venuta e nel frattempo scrivevo e divagavo.

E dillo se vuoi cestinare la fitta nebbia.

Al chiarore delle nubi rossastre risplende il mare fulgida spuma e richiamavo obnubilate verità celate,

tu le scorgevi e più lo facevi, più mi accorgevo di esser stato talmente inutile, come dire... superfluo se non di disturbo,

sei grande, infinita, immensa, senza di me, molto meglio senza di me.

Allora quale è il mio posto, naufrago scalzo, fuggitivo d’amore, tra le rovine di una rivoluzione senza tregua né alleati.

E qui pongo, sì lo pongo io il punto, momentaneo magari, sì momentaneo, la ricerca del tuo sguardo senza sosta continua ed ormai vivo solo per questa ricerca.

E poi, e poi,

punto.


Bastioni bellici


Eccola, bastioni bellici, incede con lealtà.

Cambio repentino. Ma lieve ritorno.

L’armata lontana si percepisce appena, no, non è ancora qua, ma il sapore dei rami è fruscio diverso, aspettiamo immersi tra gli odori incantevoli, incontaminati, la foresta nera tromba realtà mascherate, mentre avanza, avanza e non si sente, questa gioia ci raddolcisce, ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna, ci sbandiera gaudio dagli occhi alteri. Assopiti, ondeggianti nello smeraldo, le baionette sono un inciso.

Ma un rumore strano si avvicina, non è un grido di guerra, non è un urlo di vendetta, sembra quasi il proseguo di tale armonia ancestrale.

Ma gli zoccoli.

Eccoli, eccoli furenti i nemici. Alziamo l’asta. Si va, lance, spade sguainate, si va, saettiamo, marciamo repentini, affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo, all’istante.


Voglio te, tra le mani


Ero solo tra la sabbia e batteva la speranza sui tuoi vetri di soffiata,

come sempre il sentore di averti amata, ma così tra i capelli, tra i silenzi mentre giri per intero il viso sincero.

Finisce il possibile incanto tra noi, da sempre annebbiato, molto bene, davvero, vaghi tra i tuoi frivoli pensieri, tu sei l’unica amore, sei la sola sconvolgente, io ti osservo fra i germogli della virtù.

Ossigeno sgorga in te che passione, che…

e nella situazione non so, quel divario della sorgente in comune tra me e te, io guardo, sì la guardo solo, solo ancora nella stanza, distratto do un’occhiata alla finestra, e sei là, tra le nubi arresa e fiera! Oh, sì, oh! Oh sì, sei tra le nubi, mi chiami, mi sussurri, colle penne tra gli anfratti del mio cuore, le imprimi macchinosa, ti dilunghi estrosa, oh la tua incantevole girata di volta, di archi, di riporti, ossigeno, ancora,

voglio te, tra le mani.


Porgimi gli affanni in assonanza


Cos’è?

Non credo il cambio stravolgente della pioggia dagli occhi, così per scadimento atroce, per sopito dilemma dalle mani, dai canti antichi disincantati,

neanche è un rimorso, come sogno, come rostro al centro, al vertice qualunque oppur in aree protette per gioco perverso.

Sono forse le smagliature del frastuono che già vanno sicure in conclusione mentre tu diffidente cambi accordo, dal rock al folk poi al rock, ma dimmi, tu dove sei? Tu che sei prona sul letto ad incantare ammiccante, do7 sol.

Infondo la decisione è stata presa, sentenza inflessibile, nessun gravame possibile, tra noi solo silenzi, incompatibili, diversi, magiche manie involontarie, sì, magari anche il cofanetto e le tue gioie stampate tra labbra violacee, tra il mascara dark, tra i nuovi indumenti. Avvinghiata tra collane e piume, sincretia, sì, dai, lo ridico, metti la gonna zingaresca, metti i braccialetti turchini, quelli alabastrini, quelli iridei, poi infine quelli con le borchie,

e sì.

Sarà quel tuo mah a intrigarti vanitosa, o anzi quel sospiro di velluto, quel baratto arabesco, quell’intarsio da mercatino, e poi, e poi un paio di vinili, o diamine l’artista, proprio non ricordo il nome, credo robetta spagnola o francese, panteista quindi o dada, sintetizziamo, dai,

anarcodecadente, 

vana suadente, scanzonatamente, poi batte il piano lontano e forte, t’aggio voluto bene, assai (quell’assai lo dici tre volte).

Ci vediamo ancora? Certo, ci vedremo nel momento in cui avrai finito i tuoi giorni (dio che bastarda), quando l’anima si ricongiunge al corpo (ma non è già congiunta, mah, e questa volta mah lo dico io), quando magari non sei più tu nemmeno (io credevo che alla fine lo trovassi me stesso non lo perdessi, continuo con i mah, no dai, faccio uno smile da sms), quando percepirai l’assunto e lo comprenderai in contemplazione.

Con fumetti persi tra i denti che non mostri, nel momento che sostieni il campanile trecentesco ricco di scritte, ah gli artisti di strada, ci pensano già loro, tengo nel palmo il tutto, porgo il patrimonio decumano, parlo invano.

O infine canticchiando di nuovo,nell’istante in cui ti scuoti, fulgente neopalestrina riproponi i tuoi contrappunti gotici.

Scenderà la foschia in pieno luglio partenopeo per serviti un paesaggio condito e tundreggiante sottomesso ai tuoi voleri, poi un ululare scandinavo sarà indipendente dal suono germanico o vittoriano, sarà quasi similfinnico.

Nell’ipotesi cambiassi idea, sai dove trovarmi, porgimi gli affanni in assonanza.


Straripato il corso diurno


Straripato il corso diurno, incantevole magari il pallido selciato e il taglio del disincantato errore.

Hai cambiato le damigelle del tuo palco, hai riscosso da esattrice scaltra le promesse della sabbia.

Al confine, al limite illusionistico del mare, l’arco teso è disarmato dalla lacrima.

E dallo stesso scoglio guardiamo il sole quasi come se ignorassimo i nostri stessi sguardi, le palpebre dilatate, lo stupore, il clamore, poi più niente.

Ed il flutto schizza attorno, la violenza di una sconfitta, il palpito di un cuore affranto, diretta weltanschauung, inversa indifferenza.

Io mi volto ogni tanto ma tu continui ad osservar dritto.

All’imbrunire il suono non è lieto forse lieve, dolce, ma atroce.

E noi immobili, il giorno scorre, già passato, niente da dire, tornerà la tua sera novembrina l’inoltrato e oscuro inverno, non è un anno preciso, forse un sogno, ma in quest’attimo strisciante sento gli occhi tuoi sui miei.

Ma ti innalzi, mi hai guardato e ti sollevi, la tua roccia ora è da raggiungere ardua impresa per me,

resto qui solo senza la tua presenza ma col sol conforto della luce tua tenue,

per sempre.


Traspare in filigrana il tuo sorriso


È necessario partire, il problema comunque è dove andare, mentre nel frattempo si esclude la vanitosa discendenza, stirpe reale o claudicante effusione dalle labbra.

Un sadico piangente a mo’d’albero d’altra nomea non l’ho valutato, tu l’hai invece conquistato ed io per discrezione lo translo sul tuo corpo, o che perfezione, girati di lato!

Ipotizza anche un repentino tumulto, lotta per il pane, crisi universale, l’economia domiciliare porge due bazzecole le incolla e poi le scrolla, le violenta fisse alla parete, viola il tessuto, o ti prego esci Marduk il signore ti attende, Shamash e Ishkur fan perder tempo in epatoscopie, ornitomantiche direzioni dell’adagio sovvertito in tala jazzistico ritmato, ciclico e fuorviato dallo sbattimento repentino del maestro sullo stantio, sul plastico scardinato ad uso torta nuziale,

deriva pure il crinale della quiescenza, estingui il negozio vessatoriamente, ghirettina inconcludente china ad occhi chiusi sul volumetto da Thorah o sul Gilgamesh, sul piano inclinato dall’inclito furente Beowulf il piè veloce, raffreddato, incappucciato, incatenato, spigliato, ulissico e tallonato con garbo matrimoniale, fitto dardo astrale, e sotto il canforato abbeverato e dissacrato, sminuzzato ha bazzicato in osteria, ah le birette egizie al gusto d’orzo!

E poi detto questo prova ad abbozzare la raga caucasica che mi ha fatto spantecare, anestetica erbetta da villetta, analgesico intruglio millepiedico da iannara, sintesi del flusso australe, ipnotico vento aurorico e luciferante, spasmo da fenicetta, eh eh, riattacco la musichetta.

E mentre tu tracci silente ciò che dico, traspare in filigrana il tuo sorriso.


Tesoro occultato: regresso


D’accordo sintomo d’affetto è il mio scalpello che ti plasma mentre dalla materia sgorga la tua radenza che dallo sbieco di due occhi rianima l’ebbrezza e soffia lieve tra le narici ed è già essenza mistica e movente che oscilla a Siena con fuggenza maledetta, che scalpita trattando coi teocratici distratti e presi da faccende materiali, scisse le parti basse dall’intelletto per godere senza rimorso, con nonchalance.

E quindi tu ti sbatti in stanza, capigliatura dalla consistenza e dall’effluvio umido di terriccio, scagli la lancia contro la parete, piume al vento, sintomi di astinenza dall’amore, dal dolore, dal sapore delle vita, sì lo dico, sei distratta ridipinta dalle rose magramente scabrose e candenzose ma talmente pure e fini che li perdo due minuti in estasi librata e temperata, mai sofferta, forse persa ma comunque lo ridico, vuoi un quadrifoglio a tre punte, la fortuna ti ha abbandonata, non lo cogli, non divori più quell’erbetta del parco al centro o forse al vento, sì senz’altro, è più corretto, dire mah, non ci capisco, saltiamo un rigo, ha senso lo stesso, se tu lo vuoi lo contrastiamo quell’animaletto scialbo e biascicante, un po’ valente, un po’ criptico, inlinneo, indeclinabile, allora schiaccialo, distruggilo, squallido insetto dai sei occhi, aristotelicamente a quattro zampe erronee, detto da altri, da lui, dal dito proteso verso la realtà sensibile, o santi numi come è osceno il riporto del cantato, dell’arioso, del focoso, maldolente azoteiforme, primordiale, scintilloso, e poi estroso, comparativo, come quando in sincronia sbatte il tasto del piano e della scrivente e tu continui ad agitarti, a sbatacchiare i capelli, non li vedo, ma li sento, il colore, la costanza, la temperanza sovvertita e maledetta.

Sì ma la partitura, dì dov’è? Oh l’hai persa! Che sbadata, dammi l’indirizzo, io l’ho sempre saputo ma lo voglio recitato a partire dalla genealogia, dallo studio filologico del verbo, quattro punti di sopruso, tre di sospensione, due d’abuso, uno è omega allora dici, dov’è l’alfa circolare, che hai capito non l’alfetta d’altri tempi, non la statica dei fluidi immobili, nulla scorre.

Eh...ok, aggiudicato e passato in giudicato, l' offerente lo ha preso a quattro lire, nel volume l’ha nascosto quell’oggetto d’antiquariato un po’ sciupato, un po’ segreto.

Stop.


Resta lì per sempre, Sognatrice


E soffia il vento sulle mie attese, l’inverno alle schiuse porte gelate d’acciaio, smuovo la mia copia degli Acheron dal variegato sapore e mi chiedo se la notte mi arde lo spirito o è solo vaneggio.

Sì, sì resta in sospeso, piccola senti i miei dialettici fasti di marzapane e resta distratta con la biro tra le labbra, inondata da simpatiche fluorescenze, le mani violette e paonazzo il volto.

Io nascosto dietro lo scaffale polveroso mentre tu annusando la dolce e docile carta-foglia ti accorgi appena di me e non volti il capo, continui i tuoi affari, i sensazionali e sensati miscugli di senso ormai gabellati neanche più compiuti, lasciati a metà, tra sogno e realtà, tra vero e irreale, sciocco e naturale,

poi toh, obliquo lo sguardo di traverso e ti sormontano maestose ali svolazzanti alle tue spalle.

Oh, maraviglia marina!

Oh, candore celeste!

Oh, oscuro fiero, altero e diretto atto dell’indice e medio incrociati e balzati in etereo diletto lì intorno!

E i desideri li indovino appena, respiri tra affanni sicuri e colpetti atonici e senza sorridere crucci le guance, sei grande ma intanto sbatte, è un sussulto consequenziale ma tutto il frastuono è solo nella nostra mente elettivamente affine, selettivamente scostante,

invitante infine il diniego assenziente che liscia i capelli precipitati sul viso e non ti dico più niente,

ti prego, resta, resta così, già ti vedi riflessa e minuta, presenza voluta, il tuo corpo trasfigurato, godimento di sé.

E vai già lontano, sognatrice le mie parole sono in questa sera tenebrosa solo per te, magica tenue luce, non mi scordo, ti ammiro, ti guardo ancora, resta lì per sempre.


Dicembre Bavarese


E dai, non lo so,

cento grammi di follie sotto il campanile del cielo,

credo sia impossibile interloquir con te compiutamente, facciamoci un’altra pinta, folleggiando, Monaco e la Baviera conquistati solo per te.

Pongo lieve assedio, tu altrove volgi lo sguardo.

Ah che gelo, è quasi inverno, fallo ancora, carezza inumidendo le labbra, linguetta accorata e accaldata, frescura umideggiante.

In più assumerò emissari scaltri ma inconcludenti perché da te intuiti, o sì, magari già, ero proprio io mascherato da velo squarciato,

addenti di soppiatto quel dolcetto nespolato.

Ti asciugo le gote, tu scarichi in sbuffo indolenza su di me.

Ti accarezzo la fronte, tu stendi le dita sull’invisibile piano.

Oh, teresettamente guardi,

io ti cito il canto della malinconia, 

ma chi sei tu intermittente membrana, seduta resti ancor sulla panchina.


Campanellini


Dolce amica guarda questo promontorio steso.

Campanellini.

Dolce inabissata piangi tra sollievi spumati qua e là.

Campanellini.

Vorrei disegnare incautamente la veduta sannita per porger il limite più in là, questa nostra spedizione senza fondi né bottiglie, un paio di pall mall, nell’istante dello sbuffo il naso tuo sfiora il mio, dimmi se hai scalfito il canto restio.

Campanellini.

Dolce scapigliata sciocca e astuta ti copri di sabbia.

Campanellini.

Dolce scalmanata prestami le borchiette.

Campanellini.

Vorrei tanto porgerti le mani sulle spalle, intelaiare quel tuo braccio, renderlo a ridosso di uno spettro che se c’è magari batte i colpi ed io ti sbatto sul verace giaciglio,

non so se hai reso l’idea 

confondendo l’ondulazione delle mani coi tuoi occhiali.

Campanellini.

Dillo ed esponilo, vai tranquilla che ti ascolto, parlami di te per allegorie, poni a due passi le pazzie, oppure taci con abilità.

E vorrei sognarti desto in conclusione ricattatrice d’amore, scribacchina viola del rancore, smozzicante sentinella d’ardore, forse hai gli appunti.

Hai scoperto il nascondiglio del mio cuore ed hai appiccato il fuoco, casomai te ne pentirai allestirai un paio di tempeste, tanto la natura aspetta i colpi della tua bacchetta per vendetta,

oh che disdetta lo hai detto non ce l’hai!


Ipazia Palladiana


Come mi vedi anelito del mare?

Scopri le spalle, 

dai, scorgimi gli affanni.

Un capriccio al di là della soglia dell’amore, una simpatica disquisizione sulla noce.

Sei stata bistrattata come il sole!

Albigese!

Spaventami dai un po’, porgi in scacco i passi, delle tre essenze poste scegli la seducente, frescura dal palato magico e ignorato quel portamento furbettino e il mal d’aria che ti scaglia i carmi nel padiglione.

Sei svogliata e innamorata, ma di chi?

Sei sciupata dal ricordo e dal mio conforto!

Catara arresa!

Ipazia Palladiana mi scrolli due note legate, stupenda assolvi la tua parca funzione, l’intruglio di lumache e acqua tofana il tuo cocktail migliore, ah belladonna, viola del pensiero.

Sei imbrattata della schiuma nella sala!

Sei oriunda e romita

ma orientata!

Pura cortese!

Sei svestita sotto le stelle come orionica danzante!

Sei trapunta delle scorze di limone e di melagrana!

Docetica apparsa

Amore del pensiero


L’inverno sboccia cauto tra i rami, il riflesso del mio cuore tra le tue dita, e scrivi d’amore senza fronzoli di sorta, affidandoti al Fato stolto,

oh la volta cobalto! la luna!

E tu. Tu piccola dominatrice umile con lo sguardo fiero.

E me. Io alla porta, chino con sparsi i fogli tra le placche del marmo.

O piccola aiutami a metter ordine.

Oh cielo! Non ricordi il nostro rifugio?

E socchiudi la porta, hai focalizzato gli occhi, mi hai carezzato gli zigomi, ridato luce alla mente, pizzicato la tua arpa senza profferir parola, posta sul capo la corona e non sai più cosa cerchi, cosa vuoi da te,

si riapre da sola la porta e non ho vie di scampo, rifuggo nel tuo sguardo, sai sono sperso anch’io, tu, tu piangi, tu mi osservi e piangi, ti guardi allo specchio e pensi al futuro.

Non stai sbagliando, la via è quella giusta, mia cara, penso a te, ancora a te, mentre da lontano guardi oltre, ti asciughi gli occhi, riparte il palpito mai interrotto,

ci sei, tu ci sei, lo sento, lo scorgo dall’orma sul muro, dal segno indelebile dello spray, dal vetro della finestra appannato, dall’umido della fronte.

La porta si richiude, non ho che te, amore fugace e perenne, indenne esposizione di fiori raccolti, crestomazie dal sapore di fiele e inizia l’amor mai finito, l’amore germogliato dalla brulla e spoglia diramazione del ligneo tronco, il fiore invisibile e meraviglioso, quel fiore invernale che scorgono solo i miei occhi, che scorgono solo i tuoi occhi

e resto ancora alla porta, con te, amore dai lucidi capelli, oh sì, amore del pensiero.


Sorge una stella nel tramonto


Sorge una stella nel tramonto, il mio cuore innanzi geme, alma serafica non sei affianco a me, dove sei ragazza mia? dove sei?

E chi c’è con te? chi ti stringe le spalle?

Lo sai che sei, sei la sorgente pura del mio spirito, dentro me sospiri e candidamente scosti l’aria, che movimento puro, che disincanto sospeso, che pensiero disilluso amor mio, la vita non ci dona la candida rosa, la scorgiamo solo da lontano come emblema del nostro cuore. Il sapore del vento.

Ticchettio mio dove sei? Amore livido e seducente, dove sei mia attrice, lunare effige plastica, ciondolo siriano al collo, mio speciale barlume lieve, tu dispetto buffo, paonazza e bronzina gioia, goccia vespertina, acrilico scardinato ma possentemente intriso, musica dolce nelle vene, sole notturno e gelido, melodia stampata indelebile sul vetro.

Sorge una stella nel tramonto, ti amo credo e te lo dico senza perifrasi, tanto è come staccare un fiore ed annusarlo, lo sai che preferisco contemplarlo e immaginarne l’odore, ma stasera sento un tepore che dai polsi mi invade la schiena, scende a perpendicolo e mi scuote il capo, ti prego, vieni qui con me, sogniamo insieme nella radura,

so che ci sei, 

so che verrai, se sei mancata a tante albe non potrai dimenticarti di me proprio ora che riscende la notte,

sì so che verrai, sarai qui appoggiata alla mia nuca, noi di spalle gli un gl’altri a guardare il cielo e poi chiudendo gli occhi a raccogliere l’attimo profondamente, trattenerlo e non perderlo più, per sempre insieme.

Ti amo, ti amerò per sempre!

Sorge una stella nel tramonto, senza di te la rimiro e penso, dove sei ormai non lo so, amore!

Sorge una stella nel tramonto, vago in speranze lontane con te distante, mi volto e piango, tu non ci sei, sono assordato da questo silenzio, amore!

Sorge una stella nel tramonto ed alzo le mani, saluto e scanso le foglie caduche , ti attendo e mi asciugo gli occhi.

Amazzone


L’eco lontano rimbomba tra le stalagmiti, odore di fumo e tamerici.

Nostra dama sull’orchestra, oscura e viscidamente funesta.

La gabbia dei sinceri addii che tristi rotano lì intorno, la fiamma dei cabalistici ulivi.

Follia e Dionisio, vivi nelle vene e nella scure, amore bazzicante.

Sento la forza arcana, la potenza ancestrale, la violetta scismatica ragazza.

E poi l’incanto dei pensieri, scuri dal sapore lieve.

Amore, dici a tua volta, il maestrale nostrano non è la furia scandinava dei tuoi servili temporali, succubi domani deleteri.

Sei stupenda scandita dalle percussioni, sbellicata dagli archi e dai mesti sultani che si inchinano e che fremono al tuo giacere.

Io sono qua, l’alba dell’età, l’anima del sagrato, l’ombra del segreto.

E non ho le seducenti mani a tempo sul ripiano, sgomito nell’altopiano, banalizzo i sentori dell’incauto oltraggio.

Sei di sbieco senza fiato, sei svilita e xilofonata, spiega e metti in piega, subisci pure gli odori.

Sento un po’ la pioggia e non ho quel gomito carnale, quell’archibugio astrale, quel rimpianto sconfitto, quel petto trafitto.

Resisti a quel sopruso, mangi pane e burro, scruti la soffitta e non è eclissi il sole nero, l’atomo del vero.

Ti ricordi ancora, ho lacrime d’assenzio, germoglia lo smeraldo, travalico i monti, ti guardo negli occhi, la mia testa sul tuo pallido petto, rosa ebenacea sul mento e cuore in fermento.

Oh godo alla vista della luna, oh godi al verbo incarnato, trasfigurata effige catara, provenzale sonata, tubinghese teologia, atavica pazzia, orda indoeuropea stanziale, cornuto vitello d’oro, taurino messaggio, belante miraggio, allucinato istante bendato.


Ludica la sinfonia del giglio sotto assedio


Ludica la sinfonia del giglio sotto assedio, adornava di scalzi misfatti la seducente sagoma, lati obliqui e servili inclini all’inchino pianeggiante mostravano intrepidi fermenti bellici, slacciando le vesti e tu ti spingevi oltre la guardia lasciando intuire mistero e fermento, sincero cimento.

Maglietta rossa, lastricato, poi pioggia, infine livore.

L’importante è espandere la mente, come se fosse l’universo che si avviluppa non sviluppa ma statico volge centripeto verso il vero, che è sempre esistito, non si è trasformato, non è stato creato, Dio immanente nell’universo finito, dov’è l’infinito? semplice, immagina il tondo talismano.

Indotto in meditazione al quanto soggettiva divenivo oggetto, quindi persona anche se sembra paradossale ciò è reso concreto, come? Eh eh, sono i tuoi occhi. Saltimbanco romano alla corte del pontifex maximus, se non fa ridere allora allestiamo un rogo, incendiamo ‘sto lurido rovo, depuriamo, chiariamo, cioè diveniamo oscurantisti, rosacrociani, oppure andiamo a quel paese, il paese del miglio, patate sbucciate, canarini e sottane.

Volgi lo schiribicchio di rame verso l’infuso sopito, mettersi l’anello al dito oppure lasciarlo ciondolare?

L’importante è frastornare, due o tre sofismi, in santità velate, devi sapere che dalle parole è nata la vita, la vuoi la scintilla della materia, eccola perché dunque ecco il verbo. E, dici,

la materia inanimata? Dai ti rispondo, bios è anch’essa, l’anima è ovunque, non perdiamo alcunché,

non mi credi? Allora sovverti 

un altro po’ le coperte, agita le lenzuola, allestisci laude colline, vitigni toscani, scaldini equatoriali e se arriverà la penombra non mostrerò indecisioni.

La vedi la pioggia? Batte ora più forte!


Crolla l'Impero


No, non c’è barlume, siedo sulle scale, ti vedo silenziosa carezzare il naufragare nei pensieri, le oscene scene, la nostra stella.

Arde a tempo, arde fuori l’arioso e freme. A me, a me echi ancestrali, a me, potenza indomita, a me.

E dalla sera sorbisco i dissapori, le scarpette fulgide alla porta, entri? si dai entra pure.

Tu cosa vuoi? Tu che non piangi, tu che respiri col dito, che sei di là, lontana ma ferma all’uscio timorosa e ardita, faccetta di neve.

E ti scordi di nuovo, ti viene da ridere alla follia, simultaneo il sopruso, lo sberleffo e mi sbatti nelle segrete dell’animo senza pietà alcuna, senza gravami, senza retori che esplodano sermoni o arringhe di ogni branca per me, tu credi invece parli dell’autogemmazione squamosa.

Eccoti qua, eccoti qua, sei venuta guardando ovviamente altrove, non ti degni nemmeno di entrare accenni già di andare via, di fuggire con altri valenti e beffardi segreti di marmo come gli occhietti vivi che sfiorano e non si riposano, che vedono tutto ma non scorgono il particolare,

fai ancora le tue belle generalizzazioni ma dimmi, la rosa non è meglio della distesa verdognola intorno che la contiene? L’intorno d’altronde ausilia soltanto la definizione del limite ma la stessa sussiste intrinseca solo nei petali, sai.

No, dov’è la luce? dov’è il sole? dov’è il cielo? Non c’è speranza ahimè, la scala crolla mentre rovino con lei, futile oggettino antico nel postmoderno, nel ripensamento inutile.

Noi, mai più noi, anzi mai e basta, non c’è mai stato passato, soltanto gemiti, le lacrime dal cielo carmini versetti.

Sento già che non è perduto ciò che non si è mai avuto ma la libertà lei è in rivolta e non resiste alla rappresaglia del potere quieto e subdolo, cerca un appiglio e stende le mani tese alla volta turchina, nuvole rade non ostacolano il gesto ribelle, il giavellotto o la torre dalla unica voce, la piattaforma della pace svilita dai nostri rimorsi, dall’albero dell’amore, dal frutto di sapienza ed il gusto di reciprocità e rispetto trafigge non il nemico ma il nostro stesso petto.

Ci sei o no? Diamoci la mano, varchiamo il confine anzi con la gomma pane smacchiamolo e poi resettiamolo, siamo qui per questo, tu già lo sai, il tuono non spaventerà la moltitudine sola, dai.

No, non c’è pietà, in eterno esilio dalla verità, le camice sulla cruccia accanto alle scarpe.

No, non c’è lealtà, dove sono finite le armate invidiate e indistruttibili? A vele spiegate tutti scappati.

Arde, arde e freme, la città, fiamme a gola altezzosa, via, via l’umiltà, non c’è pietà.

No, non c’è dignità, tu te ne vai, e così finisce quest’istante.

No, io non me ne andrò, solo resterò ma con te affonderò.

Finisce il tempo, crolla l’impero, crolla l’impero.


Astri Estrosi


Tu, specchio, valvola trascendente, tasto d’avorio, scala in si minore, giro ossessivo, armonica compulsione strumentale e la testa sotto il cuscino.

Tu, tu già lo sai, sulla sponda del molo sfoglierai la luna, oh frastuono di miele, oh onda spumeggiante e lastrico di schiena bianca, tondo violetto, clavicembalo alato.

Sto con te amore mio, guancia a guancia a fissare impietriti il mistero, e arriva il do, hai voglia delle mie labbra, mi sussurri.

Oh, i tuoi capelli sul mio petto! E non hai l’ortica istigatrice sul ventre, continui.

Sarà il nostro segreto l’aurora, vaneggi mentre protendi il tuo dito serrante sulle mie labbra.

L’albero esplode di vigore nei tuoi giardini, sono tuoi gli altarini.

Ascendo tra le foglie, sono superba, strafai.

Astri estrosi incrociano i nostri sguardi mentre li orchestriamo, accordiamo le falle, nessuno può fermare il nostro palpito furioso, mai, la tua veste candida sotto assedio, mistero di vetro è questo, cristalli condensati nel tempo e rimessi al vento, rimessi al senso, assi e travi urbane a sostegno dei giorni, paonazza sei, ragazza, affronta i ridenti, angosciosi fermenti, lividi inospitali sul polso violato, docile riporto, matematico sfregio naturale, vasta alleanza sui binari dalla fiamma antica.

Bacchetti la corda con forza tra le nubi, vai mia piccina instancabile, continua a suonare, le carte le puoi giocare tranquilla, sono paziente, squarcia il velo orientale dell’illusione, e sorgi luna in luogo del sole, ridona la potenza alle selve, riaddenta la mela, volgi lo sguardo alla luce, un lieve sentore sobbalzerà in te, serva e padrona d’assoluto, maestra e scolaretta, demone angelico.

Astri estrosi ruotano intorno mentre scriviamo, il piano stonato, la vita nostra sintomatica svilisce il potere superbo, sorge per sempre il bagliore pallido, nell’abbraccio possente fondiamo e creiamo staticamente la sostanza.


Serenellosa


Il carillon suona, ostile, incantata e stupita sorseggi il tuo cioccolato bianco, nessun rimpianto visto dal rifugio, quel cantuccio caldo magari toscano.

Pioverà, già un po’ sgorga la serenità, sole spagnolo caliente e sordo, l’astro nascente, dio mio che caldo, dammi un beso però serrato.

Prendi il panteismo, va bene, ma fa comunque troppo caldo, due scritti di Coelho magari pleonastici. Ermete Trismegisto, dai punta all’Egitto, mentre intrecci la tua collanina di perle, bella, grazie, è per me, iridea oserei dire, un po’ di impasto e il dolcetto è arabico, caramelloso il tuo leccalecca, il piercing e l’andatura da emo, ti lecchi i baffi invisibili.

Riccettina vola, dai, mentre afferri i palloncini, il più bello si confonde col tuo cappellino viola, sei un uragano ottagonale, allucinante l’orecchino da circo, togli le converse e sfreghi i tuoi piedi, la scintilla è la risultante algoritmica ed oligominerale dell’animo.

E lo scherzo sembra quasi finire, il maestro è furioso perché non rispetti i tempi, allora dimmi che hai un bel gattino arruffato e sbadato che ti mischia le carte e proprio non puoi studiare, passa ai canditi, formaggio filante, così dai un bacio al sapor di big babol al tuo finestrino nel traffico volgare e irreale, diciamo va’, sesquipedale.

Serenellosa la serenata, scorgo la luna, stil novo partenopeo, e tu fai le bollicine non di sapone ma di tè.

Boccolosa doppio malto e chiara, mostrami la strada, toh che carino il braccialetto!

Scarti qua e là, dormi dai un po’, ti carezzo la coperta, e la scorza zuccherosa nel palato stringe il fiato universale, così poi tu puoi tranquilla far l’elastico filetto gommoso, l’impronta del tuo rossetto sulle mie labbra.


Ohibò

Avessi fiato parlerei di te, magari in barca solfeggiando il golfo costeggiato ed ingolfato veicolo stellare, la sabbia che sporcò la stiva, vestigio umano del ricordo, padroneggi con rispetto il mio timone, nocetta buffa, vocetta candida e serpentina cassi le mie casse con rinvio, formale l’errore illogico il dolore, manifesto marxista infondato.

Accendi la siga e tiri sorridendo, il tuo fumo appanna i miei occhi portali, in sogno portuali appigli sepolti e sepolcri, spogli nichilisti da canarini che tu sai, sbottoni la camicia in trance, meditazione ondulata, e già!

Dagli un nome a ogni creatura, va be’ ma questo è proprio brutto, il suono fonetico deriva dall’onomatopea, fumetto primordiale e astrale, studi la parola e allora, perché babeli ancora?

Il gruppo clanico cambia forma non sostanza né apparenza, vedi l’allitterazione tra suono naturale e pronuncia umana vocale, costante consonante, impronunciabile e sonante, il nome di dio lo puoi intuire, e la cravatta non ce l’ho.

Un altro paio di tiri perché me ne lascerai due, già lo so, mi offendo così però, contrasti la trinità, la verità non è duale o manichea, ma unica perché il dispari alla lunga fa unità, l’infinito è un otto capovolto, pari ma impari dunque impuro, cadi in contraddizione, accendiamo un bel falò e ammettiamo l’inesistenza del pari allora.

Piangi ma che fai?, ti disperi, in realtà mi accorgo fingi e poni il piede sinistro in avanti il destro ben saldo e dai fiato al fumo: esiste tutto quanto, il pari in realtà è disparico in disparte quindi dispari se si completa, dunque il pari è parte del dispari risultante e di conseguenza l’infinito finito incompleto.

Ohibò!


L'intro pensa se stesso


Ti incontro, ti scorgo, vedo i tuoi occhi spalancati e abissali, sorridi, e poi…

Insieme tra le gemme, il silenzio intorno è irreale, innalzati io e te, tra i segreti nostri domani imperscrutabili ma chiari, comunque vividi per noi che siamo… voltati guarda, spacco in sezione aurea, le mie valige, la tua effige plastica.

Tic tac, tic tac.

Noi qua, faccio il suono vocale più intenso, si presta meglio, canzone che pensi te stessa vai, il progetto sentimentale assoluto, karma intrinseco, e piangendo sdruccioli ciò che c’è cioè, non so, perché il ritmo incalza, o amor e viaggia la mente lungo i nostri boschi, le bianche nubi cherubiniche dove finalmente trovi l’accordo fatale, l’altisonante verso vitale, e vai via, resti qui comunque sai, e poi in ogni caso materialmente tornerai, fiduciaria del cuore, vassalla dal sapor di neve, riccetta ammiccante,

e riparto in sol, vado verso ciò che non so, la simpatia e l’intrigo tra me e te, mostri pietà.

Va, lento va, il motivetto che è un passante battuto e infreddolito che si avvita sulla scala metafisica e lo vedi meglio, la testa è capocchia di fiammifero rubino e poi il din don ticchettante.

Tac. Tic.

Urticante amica, bruciacchia il naso ardita, vai cambia tonalità, le sentirai le mie storie, sono simili a ciò, linee melodiche che si rincorrono, si cercano, si scrutano, poi infine al momento di accostarsi, senti là il sapore del bacio quasi vicino,

prossimo, 

senti il fiato sul tuo, vorresti incrociar le labbra, ma il dito continua a salire e discendere, sembra lontano, ma ci distraiamo ed è scintilla!

Ah passione! Vampa umida elettromagnetica in corrente, vero archè, l’energia secerne, potenza cosmica, vero archè dunque il bacio e lo sai dura un istante, il verbo del principio insufficiente, si arresta il sistema, non è attimo, non è tempo è nuovo logos, è senso della vita, anima, spirito dunque anima in azione e materia a un tempo, genesi ed epilogo, punto immisurabile, scena indipingibile, melodia appena intuibile, infinito!

Ah passione! Dionisiaco, apollineo e poi hermetico, potenza dell’amore, vaso colmo e vuoto di ogni nulla, arcobaleno a banda da tredici colori in filigrana, bello e buono a un tempo, essere e dover essere, immanenza e trascendenza.

Ah passione! Veemenza e temperanza, riso, pianto e poi sorriso, liturgico ed orgiastico, canone, precetto, disciplina, volontà e azione!

Ah passione! La pace!


Evanescente il dolore spento


Evanescente il dolore spento, la rosa dischiusa in silenzio.

Dolce effusione mentre fissi la tela.

Vorrei scrivere effluvi, vorrei partecipare al simposio tracimando lo spirito.

Sognami.

Quel canto elevato mi scuote. Granelli tanti quanto i giorni in giovinezza.

I segni del tempo sul volto cedono alla potenza del bello.

Le palpebre sbattono al vento, portoni di cortine incartocciate, sbadate e sincere mentre studio i tuoi sguardi di sbieco, tu assisa sul bordo della fonte centrale.

Ragazza guardami ancora, sono nel punto genealogico delle realtà oniriche, ditirambica, filippica, estrosa e sofista.

Tu, prediletta dai numi, il mio fiato è per te, io frollerei solo per un tuo fugace approccio, uniti, indelebili, te lo ridico, sei la voce che da corpo ai miei pensieri, la tua essenza mi guida solingo con verga e lanterna, ed io non posso tradirti o abbandonarti, non voglio.

Sussurri come brezza d’inverno, la tua voce non copre il gemito, lo vuoi il mio cuore? La mia anima? Il mio spirito? Il mio corpo? Materializzati allora dolce eterea, la tua voce intensifica il suono, diviene strumento essa stessa, e allora drummeggi e sorridi.



Iannara misteriosa


Proclami l’inverso come assorta, l’incubo si raddolcisce in un istante, l’eremo tra la vivida vegetazione, l’ermo domani.

Imbellito il vascello dei pensieri, l’ultimo eco è risuonato, dardi di fuoco in campi di spine, non diamo spazio abbastanza all’incanto del dominio senza armi e armature, con egide dagli occhi gorgonici, nemici atterriti, la spada del verbo, la ruota dentata con te minacciata.

Iannara misteriosa vai senza aspirare, fuma tossendo, precludi un assedio, tranquilla, l’aurora è vicina, già vedo venere e luce dell’angelo ribelle, già vedo il fuoco e la maledizione, il grifone che rode la bile, incessante il dolore, ciclico il riapparire con fasti dionisiaci, con mandrie gelate, o dissi offuscate, il frutto e la conoscenza, cioè consapevolezza e libera scelta.

Poi il brivido dorsale, certo ci vuole, e ti affanni a rinsavire, vorresti trovar la formuletta anche per questa sconfitta benedetta, allora ti alzi austera, aspetti i canti di gloria, le sonate del furore popolare, dell’arca trainata, tale sembra il tuo perverso sortire.

E mugugni trasognando nel vuoto della stanza, la radio a mille, a mille il cuore, lo tracci un sorriso, cominci ad inveire, a spegnere il verdetto di fuoco coll’umore del corpo, ti arresti improvvisa, la pelle che freme, la luce che accenna,

spegni la lampada, scaldi le gambe col fiato, slanciata in avanti coi muscoli tesi, gli occhietti furbetti, la piazza in fermento, l’odore di polvere e vento.




Dal Caucaso spedizioni albeggianti verso il tramonto


Dal Caucaso spedizioni albeggianti verso il tramonto, ampiezza frontale e vigore, radure di primi eredi edenici incontaminati rubicondi ma pallidi, nubi intorno alle loro parole, eroi dimenticati, gelati, equilibrati, ragazze avorio ed oro bianco sui ciondoli e il volto vitale, lo slancio floreale, sonate martellanti ed echetti in falsetto, marce di pace.

La falena variopinta sulla spalla, l’anello intarsiato, coleottero libero.

Nella vasta distesa verso l’ignoto, l’indomabile vuoto sarà colmato, il messaggio di speranza proclamato, gli strilloni in silenzio loquaci mostreranno il percorso di verità.

Urlettino soave, scisso sensazionale Liocorno, regno dei magi, foglietta di sapienza autunnale col verde scalfito dal viola di transizione e rivoluzione.

Proseguiamo maestro, non indugiamo l’orizzonte è vicino, la ghiacciata terra a tre lati sul mare, la caliente terra a tre lati sul mare, l’una di fronte all’altra, scindiamoci, istruiremo in conoscenza d’assoluto la rozzezza, la lotta armata scomparirà, muta si dissolverà, diremo loro che il male è ogni forma di violenza.

Vedranno il frutto del risveglio, o dormiranno ciechi nelle loro zuffe, l’amore dominerà e vincerà, col tempo si capirà il senso del nostro vagare.


Ah scaglie di fuoco!


Ah scaglie e fuoco! Piange il mio sospiro, lacrime, cenere, amore, con te.

Ti ho qui, muta oh Sophie!

Qui, le tue mani intrecciate alle mie.

Si alza la fiamma e resta il verbo, i nostri discorsi, la nostra isola lontana senza più approdo.

Ipocrite le orazioni degli incappucciati intorno al fitto dardo che ci ha trafitto alle spalle.

Ancora no, fauci secche, neanche più spazio per gli affanni.

E la melodica in do minore discende intatta, geme, vuol rivoltarsi, armeggiar la piazza.

Ah le illusioni nostre! ah i nostri rotoli! le rimostranze dialettiche! trivio e quadrivio!

Ah sì, l’esilio! ah le fontane del chiostro!

Sale, sale, sale, l’urlo muto riarso, l’umidità combustibile, le perse nostre parti fredde. Ora sì, ora sì, vivremo nel sussurro del vento, nessun limite, ora sì, nessuna damnatio memoriae, solo liberi, già intravediamo nell’opacità oculare sempre più vivida la riva da noi sognata, per sempre nostra, adesso.


La lezione di Iside

Ma quanto sei sospettosa, languida e timorosa, cicalina dagli occhi oscurati, velati, mesti e sbadati.

Ti alzi e te ne vai via, ti pensierosa sbatti le dita sul labbro, ti cambi e ti trucchi il viso, passi allo sfondo e il mascara ti manca un po’, metti malachite preziosa e galena da atmosfera, ocra labiale, sei pronta e con le gambe vai giù, sì ti tiri le calze in virtù titaniche e simpatiche, l’impulso ti palpita il pensiero, lo deponi il silicio del vero.

Questo tepore di fieno che pone in dialettico intruglio il veliero pronto a salpare è un rimorso micidiale nella tempesta portuale.

È vero la voglia stanca peggio del pavesiano lavoro ma la lezione di Iside è austera.

Sei un po’ svogliata ragazza, mangia la cioccolata in terrazza, visto errato il riporto, guarda il sale precipita più sotto.

Una miriade di sanfedisti valenti erano ancora più tristi, spedivano indulti, indulgenze plenarie e sigilli papali ai briganti.

Crolla il mondo se torno, quindi godo e comunque, guarda, lo faccio, mastica le foglie di coca, bevi pure una scoria di basalto liquefatta quindi tornata all’origine ma raffreddata in paradosso.

Il sergente Tripiani suonava il flauto avvitando le travi, sembrava davvero felice allora sciolse le camere e si dimise.

La Legge leggeva poco, si ispirava piuttosto ai fumetti ma guardando solo le figure, era un surrogato e un rimasuglio di etica e morale allora laica lucidò del potere le scale.

Il destriero nel vento meticcio assaporò il languore del maestrale, fu cavalcato a pelo e senza redini da un auriga senza vettura.

Un colpo di spugna e tu ripensi al trucco, soffi aria tra le mani mentre ti senti distrutta di prima mattina, l’alcol ancora nel sangue, vai in visibilio ondeggiante.

Meno male, oggi non piove, tira aria gelida ma buona, dormirò avvinghiata al termosifone.





Virtù diademica


Cosa vuoi trasparente essenza luminosa?

Abita in me il rimorso buio del tempo.

Chiara vita scorre nello sgorgo della finestra, non violenza ma scintilla lieve, a cavallo d’ippocampo vibra nell’aere come tra abissi il tuo esercito imbattibile, e sembra giunta l’ora, l’ora della verità.

Ah il rossiccio ardore! ah il pallido incanto! ah lo smeraldino furore!

Divento come se il mio corpo fosse scisso, poi di colpo l’anima ritorna in lui salubre, e io so volar, le mie mani schiuse, mi guardi e sì, boicotti i miei progetti terreni, e stai faziosa ancor sospesa.

Oh virtù diademica! oh bellezza angelica! oh firmamento marino!

L’arco da mille foglie e dodici varietà cromatiche, non è un dolce ma temperanza statica, il dormiveglia stride, unghia sul marmo in acustico bagliore elettrico, vai, tu sai dove mirare, tanto sono tuo, vivido il violetto alfa e omega del circuito universale, intermezzo spettacolare, progresso generato dall’errore ribelle, uomo tale perché cade nel vizio.

Uh magmatico limite! uh sinaptica percezione extrasensoriale! uh magnetica dialettica metallica!


Resta qua


Non trovo più il disco con inciso il verso, quello dei porticati, non hai idea di quanto mi dispiaccia, piangerò se non gli dai la caccia.

Non scherzare con il fuoco lento, soffia pure il perdimento controvento in paramento, la fiamma risplende d’incanto, la mia vera mistica ascesa tra le tue braccia.

No, non è amore, sembra condimento puro, fondamento della sostanza, sua linea e chiave di volta e sostanza stessa infine.

No, il viaggio può aspettare, già lo sai, l’importante è l’ altrove dei nostri pensieri, siam lontani, sospesi, inauditamente protesi, siam plananti in giubilo festanti, nella ciurma in calca, sulla pista ghiacciata scia di pattini.

Volge il sole al tramonto ormai omelette, scorgo l’ombra e non è stavolta sul soffitto ma miscelata alla mia, tu meta e non metà, il tuo sorriso sensuale stampato a Gutenberg per scherzo immobile, non parlo della città del metal melodico donna e ragazza, amica e compagna.

Non vorrei amor divagare come d’uso, stiam giocando col dispetto nostro e col sospetto loro, regoliamo il volume al minimo e socchiudiamo gli occhi, come son carini i nostri due nasetti che si sfiorano appena!

No, non voglio, non lasciarmi le mani, l’alba tarda ancora e non fronteggerò la transizione senza il tuo sguardo, puoi restare, dormire qui se vuoi, i nostri sogni mattutini saranno fiori germogliati asciutti.

Non mi abbandonare amore, io sempre ci sarò se chini il tuo volto sulla mia spalla.

Non credo sia importante il perché, basta un attimo e riappari fulminea nel limpido sfondo, ti penso, come se non fossi qua.

Non credo sia importante il risplendente sole senza il tuo volto nel giardino, scendi dai monti come ruscello benevolo, neve sciolta e odorosa.

Non c’è più l’affanno sul vetro, nell’attimo concentrico d’assenzio sei già qua, come fonte di splendore autentico.

Non miscredenza nell’essenza del simpatico fare estroso, magari candida nube di gloria eterna.

Non clamore frastornante

ma rivoluzione silente 

cioè scarica vitale, pulsione indomita d’amor.

Resta qua!


Qualcuno inveisce con forza nella mischia


Qualcuno inveisce con forza nella mischia, sincopato il labbro come pastasciutta, il manto disilluso della folla è scostato e snobbato dal volgo stesso.

Va a finire che l’ingorgo a trotto altro non era che libro dei sogni, il burrone abissale dei ricordi svelati come fossero mobili.

Passa il tempo e resta il disincanto quindi, le magliettine, le bende e le bandane, i cagnolini e le grosse belve domate, l’apostrofo e a capo dell’epiteto.

Un passante stranito guarda e sorride, le nostre parole stese su panchine, gli amoreggiamenti, le effusioni e le questioni insolute, presumete orbene che il sentimento puro sia deducibile solo da una stupida trasmissione televisiva di Bercoglioni?

Trasudante il sangue vespertino, postilloso e cavilloso il callo scrivano, un tantino amarognola l’offesa, più che altro indifferente la massa proletaria, sorprendente il manico di scopa, però.

Oscuro l’Efesino stracolmo nella cruna mentre filan le Parche dolenti, pubblichiamo va’ un pezzo sui siriaci serpenti.

Magdalena


Sguardo svanito, nell’anima del bosco, solitario un fruscio lontano, il vento ti carezza i capelli lo spirito inonda i tuoi occhi, dolce la neve sul volto inondato di speranze, come fosse vivida fonte tra l’aurora del tuo domani

I canti antichi impressi sulle pareti le tue dita in cielo volteggiano e guidano le tue parole come il nascere del sole.

Sei luce, immagine sincera, torre d’avorio ed oro bianco, lo sguardo si acuisce e la mia essenza si eleva e non c’è più vuoto o buio dentro me.


Notte ai Decumani


Notte ai Decumani la consorte del principe di Venosa coperta solo di lenzuola maledice i madrigali verseggiando, barlume corneo nei suoi occhi.

San Severo miscelava arsenico e belladonna sulla tela poi come un caimano piangeva, da cura sforbiciata per il plasma.

Vorrei bruciare l’odore dei pallini d’incenso in combustione privi di allori e seducenti, il venditore di giornali sembra aggiudicatario battitore, picciola non dimenticare di trasmutare la morale.

Croce diplomatico mancato estetizzava estasiato in biblioteca, l’arte è una parte, direi però la fondamentale, la molla della storia e del circolo perverso della gloria.

Patteggiamo col divo Nerone!

E l’era dei fumetti letti in piazza tra il gomito e la tazza di solfuro intarsiata stracolma di folla indispettita,

cicche fumate a metà.

Varia l’effige!

Bruno studiacchiava nel chiostro e si distraeva, poi buttava all’aria le icone dei fratelli e le sostituiva con scritti babilonesi o neoplatonici.

Virago celtica!

Ed affinché non dimenticassimo le beffe con le cornamuse contuse facemmo il verso al gesso del docente inconcludente.

E spaziamo con la danza!

Vai là, ondeggia a sinistra o di là, vai già più lenta della musica, ritmata la tua scorza di limone, candito inflitto a pizzico di dito.

La violenza fu sconfitta con un bacio in palafitta dell’invasrice indoeuropea ancella di Brighid, era un’epoca remota ma l’edenica scena non fu mai più riproposta, sono fiori colti nel deserto e tradotti in sanscrito.

Voilà, non manca fumo pel digiuno, voilà, c’è cenere e amore se ti volti di là, il capo piumato è scolorito allora rinunciamo all’allettante invito.

Nella notte si cacciava per maledizione non ci si nutriva più solo di bacche e frumento,

la simpatica ragazza faceva l’occhiolino ed incrociava le braccia.

Sai già, conosci il nome del silenzio, vuoi avere le cartine al tornasole, le patrie senza limiti e frontiere.

Le musiche non cambiano da popolo a popolo c’è comparabilità nell’identità perché l’essere diverso si identifica solo con l’incontro e col confronto ed acquista così unicità.

Mi conceda infine l’ultimo passo di danza.


Si svestì dinanzi allo specchio


Si svestì dinanzi allo specchio, se ha un rimorso lo scuce nel letto, la voglia forse non rimane, ma lei sembra la scia di una stella o magari della viola la corolla, colta da una donzella estasiata.

Tutto negli occhietti, brivido pensante ed astraente in quanto manifestazione, spirito apparente.

E il corso d’acqua risplende ciclico, ci bagniamo sempre nello stesso fiume statico, unità triplice della natura, dio ad un tempo anima, spirito e corpo, ti prego ricorda

l’impresa ardita tra i flutti, le colonne d’Ercole, antidoriche, il muschio ridente poi.

l’ultima stazione, il vagone sonante, te che parti, che fuggi, tornerai? si schiuderanno più le labbra? sussurrami il versetto.

Giradischi affetto da dolori al petto, e stride al contatto col corpo lucido.

Io tendo le mani, la luce si riflette, cado in estasi come se scorresse latte nelle vene.

Assopito penetravo nell’assoluto, spesso un ronzio mi distraeva, il mio annullamento volitivo, è nostro potenziamento giulivo.

L’orologio batte, l’incubo si smorza e il sapore della svolta, mi pone nel dubbio, ti fa sobbalzare.


Scende ora la pioggia lieve


Parli quasi sopita, i boccoli e lo sguardo vago, le lenzuola stropicciate al vento, ombra soffusa al chiaror di luna, pura immagine, la sonata è mancina ed estrosa, la veemenza del silenzio, il viola tra le dita, macchie soffici d’inchiostro, picciola la magica orchestra è dipinta nell’aria, sei speciale sai, penso a te.

Sento già il brivido dorsale, le mani tremano, la voce tua sublime e dolce in me, scendo e salgo, guardo il cielo, c’è lassù la stella dai contorni tuoi, illumina, guarda qua, si dirama in costellazione, e così prende forma di te.

Scorri a fiumi, ti sento dentro me, il cuore palpita, la voce tremula.

E credo non dimenticherò il tuo sussulto, la musica della tua voce.

La notte domina più in alto, il tuo sguardo obliquo di nuovo alla parete, cosa darei per vederti così, per racchiudere e non dimenticare più quest’attimo, vorrei dirti più di quello che posso, tu sei più di quel che so,

fermati attimo e lasciala impressa, sì.

Guarderei solo te, non vorrei mai più perdere i tuoi gesti, i tuoi sogni, le tue parole.

Voglio te, i tuoi occhi e i tuoi soffici capelli, non dimenticarti mai di me.

Scende ora la pioggia lieve, i pensieri non vanno però altrove, diventi fluida come l’acqua, pura e sincera coi tuoi problemi, le tue dolci esitazioni, e io ti voglio veder per sempre così.

Picciola mia!

Sei splendida stasera, fantastica sai.

Serenellosa!


L'alba del domani sarà petalo tra le nostre dita


“Cosa fai lì sconfitta, stesa e un poco afflitta, direi dalla luce trafitta”

“Dai se proprio insisti, tolgo il cappellino, agito i capelli”

“Sì, vibrazione austera, sento in te il sapore della sera”

“Vorrei dirti una sola parola ma la nebbia mi scolora”

“Se credi sia giusto, socchiudi gli occhi, col dito sfiorami, materializzati,

l’inverno non ci può avvilire, ti prego, dai, non scomparire, non dissolverti ancora”

“Deh mio simpatico amico, non ricominciare, io non mi soffermo mica”

“Uh guarda che carino, il piercing e il nasino, l’introverso giro in tondo fino”

“Ohibò, che dolce l’hai notato, son sicura che sbagliamo”

“Ecco che ricominci, dimmi un po’ allora cosa ti trattiene?”

“La sabbia, il vento, la maglia, il tempo, l’ultimo elemento”

“Dimmi un po’ tu, qual è?”

“Non te lo dico”

“D’accordo fa come vuoi, lo scoprirò”

“Non c’è numero che tenga, ma un’unica sostanza allora stringimi forte amore, dimentichiamo tutto e scopriamo l’assoluto avvinghiati come ultimi eroi”

“Sono stupefatto dal tuo sguardo, dal tuo volto, dal tuo corpo, credo che la notte sarà l’ultima vittoria, se il mondo crolla, i nostri sogni sfumano, l’erba cessa di crescere, noi ultimi reduci ricostruiremo la vita, l’alba del domani sarà petalo tra le nostre dita”.


Il Giardino di Epicuro


Goccia di rugiada, quattro di mattina il giardino respira di follia, si prepara la festa frugale, feta, orata mandorlata e un cotilo di vin mielato.

Passa la ragazza, capelli raccolti, trucco accennato, corpo snello, vademecum sotto il braccio, pulsione di vita in petto,

è stupendo il profilo!

Un bacio sulla guancia, l’altro mi sfiora le labbra con sapore fulgido d’incanto, e poi il ciondolo e il pendente, il braccialetto spigato, finemente intagliato in bronzo.

Entra il maestrino, solleva lo sguardo, anzi lo abbassa in alto ascetico ed intorno fa le mosse mentre lei con due o tre smorfie si inchina e si intarsia, si strapazza, vai giovine pulzella, vai piccola frigente e fringuellosa slinguacchiata e decorosa.

Cara siamo soli, cogli le asciutte parole.

Volgi l’indecente, ci basta poco per essere felici, dai con la bacchetta dirigendo austeri l’orchestra con la pace, con la gioia, con l’amore e la fortuna dei nostri anelli eliminiamo dal mondo violenza e guerra, le scritte nei cartelli, i disegni sui fumetti, sui manifesti l’orma dei pennarelli.

Vai raccogli l’aere, inspira l’anima della natura tramite lo spirito diventa pura.

Vai distesi a terra, poniamo la brezza egea e chiamiamola flemma e purea.

Vita straordinaria, il sussulto divino si scorge nel semplice barlume affino, doniamo noi stessi alla causa, al bene comune, l’orticello del dispetto devastiamo coltivando il rispetto, e vita eterna nell’amore e nella cenere il mutamento statico e ciclico.

La ragazza di Dublino


“Spremi il tuo cuore! Con speme scandisci le parole!”

Sto svitando cardini e cancelli, queste fondamenta della mia passione sono obliqui raggi di sole.

Vasti scoscesi campi da arare, vitali illusioni da nutrire. Mastodontici colonne, templi castrici a coda di rondine.

L’architrave sembra seducente!

“Cogli il fiore!”

Sono assai distratto dall’incanto del vento.

“Poni ardenti assiomi…”

Ho mangiato, in fretta il mio panino, struttura cellulare, impermeabile membrana, pompa sodica e spola del potassio.

Nel silenzio vibra un phon, la musica ancestrale in profondità.

Livido scolo.

Canuto argine dell’acquedotto.

Potrei divagare, impostar la voce nell’anfiteatro.

“Vai tranquillo!”

Sembra divagare la previsione astrale.

“Scorgi le scale?”

Scade la ricevuta, alto là, l’imposta sudicia, la baratteria dantesca.

“In anime ribelli la chimera del tempo”

Scesi poi bazzicando tra le strade del borgo.

“La corrente è un po’ avversa, mantieni la promessa”

Ero un po’ assorto nei miei pensieri.

“Lascia stare, resta in piedi”

Passò d’un tratto la ragazza di Dublino.

Il flusso allora si arrestò e mi misi a parlare.

Come stai? E perniciosa dove vai?

Rideva, dispettosa e cinica non rispondeva.

“A volte il silenzio è l’incubo del portamento”

Ma poi d’un tratto iniziò a sciorinar parole.

“Vedi, è fiera!”

Le sue scodelle.

“Dove è il pragmatismo?”

Accordò la lingua in intenso spulciare indecenze.

“Non disperarti amico lei ti vuole bene”

Allora le coprii le labbra con un dito.

“Guarda che occhi!”

Non so, il mondo è sul suo volto, la storia nel dondolare, la conoscenza nell’indicare, la sapienza nel fiatare.


“L’atomo è in paradosso scindibile ma il legame no, è solo apparenza, resta saldato”

Mi colpisce più di ogni cosa la dolcezza che ha nel parlare ma soprattutto la grazia nel baciare.

L’immagine dell’assoluto nel cenno della testa.

Dodici chiavi ed una serratura.

“Non ti distrarre, continua a fissar lo sguardo, innamorati appassionatamente, le gioie al petto e al braccialetto.”

E quando smette carpisco il suo discorso, mi svesto dell’orgoglio, scaccio la vanagloria, mi fisso allibito, bocca aperta e lei sporgente.

“Le sentinelle del sinedrio parlano di vendetta, lei resta estromessa e allora espande letizia”

Schiarisce un po’ la voce non tossendo ma ispirando e mi mette al corrente degli opposti, immanenti a loro c’è la sintesi che li ingloba ma allo stesso tempo li contiene e quindi annulla differenze, c’è un’unica sostanza e quindi il male si scorge solo dall’assenza.

“Le virtù son sante e beate, dal cielo e dalla terra benedette, se scordi ciò che c’è in te, perdi di vista il divino”

Irrompo e mi trascino estasiato, educato alla libertà, alla dignità, all’amore e alla parola.

“La simpatia è universale, ponila come premessa, siam ginestre vesuviane, stringiamoci in un unico abbraccio”


Cleopatra Selene


E va la gazzella, carta attacca, volge intatta, preda al corso d’acqua, oddio che scacco!

La ragazza morsa dalla taranta danza, ondeggiamento sub sahariano, regina della savana, estasi statica.

Warhol fa graffiti urbani, la ragazza domata trasforma il lamento gutturale in lemma soprano, indossa le borchiette dark, la zattera a triplo tronco alla sorgente del Nilo azzurro va .

Reginetta a pesca in apnea stretta al timone, allento la corda e il tronco divarica in trotto, viandante va’.

Fiori cretacei tra i capelli, cacci lo specchio, trucco cretese, labbro fenicio semi sporgente.

E in un rollio kilimangiarico sembri crapettare, austriaca scura.

Vai, comica zuffa, luna violetta, lingua sorretta, patina asciutta.

Sogni il megafono francese, il punk senese o berlinese, la dedica con scredito, l’urletto sollevato, la seducente ondata, il Clysma cobalto-cinambrico.

Cambia il taglio dei capelli, il colore dei sentimenti, la danzetta sta finendo, rinforca gli occhiali da sole e pensa, riprendi il clarinetto, scuotilo per dispetto, nell’indecisione mistica crea una moda, una parola, o una vivida storia già fritta,

un aspide che insidia il calcagno della tua discendente, la flotta nemica salverà qualche libro?


Darkchimera


Dam dam, le spoglie spirituali, zam zam, sostanza al sommo grado, la la, astute simmetrie, quo quo, superflua venalità.

E scivolo sul piano inclinato, mi manca un sostegno, forza trasversale e vettoriale inverso,

sditato un po’ cucito, svampito twilightiano, ennesima eclisse consoliana, ambasciata emo zigzagata.

L’espansore a incudine falcia il martello, l’ultima occasione, l’incubo del sonno di ragione, nottuccia amore,

illuminista romantico e decadente enciclopedico, rosa e biancospino, acca un po’ aspirata, capo o coda o smilza bicocca da sfinge.

Set set, pentole bibliche, pam pam, sbriga la pratica, bum bum, sorseggia mandorla sudamericana, ven ven, veltro spoglio da addobbo intrinseco.

Cado come sabbia, clessidra formativa, body modification da scettro maledetto, anello gianico e ceccato, si fossi fumetto andrei all’inverso.

Beng beng, golfo tarantino, can can, suono asciutto israelita, bon bon, maya nutelloso, br br, cancro in capricorno uniti all’ordinata g ascissa p-melissa dell’equatore milleriano.


Lady Nietzsche

Agalma sbiadita 

dall’incuria dei giorni andati, non è finzione, sei vivida in proiezione, riflessa e maledetta, in un angolo col libro semiaperto, e poi diretta al piano ondeggiando.

Il silenzio del vento taurino, la seduzione e l’ossessione, natura e sonata frastornante, pessimismo ridondante, il bel sì alla terra, elevazione spirituale diretta, il litio in provetta e sei più calma.

Dov’è la parola ardente? dove il furore? In te si chiude la storia come girotondo, danza sugli specchi, la tua gioia, la fierezza permane, e la voglia di sovversione, trasmuti l’alma e ti trasfiguri.

Booom!

Dondola la pioggia, va.

Piange il sole, luna altrove, nero ardore, corvo in Mole.

Strisciando intanto sui rimasugli, la vasta quiete del sussurro interrotta dal vascello silvestre, le danzatrici, la fruttaiola e l’uva, l’intentio, l’inaudita verdognola pozione amarognola, il rosmarino diluito tra i capelli, il rito sabbioso, il rito tenebroso, la voglia d’incenso, la mitriaca valenza, lo schizzo alla fontana scissa, la solitudine vana, poi la virtù velata, la tracotanza infetta, la magica rimessa intatta, il rigurgito vitale, la passione scardinata, la sincopata arsura gelida.

Infine un ululato lontano, poi il silenzio.


Da qualche parte


Da qualche parte, forse proprio lì, oltre il confine del mare, alberga l'indicibile, sguardi attenti, rivolte, gesti.

Sfiora il tuo viso l'inverno, accenni un sorriso di nuovo, piano, calma, non c'è fretta, calma.

L'astratto, discorde, pudico, velato cenno cinereo, vita in versi, forse indifferenti i gorgheggi preliminari, eh eh, vedi la luce intralciata dal velato dolore lacrimato.

Dammi l'attacco, l'ingorgo.

Dammi il soffuso, l'illuso dischiuso,

poi zitta!

Qualche cosa dentro me si muove.

Noci celebrali, impulsi magnetici, meschini corsari dimenticati, messi elettrici, cause motrici attente, teorie disdette, paralogismi, canti come mandorli in fiore.

Dimmi di sì sul predellino del sapere.

Dammi l'accenno sul fiato ondulato, magia del creato.

La pioggia!

È così che va la storia.

Così soffice il guanciale del tuo corpo, incantato il posto.

Così mi guardi di sbieco, sempre sgocciola neve, neve.

E scrollo le mura, gli architravi dei miei pensieri. Avvolte come cialdoni, avviluppati discorsi carichi di forza e molecolari inscindibili, indiscutibili, limiti intrinsechi, a volte umidità labiali tra me e te, madori vischiosi, calcoli finali, trovami l'intro.

Dimmi lo so, non lo trovo però.

Dammi il misto focoso di ardore strepitoso.


Imbacuccata dal caro foulard


Imbacuccata dal caro foulard, i capelli mossi e sbadati, nello specchio da trousse immersa, gigli intrepidi sbucano qui e lì, iato di verità evitato nell'antichità, con sincerità atarassica ed orgiastica, spuma in cielo ammiccante, protesa.

L'encomio profuso sembra tardare, sibillino e scostante, una croma perduta, una glossa diffusa, un parere bartoliano, un consulto citando Quintaliano, non crede che la donna sia quel che sia, sublimità,

e lei che fa? Si distrae!

L'attimo genealogico perde intensità, allora ammicca e si ficca tra vocali spurie e spore precambriane orribili da ascoltare, impronunciabili, da cestina'!

Allora purifichiamoci, dai, slinguettando diamo fiato alla dolcezza, le prebabeliche lingue germaniche dai suoni rudi, esuliamole, esiliamole.

E inizia una nuova era, l'era della purezza vocale e del silenzio consonantico.


Ti vedrò


Ti vedrò, giuro un giorno ti vedrò, cara mia carta vincente,

non esiterò, per passione non esiterò, ed intanto un rombo sonante impenna, mi dirai, so che le parole giuste me le dirai, adesso che ti attendo come fossi ultima luce.

Vieni, so che tu sei l'essenza della mia vita, l'unica ragione di esistenza, l'unica molla intensa,

(l'ondeggiamento della penna sdrucciola sul foglio).

Vieni, attendo le tue note di stupore, mi sembra di scorgerti tra la folla, il tuo riccettino, l'ombra del mascara, ma mentre l'ombra sfiora il tuo corpo ti dissolvi.

Verrai o no? L'illusione avvampa, chi lo sa se l'attesa è l'ennesima follia, sarà l'ultima occasione o forse il nulla, prigioniero del mio sogno e naufrago barcollerò.

Vieni, ti prego le mie mani stan tremando, l'albeggio è forse il traguardo o forse no, l'inevitabile speranza che già geme e implora.

Vieni, i tuoi inverni saranno anche i miei lo sai, è sempre pronto l'ermo viaggio ma non so, non so più se ancora resisterò.

L'attimo scivola via, di nuovo trasparente ti fai.

Vieni, mia cara l'intimo sussulto attende, attende già lo sai il cenno delle tue soffici mani, la cenere aumenta e dal silenzio cinereo l'anima risorge.


La pulzella di Lorena


Demoni in tumulto sussurrano in te, c'è un'aria gelida, l'inflessibile decisione è stata presa, arderà la paladina stolta, la santa introversa e ammaliatrice, la meretrice battagliera, sole invincibile punirà chi d'ardore è spenta ormai.

Prega pur se vuoi, brucerà il demonio che è in te, inchinati alla croce, morirai nel dolore.

Hai osato fanfare diaboliche parole, la tua follia è finita, non hai speranze orribile ingannatrice, fiamme per l'anima e pel corpo, non ascolteremo più la tua voce, astuta donzella, la vendetta assedierà le tue membra, brucia pulzella, non darai più retta alla possessione che t'invade.

Urla, gemiti, urla e sputi. E tu

in quell'istante chiudi gli occhi, ripensi alla luce che invase i tuoi occhi genuflessi in cattedrale, rimembri d'un tratto il sogno di femminea pace universale, matrona e ragazza della congiunzion paonazza.

La provincia geriatrica ostenta leggi infami, i tuoi sostenitori e i vostri sogni svaniti e vani, la ciocca rossa cade ai tuoi piedi, il boia gode da belva infetta, gli occhi cobalto tra l'invidia della folla che inventa un misfatto, un altro sacerdotal ricatto.

E i soldati d' Orleans non saccheggiavano, i dardi si piegavano, diana, daino e dannata.

Un altro urlo c'è, il braccio armato freme, il temporale preme, non purificherà le loro colpe,

le streghe torneranno, vendicative Erinni, non esorcizzate e non intimorite.

Arriva l'effige, putrida contadinella, volevi far la santa, generalessa unta e diabolica, il re l'ha spuntata, non ci sarà pietà, sognavi libertà, eccoti la realtà.

Passano gli anni, il tuo volto giovane, non dimentica l'uomo che ti era affianco, chi non ti ha tradito, senza farsene accorgere si avvicina a Thanatos corrucciato e in sé assorto, l'asta e la falce si spezzan, come cristalli in frammenti la lama del pugnale di Ares.

Anello del potere sul fondale!


Un urlo metallico


Un urlo metallico, sinfonico maneggio da manovella attenta, mandria valvolare, veemenza sentimentale scarna, sentore d' atomi tomistici, scolastiche profusioni, vaneggi santi e macchinosi, interpretazioni autentiche, relatività suadente, nulla, morte, tempo ed essere.

Brume viandante, cogli il frutto distante, tra laudari stridenti, scansa i fendenti.

Senti il cuore che batte?

Sogna!

Cosa c'è nel vespro alessandrino? Solo l'incubo di uno spritz vitale, di un cocktail virale, dadaismo intenso, metafisica del soprano, surreale ad uso corale.

Spasmo notturno. Cattedrale bianca e pleonastica ridondanza.

Vedi l'inizio? L'inizio dello scisma. Atonale, attonito, attratto e allitterato.

La paura è una nebbiucola, sale trasudante, inversa e danzante.

Esca per il refrigerante liscio della mente, come palpito stimolante l'idea fugge in volo, termine di paragone poliglotta, rovina scadente, morale teleologica e canonica, figlia dei lupi.

Barbarici farfugli, lotte preedeniche, miscele di terriccio, materia plasmata e non creata, in principio fu, poi era, ora è, infine sarà.

Congedo in concreto le tue parole

e arrivederci.

Fruscio intenso!


Come pioggia


Come pioggia che bagna i sorrisi accennati le note misteriche indugiano, l'ingresso alla soglia del silenzio, l'aria si schiude e il pensiero va altrove, sei già qui? Ti attendevo tra i volumi e le colonne, specchio mio d'acqua dolce.

Dimmi se hai conservato le missive, i sigilli, le piume, se sei rimasta marmorizzata sulla sponda del letto, se il dolce sciupio del frullio ti ha sedotta ancora, petalo fucsia meticoloso tra i rovi, le strade di Tubinga sorridono al tuo sguardo tra i vetri, il cofanetto dei segreti scandisce il motivo, sbiadita l'immagine, vai verso i quadretti ondeggianti e luminosi, gli occhietti persi nel vuoto, nel sogno vivido l'intento, tre fuochi accesi impostando il rimasuglio, la cera livida sul foglio scribacchiato, e poi un bacio al vento, accenni un sentimento.

Naufraga l'anima idealista, mio spirito, mio viso, mio pallido segno.

E fiammette scaltre sul fiume, la città è un barlume, incontro intarsiato tra le idee, le forme divine, le scappatoie empiree, stringi le mani alla ringhiera, sporgente il corpo, sacro il fiore ottagonale, guarda lì lentamente il dardo scinde le passioni, nostalgiche effusioni.

L'argento silvestre, non voglio perderti amore.

Sei in me stivaletta, sei in me anfibia principessa, stretti in semiotica promessa, filologica valenza, stilistico orizzonte.

Tre gocce purificano il mio capo, lo sgocciolio dal tetto spiovente, grottesca pietra nascosta, potente e vorticosa, laccetto e pendente con le scritte impresse, regina, i miei onori, regina, i nostri errori.

Immagina le distese sconfinate dove alberga il tuo esercito allerta armato di brezze, sembra già inchinarsi al tuo portamento, al tuo celestial volteggio, le forze immani dell'est, terre inesplorate non temi, sostanza altera e rubiconda, espressiva imperatrice il tuo regno ti attende, la pace universale il tuo cenno porterà.


Vespro seducente


Entra il vespro seducente, sfoglia le tue mani nude infreddolite, le risate, le giocate, le valide occasioni beffate, valige senza tempo sul ripiano serale, l'incanto di un protendersi verso il notturno corale, l'albore lunare.

Penombra fiera, vista acuta, falco librato federiciano, manuale sadico posizionato, i cinici sputano sul galateo cerberati, l'arietta prosegue allegra ma sinestesizzata, più può il panistico flauto, l'armonica fisiognomica e slava, organello sottile, vai ondulata, sciolta e scaltra, piccadillica, cattedratica, oppiettizzata, canone cannabinoide, etica etilica, estetica ad est, vistosa la collanina, fresca la fronte refrigerata, scende la temperatura, parte fredda eclissata, conico l'antro sibillino, sotterranea la cella, secondino da barba caprina, cellerino d'abbronzatura, pomata reclusa e profusa, lode al soprano, la viola maggiore è distratta, scala discendente darwinista, zoologia simbolica tardo medioevale, ciclope, gigante e sciapode, liocorno, furetto, chimera, centurione-centauro, in piazza Ipazia tra una sigaretta e l'altra, al bar Hegel paonazzo e ingrassato per falso rapporto di Venere, alpina lucertola gigante dei ghiacciai, impressa nel rullio del rullino estinto, caro viscido sarcofago, mummifica il portamento, rendilo edotto.

E va sbiadita, stringi quelle labbra, poni un intatto cielo cobalto, limite del mare, l'onda sale ripida, l'acqua sgorga e casca, filmino straripato, magica quiete invernale.

Ma che solfeggio altezzoso, che diadema putrido da belva del mare, quella che lentamente sale e trascina rovinosa un quarto di stelle, ma la lancia ferendola la umilia, non sopravvive al taglio di spada, non ci inchiniamo, la ribattezziamo inutile violenza intesa come qualcosa che manca, che meschinamente lambisce l'inutile di uno spasmo, spasimante del nulla.

Ed è ripieno farcito, l'essere, l'esserci, le diverse declinazioni tedesche, le congiunzioni mediocri, l'asperità, la vacuità, il fine a sé stesso ambito, vai valica il monte Ventoso petrarchianamente o da tour de france, in ciclica vendetta esule, in pagina vandalica, voglia sopravvissuta, stirpe ottusa, priva di mandorle e d'incenso, sapore ortodosso, giusta icona, santa tunica, imponente toga, dito all'infinito collegato, non dimenticato.


Wieisbaden


Ametista e opale congiunti sulle scale, ascende dolcemente colei che protegge il dono divino, la misericordia, carminio il vestitino.

Ok, pian piano, druidetta furbetta guarda i tuoi occhi.

Che bello, scartiamo i ricordi, che bello, manteniamoci ai bordi, bellina stridente, visino invitante, seducente.

Appoggiamoci su quel muretto, hai le labbra che non so risolvere, ponenti, ardenti e vezzeggiate, l' albatros è un po' inutile, diciamo manca in concretezza, meglio il vino se vuoi Baudelaire, dai si ubriacamoci di qualcosa, tè corretto e sciupaletto, fraintendimento e capitale del tuo Land, ti manca l'università, due giri in terma, scientifico aforisma pliniano, ansia anzi panico dimenticato.

Andiamo su per monti, giù per ditirambi stolti, che freddo stringimi un po' anzi mettiti di lato, obliquo e un po' svogliato, sulle scogliere dei ricordi, calcare sulle rocce bianche, voglia di gabbro, di basalto, oh ti garba! Parla a tu per tu, ah l'hot dog! Così non l'ho mai mangiato! Uh Abat-Jou ! Diffondi il cardigan. In scivoli e altalene, mania d'elevazione, paura dell'abisso in discesa, ondeggiamento, buttiamoci sul letto!

Che stupida, ed io ti do anche ragione, specchio dell'oblio, pluripersonale, immotivato, gioia impersonale, collera e desiderio. Astuta e quasi perfettamente sconosciuta, amica arresa, io bitume ignorato, vai brucia 'sto straccio, benzina e cherosene. Camice e saccarosio nell'assenzio, squallido silenzio.

Facciamo un tuffo, trattieni il fiato, leggi o fingi, sei stupenda uguale, il primo passo lo fan i capelli, sfiorano astuti bombardamenti, fragore, fervore e fragrante, l'albero nasce dal frutto, ricorda il fine è più importante del generatore, ciliegina ibernica e squisita, io non posso far altro che ammirarti, fossilizzarmi nel guardarti, restare muto ore ed ore, il tuo nome è un rimando, quattro semiminime, una croma e due biscrome, ricotte, precotti, biscotti, scegli tu la direzione, l'intrusione, l'effusione eventuale, bellina al sapor di semplice grandezza, magniloquenza e speranza.

E il rapporto servo padrone, dimmi un po' chi è più importante, l'amata, l'amante o forse lo sguardo intrigante, lode a sé, per sé e di sé, uh che fiorellino, freschezza del mattino, uh lo dico ancora, per te.





Musica indimenticata


Passeggi tra la nebbia, già immagini il motivetto, lo ripassi in fretta, ed esplode il discorso.

Sai bene cosa vuoi, ritratto accennato, sbiadito, in filigrana, lucido sol, e tu malandrina, cosa vorrai ancora, vita mia, non dimentico e non dimenticar le nostre assurde follie incomprese, gli sberleffi, le tue manie, in un minuto avvisti già le schiere d' elfi armati di lance, le nostre spiagge abbandonate, sfiorate appena le note.

E precipito già, guardami trotto, mi spoglio, vivo di te.

E sognami stanotte, le ombre che fuggono ritorneranno come un inciso, sbalordito il tuo viso.

E parla un po', magari da sola, col gatto, guarda che faccio, sorrido un po', vibro sospeso come te nella mia mente.

E poi i pastelli, le sfumature impresse, i nostri sogni, guarda, ridi, beffarda amica, non dai scampo, nocciolo spoglio e fruscio.

Per te si apron i fiumi, la purezza invade l'animo e poi ancora brulica pace, vai vivace, audace cappellina, tessuto prezioso.

E poi mia cara, mia dolce scarpetta non senti l'aria che scorre nelle vene? non percepisci il calice della vita eterna? questa musica indimenticata, riscritta, riamata, formula dello spirito, dell'azione, dell'intenzione,

ciao amore!



Scariche magnetiche


L'intimo rimorso è dolore che mi assale, l'estro nel silenzio si spegne piano, la cera del tempo lenta dissolve, con noncuranza sigilla il ricordo.

Furtiva la notte piange lacrime, sciupate dal vento, le ultime foglie.

Sembra ieri eppure è già domani oggi, il cambiamento epocale sembra sempre più tardare.

Fuggi rapida vita dissipata, ai bordi del fiume l'anima sorride dell'ardimento che sgocciola passione riflessa e genuflessa, si arresta soltanto alla mano che sospende il vento, l'aria, il fiato, il corso.

Poi lamenti lontani.

Scariche magnetiche sfiorano i nostri corpi, l'attrazion fatale da concretizzare, nell'astratto bosco il rifugio è perso, la contemplazione resta un'illusione, e le menti rozze e stolte bramano il potere come svelte scimmie, e io qui mi acquieto e riposo, in te cerco ristoro.

È così difficile trovare le parole mentre l'attimo sguscia tra le mani inumidite, la parete è ultimo sostegno del sogno infranto.

Vai, accompagna la vettura sbrigliata, in balia di sé, sorprendimi, le saette non potranno mai colpirci, ferirci.

L'incauto misterioso intrepido non congelerà, non distruggerà la corazza di cartapesta, non piegherà il gesso di semplicità, si arrenderà, le armi esausto deporrà.

Poi sentieri sinceri aperti dinanzi a noi.

Poi la tua presenza sbiadita chiara apparirà.


Brigith

L'imperatrice


Era novembre


Era mattina inoltrata, sdraiato sul letto fissavo la finestra, i pensieri vagavano sonnambuli oltre il monte, desideri di ascese verso verità celate ed inesplorate.

Chissà se mai sono nella tua mente, nel candore della tua pelle, vorrei vederti di nuovo intorniata di perline e maestosa,

mi sfioreresti il viso?

Vorrei davvero abbracciarti ancora, vorrei che le tue mani guidassero i miei gesti, vorrei planare nell'aere e seguir i miei pensieri, non ha ormai più senso la mia volontà ed il mio agire, intorno alberga il vuoto e dentro un mondo esplode in sé.

Era novembre e nulla cambiò, resto attraccato al molo in attesa di improbabili maree, noi improbabili eroi d'altri tempi.


Canto cadenzato


Parlume di bitume mascherato di amianto dorato, sentimento scarno e bazzicato, destinato al silenzio ed al fermento stupito.

Damigelle ai posti d'onore, flauti magici, incantevoli corpi nudi, masticanti profusioni, ardori assunti e meticolosi, forse scialbi piatti decorati, leccornie carnali sui tuoi fianchi, animali graziosi poggiano le rime altrove e miro te, lì dinanzi a me, docile fermento mattutino.

Cade il canto cadenzato, poni assenzio mandorlato, atomo perso nel vuoto, ogni parola si arresta, il tuo sguardo resta, i tuoi fuochi inestinguibili, i tuoi braccialetti fruibili, pelle dolce da assaporare, da lodare, contemplare in estasi, il fiume di verbi.

Lenta poi ed improvvisa una viola distoglie il pensiero e tu come fosse solfeggio intonato volteggi, spiazzi e spazzi con le partiture, un basio, slinguetti dispettosa, sbatacchi l'anima secernendo spirito, grazia etilica e valente effige impressa, mai dimenticherò la voglia e la volontà di te.

Riprendi l'opera di sensi sviliti ma rigenerati dalla tua passione, che labbra vivide, intense, pure sentinelle in guardia e pronte a sfiorare l'etereo clamore, a soggiogarlo, renderlo servo, al guinzaglio, purificarlo e girarlo, rivoltarlo, poi chiaro consolarlo.

Attimo di suspence, entrano i cortigiani.

Cortesi direi i tuoi servi, le tue soluzioni, in trono dirigi e sorridi, poi riondeggi come fascio luminoso, caloroso, inaudito, colorato, cristallizzato, decorato, declinato, inviolato, e infine donato.


Sonata


Due bestiole si presentano, che graziose, che portamento, che quiete sentir il fermento muto, l'incanto, il canto tuo, è così sublime (e sei col libro chiuso).

Sembra quasi la musica non si percepisca, solo un lontano bagliore tonale, è un'arpa rinascimentale, un inciso spirituale.

Il risveglio fischiettante dei folletti, con gli intenti furbetti, dolce fiaba emo, tra Selene fremo, Eos avanza, che temperanza, la giostra gira cara ragazza nel carillon protetta, sia benedetta la tua faccetta.

In punta di piedi tra viali scoscesi saliamo i gradini, sfidiamo gli altarini vicini vicini, scansiamo il nemico e facciam l'occhiolino e tu danzi avvinghiata a te stessa sotto le stelle, dio mio che splendore!

L'acconciatura francese ti sfiora la palpebra distratta, allora oscilli trottolina vorticosa e scomposta, dionisiacamente risorta.

Ciclo naturale e metempsicosi corporale, batto i tre quarti, figura perfetta e stellata da musichetta pitagorica, le etalage di turno congiunte in Saturno hanno la luna storta e contorta.

Il meridiano divide il limone in atteggiamento sospetto, in dolce compagnia sul letto aspro e strisciante, la corda pizzica ancora come formaggio l'asola.

E c'è una festa in piazza, si sente dalla terrazza, più altera va la ragazza. La spola fan tre o quattro appostati sotto il palco autunnale, il vento soffia, l'amplificatore, la spina, le cuffie, il motore.

E poi gli stralci, sonetti o minuetti, il maestro si sbatacchia, poi vede la ragazza, non è distrazione ma entrar nel vivo della questione.

La musica infatti avanza, avvitamenti, piroette maledette, odore di fumo, sbuffa la pipa all'inverso.

Siamo ancora all'inizio, ne passeranno di ponti sott'acqua, archi romani sprofondati e corrosi dal flusso, il maestro spettinato indossa il cirro stonato, copricapo lodato, disimparato, frastornato e sciupato.

Vai in re minore, te lo aspetti, non sei dodecafonico, allora l'orchestra sbadiglia, pastarella e amarena stanca, vorrebbe inchinarsi per sopirsi, il pubblico bivacca, divora le note indigeste, scucite e scandite dal ticchettio di novena ripiena.

Eccolo, entra in scena, proprio mancava, l'assicurato impresario che lancia in aria i tre danari, mette da parte e investe i talenti ad uso contadinello ottuso ed imbevuto di pesticida laureato, di sandalo arricchito e deluso.

La ragazza sonata si ribella alla disfatta, gambe all'aria, è tutta fatta, affonderà col transatlantico, vicino mio dio, l'incubo mio, tra le fauci del coccodrillo riversa sincera la chimera e le partiture, tutte le arsure e le violette infine.

Mi alzo dal letto al frastuono, il pragmatismo ha svilito il suono docile e contemplativo, l'anima e lo spirito si ribellano ad un corpo che non vuole piegarsi ad essere semplice contenitore e strumento dell'una e dell'altro.

E scorgo lontano, la vista aguzzo, dicevo scorgo un lamento materializzato di un mondo eclissato, un mondo lontano e ovattato.

Poi uno scalpitio, il mendicante ritratto, armato di bastone, nell'incedere distrae.

Folle, folle, folle il venditore, freme, freme, freme la bancarella, fruga, fruga, fruga sotto il suo velo.

Il nostro cuore è l'ultimo rumore, il vento ancora più forte respira affannato, mi hai già dimenticato? Ma dai, eri sopra poco fa. Che cosa diresti al mio posto, fischietti e mi ignori, padrona dell'oblio notturno.

Cambio di scena repentino, la ragazza mi riabbraccia, cade in trance, cade in estasi mistica, in un attimo è trafitta dal dardo d'amore, il fanciullino alato ha di nuovo vinto e perverso è il seguito...

Va tra le note di nuovo, godi la musical vitalità, vai spogliati, leva le lineette nere, bianco il foglio dipingiamo ed annotiamo.

Che carina la mantellina incrinata sul ruscello, mi guardi fissa e risplendi, mi copri il labbro e la tua bocca sfiora la mia fronte, la mente in refrigerio.


Acustico intruglio


Acustico intruglio nella notte, lunare influsso sulla soglia del tempo, poi sonnambuli pensieri, destrieri rapidi.

Dammi l'attacco, tra piatto e patto.

Sì.

Sona il bel sì, d'oc, d'oil, d'oui, cortese l'arnese, Paride ed Eva, guanta na mela, Patroclo e Beowulf, iena, lupo e leone, indugio burino sbarazzino, goccia perforante e claudicante, dissetante, piangente, petalo brinoso incandescente, borioso, bucolico, georgico pizzetto.

Vai così, ancora il sì, paese violato, masticato, bile il giornale nomato libero, l'eurodance, i Gigi di turno pop, dance e topini, accigliati al piano, alle tastiere, alle groviere, dimmi mai o cosa fai, la scrivente si arresta e vai a capo, burumbum cià,

annebbiata scolaretta nella vendetta, l'ayatollah torchio di vendemmia, tutto è ben quel che finisce in mi, bufera russa o capricciosa, rivoltosa ottombrina porpora, zarina, cesarea, Alessandria paludosa, stop uno.

Movimento compulsivo, pensiero ossessivo, ritmo assordante ed estatico ondulante, pentateuco e pentagramma cabalistico, sufismo e panpsichismo, percezione aumentata, esponenziale mescalina, astrale vite.

Lento, sh,

lento sh.

Un silenzio lo faran i papaveri, il cemento.

Riprende, non arrestarti, ribellati il sistema, kantiano imperativo categorico kierkegaardiano calar le palpebre, recitar, il personaggio, gioco dei ruoli, gioco di ruolo, gioco di parte, Bercoglioni, gioco delle parti, il Vaticano.

Silenzio, ancora.

Bum!

Il pupazzo in viaggio. Il ritorno etereo. Il rimorso sulfureo. Acqua distillata. Olio e combustibile ligneo. Classificazione enciclopedica. Semitica semiotica e semiosi virale. Attacco micidiale. Falsificazioni e fornicazioni. Formiche laboriose, il sessantotto e le cicale. Poi le scale. Trasfert l'Rna. Mitocondriale il respiro e il nutrimento clorofillico. Poi...

stop secondo e terzo finale.


Un istante fatato


Un istante fatato, come un film il passato, una storia sbocciata, di passione velata, sposta due carmini spiriti felini, agili le mosse, le decisioni poste come addii puri, incontrovertibili sapori dolci, ed è già mattina sui tuoi occhi, e te ne ricordi con un sorriso col quale stringi le mie mani.

Ah sì, che impronunciabile sentir!

Sposti col favore del vento l'abat jour e scendi dal letto, ti poni alla sponda il voltaico sentimento, sei mezza nuda come mezza luna ricordi mondi lontani, la penombra ti invade il volto e inizi a cantar, un adagio lieto splende come viola in primavera, come nota d'attacco alla maniera di cattedrali barocche e nascoste, novene e filastrocche sui tuoi umidi capelli, impronte sul vello, oh il mantello, sul percepir il bello, oh il Metello che provoca dolori al poeta, sordo l'appello, l'invocazione, la conclusione dischiusa, assortita, candita e sì, vai col sospir, che delizioso l'indice al labbro, il naso e la manifestazione di un silenzioso animaletto porta fortuna quale sei tu, mia amata rosa, e te lo dico, ti dico oh, che cristallo candido e variopinto al tuo riflesso, al tuo compromesso stabile, un braccio sul mio corpo, l'antico modulo scisso sul tuo libricino, reciti come assorta l'ultimo verso e poi l'orma del rossetto sulla mia bocca.



E poi vetri appannati


Le lenzuola sussultano nell'attimo di esitazione mi guardi, già altrove i tuoi pensieri, l'estasi dell'attimo ti innalza e vaghi verso mondi lontanissimi.

La foglia tremula pel freddo, finisci nell'oceano profondo, Atlantide sommersa dominata e mai più punita, nel frattempo sei già sulla riva.

Vai docile, va', non ti fermare, attendo le tue mani zuccherose, come fossero ultimo approdo, decoro dei dì passati, sviliti, la notte riprende a suonare.

Vado verso l'atmosfera d'inverno, cosa ci fai tra gli spalti beati?

Cosa c'è nel do diesis minore, forse l'ardore di nebbiucole che penetrano il corpo, dissolvono il trotto della mente intorno al ripiano sciupato.

E poi vetri appannati, il nostro anelito impresso come stampo opaco e non dimenticato, il tempo non si spazza via.

Procede, magari si arresta qualche attimo, ma la bottiglia si avvicina già alla tua bocca, sei sciolta come bacche desiderose e carnali, spiriti notturni infestano le braccia.

Così lenta le agiti.

Arpilla


Risveglio in gomito ai bordi delle radici, sapienza megalitica all'aurora.

Parte e ritorna, in circolo trotta, rissa dischiusa in petalo verticale, licenza boschiva, arpeggio arioso, e poi la luce che eclissa in compresenza magnetica lo sguardo.

È già domani tra me e te, lento moto senese, accento cortese, urletto crestese, spasmo punkettaro, bestia di fato avverso e maledetto, morosità del sentimento, dizionarietto urbano, l'acume spiazza la principessa, in dono l'ortensia, ne conosci la potenza? L'assurda valenza? Il do e il sol!

Poi improvviso adagio allegro, non troppo disteso ma ripieno, i richiami di mandorla, i volumetti cari, tomi d'alloro ricamati, e sguscia, sembra sfuggire come invito all'infinito, è subito mattino, tu già lo sai, io già lo so, oppure no, restiamo al limite del vortice e pendiamo.

Che cosa c'è? Osa la penombra rivalere, ribelle mia, la lotta tra i generi, trittico indoeuropeo, la valenza plurima cara eredità, l'infinito sarà indefinito vagar, tu non ricordi la mandria dei pensieri inquieti al riposo ma rimembri la figlia del vetturino, è un incubo mattutino, la casupola villosa oscilla arpilla, fluttuante dimora nubilosa.

Incanto solforoso, canto lezioso, scontro tra Chimera e Desdemone, la luna celtica difende e sorregge, magari ostenta l'orpello dialettico del fermento, astuto frumento, intensivo furetto diabolico e dispettoso, innocuo ma fastidioso.

Continua l'asola ad isolare, volta la carta epifania del giullare, improvvisa Ofelia, ninfa negligente, sembra violare il sacro bosco, entra nel misterioso borgo, ed è già giorno.


Attracco fugace


Cappa e arsura per il corso, refrigerio del tuo braccio declinato, così mi estraneo e ti guardo.

Via Toledo, metà agosto in trotto con te. Rinascente, profumi, saponette e collanine.

D'altronde non c'è la sentinella.

Attracco fugace, saldato il nasino tuo al mio, che dolce il viso indaffarato.

E il tempo cavalca senza sosta.

L'alemanna regione è un volto di disperazione andantino, l'introito del destino, l'immobile fattorino.

Attimi persi o riacquistati infarciti d'assoluto, l'encomio solenne, l'alloro corona dalla tua mano.

Minuti atroci ma così lieti, lievi e indelebili, l'astuto riguardo delle tue labbra pende dalle mie.

Candida vita cara, pura sordina baccheggiante. Sfiniti sulla panchina, giriamo ormai da cinque ore, loquace il mio sentire e il tuo riflesso è denso.

Ti sfido, riaccenna il tuo sorriso.

Appoggia i sogni, di lato come fossero ghirlande, affidamele saranno impreziosite col cobalto e colla sabbia, saranno immortali come coretti.

Ancora più mite il vialetto, posizionata la tua testa sul mio petto, non dimenticarmi flebile sarai filigrana selenica.

Il cielo sfuma nel rossiccio, fenicio l'incanto dell'occidente marino, è davvero stupendo ma l'attimo si arresta e divaghi.

E così finisce siamo già distanti, la vela protesa sbanca e noi sbarchiamo in brecce parallele, l'estate tra statue e foglie di lichene.


Stendi in aria le mani


Sì, l'invito tra le fronde. Così l'accenno gregoriano. La mia vita come tramonto scorge l'ultimo lamento. Sì, quel breve cenno. No, l'inutile attesa svilita e svilente silente.

Se penso a te guardo in me e scorgo i passi dell'ultimo giubilo danzante. L'intimo pianto adibito a fremito spento.

Con i pensieri spuntati affilo i concetti in patetici versi d'oblio, vai tu cauta al confine, il nome giusto qual è? Ricordo solo che per te oscillava il ciondolo del mio sospiro.

Sì, bramo te. Si, puro sprazzo sidereo d'oriente.

Sulla via sono perso, sonno sperso, piccola amigdala il mio canto perde ogni senso.

Sì, ricordo di te. Sì, emozione d'ultimo fiato.

Ovemai ricordassi questo naufrago perso stendi in aria le mani.


Passano stagioni velate



Passano stagioni velate, le pagine restano offuscate, le labbra docili e dolci restano stampo dell'atroce rimorso.

Tu affianco sincera e ridente, l'attimo assurge ad infinito, immobile germoglio odoroso, incanto del sospiro vorticoso.

Il simpatico vestitino alabastrino, proprio lì, a ridosso del senso, portamento divino, e dicevi in concatenazione parole, l'emisfero oculare inclinato, ammiccante e vitale.

Sono solo refoli inutili, dimentica gli attimi indescrivibili, resteranno apatici intrugli, sdrucciolo rovinosamente nel nulla.

Cosa vuoi che resti? I frammenti da rigattiere? Oppure testimoni scaltri e assenti perché assente è ogni realtà.

Resta solo l'idillio scalzo e stanco, parlo ancora a vuoto, a nessuno o a te, qual è il significato di questa attesa? Una semplice pretesa tramutata in remissione arresa? Una docile richiesta che nell'ombra resta funesta?

Cade la goccia dal viso, inumidito il libro, è ormai un rito, la mistura di odori rimembranti altro non è che un'offesa qualunque.

Il palpito nella penombra, la luce di un lampione distante, mi imbacucco sul ciglio in ripicca, mi scopro di nuovo silente.

L'auto sfreccia, breccia vetusta, la sigaretta caducante e caduca, e un ultimo pensiero, il tuo volto di soffiata che risplende nell'ondata di quiete.

Resta un'ora o forse un giorno, quale sarà il destino non lo so, un'altra auto passa e credo che non ci sarà più niente, che l'illusione bolla di sapone in sé sopita svanirà.


Paralleli assunti


L'aurora, il volto e tu, mio testo sconosciuto, riflesso tra cammei, follia.

Simpatica e sconfitta, hai l'aria da brivido freddo, carpisco le intenzioni, i residui di noi.

Paralleli assunti tra anfratti di cemento, vegetazioni, Bastiglie, all'assalto, l'ombra, la silenziosa intromissione a dito levato.

A fianco manti da ricucire, le ultime battaglie sono canti ormai annebbiati dal tempo e dal colore, dallo stupore di riguardo e proustiano.

Implode l'asserzione, me ne accorgo sol'io del fittizio sospiro trattenuto e sopito.

Allo specchio il tuo godimento, nel solstizio santifichi te stessa, in vergine il capricorno, il tropico del ricordo.

Vis compulsiva trafitta da auctoritas, potestas e mezzo corporale, sarebbe magari meglio dire che futuro c'è.

I fluidi in campo come Rinaldo braccio della furia, Angelica e l'anello al vento nel pub, Orlando violato e spuma doppio malto audace, l'ultimo miraggio a dimensione plurima mostra il coraggio, nel contenuto circolare d'Achille il raggio.

Scansati all'ultima conquista noi, offuscati e rigenerati da un accordo di quinta partiamo in quarta nascosti e pronti.

E poi l'effluvio nel tuo giaciglio, la lingua tua su di me è una lieve e dolce spilla.


Fuggiasco contemplativo


L'attimo che sgocciola tra le tue violette che con cura incanti e spogli, tratti o fondi di bottiglia, non tutto è stato inutile, questa storia chiede venia.

Attimi di pioggia e ascesi, non me ne volere dicevi, l'annullamento volitivo l'ho preso alla lettera, guarda.

Porgi l'attimo ora, la notte è complice per le tue e per le altre braccia, resto fuggiasco contemplativo.

L'ombrello cinesino, l'attimo ancora, gli spostamenti temprati, tempere fluide e si innalza la temperatura.

È un momento di distrazione, un attimo d'effusione e la sapienza eremita scaglia floreali tafferugli intuitivi e vivi.

Che bello scodinzolio, trami affabulata i capelli e ti stendi, aspetto un altro attimo, estraneo stupore.

Pallina folle come incenso in un attimo è già qui, muta silenziosa direzione e porgi intanto il viso altrove.

E passano gli attimi, dai senso al trotto, qual è lo scopo della nostra intromissione? Forse solo il tuo sbarazzino cappellino.

Volta in un attimo la carta e scrolla la sigaretta a mo' di scaltro intreccio.

Arde un fremito di vento inumidito, attimo d'intenso incupito, il giochetto dura poco.

L'orologio freme il relativo attimo d'amore. A ritroso l'alloro, al passo il decoro, foto ingiallite, pulite le strade, chiarite le brame dell'infinito attimo.

Per sempre, un attimo.


Pallida effige


Dopotutto la spiaggia che hai tra i capelli è d'intimo verso, inclito scontro.

Dalle miserie scoscese brulica il piacere. In borge e borghi spauracchi notturni, la tua pallida effige soltanto trasmuta l'assurda viltà cassiopea.

Dove sei vivace mia guida? Sono sperso! Dove sei astro femmineo? Non posso resistere al silenzio.

D'altronde nelle foresterie straniere aspettavo l'arrivo in punta di piedi ma l'unica cosa concreta era l'intuire l'essenza tua riflessa.

In volti assenti sognavo, poi schiusa sbocciava l'ultima speme.

In misteriose attese loquace mi disfacevo, lo sciupio del pensiero e la breccia del perso sentiero.

Non credo ad altro, forse a poco. Non credo e basta, tanto aspetto uguale.

D'altro canto la luce un po' la scorgo, immagino, fremo.


Respiro dell'aurora


Passa il frullio delle foglie sopra le coperte, l'acume spillato in vino e tu acca accavallata.

Puoi pure divagare, l'erba è già pronta, sguscia solforosa, tralaticia viene e va.

Passeggiamo con la mente, vetture in lungomare, bianca si diffonde, dico e sorridi, respiro dell'aurora, stendiamoci, va', un carino singhiozzo, sospiro e il bacio è improvviso.

Puoi tralasciare questa vita, puoi sorseggiare un'altra pinta, un' audizione d'amore, ove alberga una civetta, lo spirito e l'alfetta, un invito, un trottolino intatto, l'alterigia tua vitale.

Quindi scorre vivida e non si interrompe.

Quindi riporto i segni, pitagorici riporti, aforismi pentacolari, spettacolari pantacollant.

Poniamo per assurdo il pensiero discordante, allora prendi la chitarra, socchiudi le ante, ci divertiamo questa sera, eccitata ridi di nuovo, ma è solo un cenno, un'ipotesi d'attacco e la mente in desiderio visibilante va.

Vai avanti ti sento, percepisco vibrazioni estetiche, scorgo lo spirito, se non ricordi le parole non le dire, è inutile, ti accompagno, stringimi più forte.

Cinabrico cielo accompagnaci per sempre, chiudo gli occhi, li riapro, sei in fremito sussultante, avvinghiati ancora sino all'osso, all'ultimo accordo.


Silenzio! Ultimo verso


Per questo poni il silenzio come ultimo verso, piangi in sospiro, le tracce sul viso.

Orchestri per concussione concerti di delusione, sembri ordire complotti audaci ma privi di vita, direi fatiscenti.

Poni un candelabro con grazia sul ripiano, lume da scrivano, enciclopedizzi gli aforismi dell'essere come trolli vaganti su radure d'assenzio,

aspiri possente.

Immagini la scena portandoti traslata l'attimo alla parete, mangiucchi la gomma trafitta con aria somma, l'incudine ripudiata e maledetta nell'espirazione pone il verdetto in conclusione.

Allora diventi la famelica belva con mastodontici anfibi trucidanti e borchiosi.

Vaneggi vespri, li maneggi ancora desti, li biazzichi in atmosfere rarefatte e rifatte.

Ti nascondi tra le vetrate, i lastrichi di serenate, alberghi solitaria negli altrui pensieri ed il domani è dell'oggi già ieri.


Fuggi, deh, vai e ritorna


Pulsante vialetto ambulante, saraceno viso condensato in alluminio, spasmodico volteggio attento, scaltro e comunque frastornato, sale a mille la dopamina sprigionata, arieggiata mesencefalica giornata, precisamente condensata, un po' svogliata.

Fuggi, deh, vai ritorna, a mo' d'altimetro cambia e trotta.

Fulgida cambia rotta, puoi invertire coordinate adiuvate dal vento o dall'ultimo intenso senso.

Potrebbe anche suggerire con riguardo decoroso, funzioni, secessioni, squallide illusione o anche l'ermo eremo solitario.

Magari è una silente ondata di valente dorata vanagloria oppure una ridente giornata di sole o forse meglio una novembrina serata da serenata.

Non capisci l'importanza dello stupore del vissuto, dell'intimo dolore che sgorga a frotte dalle fronde.

Si modifica il verso, adornata semplicità nell'ardimento, puro fermento, è un vaso capiente, testa nicodemica e nicolea!

Fugge ancora il sussulto sussurrante.

Fulge il circolo ritornante e ridondante.

Uh fonte pura! Dell'ultima sventura! Uh fantomatica ardua salita, riposo indomito, ozio mediante, mediana del tempo!

Puoi vedere l'essenza! All'indomani della presenza,

vive, respira, si sente, alla vigilia della frontale guerra un urlo di quiete universale, pace sesquipedale.

Vai passione, colmati ancor d'illusione, nutriti di spoglie spirituali, agisci per il tramite spiritoso, motto solforoso, arioso.

Qual è la ragione dell'allucinata stagione, frutto di follie da società regredita, di branchi famelici di vandali che salvano gli ultimi testi e incendiano le rovine dell'ipocrisia, ma se ti scorgi troppo l'abisso ti inghiotte? e allora qual è la soluzione? vivere in intensione e progressiva espansione senza dimenticare la polvere e il sale, nutrimento e fermento, amore ed unico senso vitale.


Schiaga


Partenza ovattata, sfilata dolciastra.

Le forbite delusioni sono attese ed illusioni (magari involontarie pretese).

Le imprecazioni verso realtà sconosciute, piogge da granai e soffusione in mulinelli e mulinetti, cosiddetti (contemplazione floreale ed azione di gemma astrale).

Le mitre indoeuropee trasudanti (intromissione cadenzata).

Le madornali ondette ritrasmesse in calce firmate, mortificate ed imprecanti, bendate dee nell'adesione (oh abbracci fugaci).

Potrei poi divagare ma la scelta è densa e immensa geme.

Proclama l'adagio (perverso detto), proclama il verbo intenso (vibrazione cordica e scandita), vorrei dire due parole ( oppure sorge di traverso il sole).

Proteggi genealogicamente ( a due metri da terra) col tuo nome cacci e resti in piedi ( vitale profusione) trasvoli e non ti posi, adesso ti fermo, ti aspetto, ti ammiro, ti guardo (prodromo dell'interno conflitto accarezzato dalle tue labbra).

La luce lentamente si spande tra i rami, la tua immagine mi investe mentre bramo.

Con semplici parole pensieri remoti, li condenserei e poi li sgocciolerei e tutto tuo in inumidite spiagge giacerei.

L'opacità ritorna e desto mi volto di lato, vicino il tuo viso in sogno confonde assurde realtà, ti scorgo tendendo all'infinita verità.


Polvere vischiosa


Polvere vischiosa nell'accordo di riflesso e schietto. La stella vistosa all'orizzonte unica luce come rosa nel deserto antico, ove assurda rispondeva alla richiesta del ricordo, un'edenica pace, un innato amore, uno stupore per il sapere, la fiamma, il vento e la goccia per cinque o sette lettori.

L'attitudine cela l'attributo, il divino vincerà sempre sul terreno dannato, non è l'eco del silenzio ma si alzerà il tramonto ed in eterna penombra interno a noi sarà l'universo, l'eterno circolo infinito e quindi come tale delimitato da tre punti, coincidenti eppure in manifestazione ed ideazione distanti e spersi, poi una voce che lenta sussurra, non tutto andrà perduto.

Mangerai di ogni frutto di sapienza ma mai la tua mano si leverà su un essere naturale tuo fratello, altrimenti ne morrai, conoscerai l'ignoranza della fine.

E la maledizione terrena si scagliò silente e dolorosa, i frutti son di tutti e si continua a coltivare un orticello privato privandosi della bellezza della congiunzione divina comunitaria ed assoluta.

Chiudi gli occhi e vedrai in manifestazione di luce l'amore seme di sapienza, giustizia, libertà, e fratellanza, l'eros inerme e potente vince e soggioga la violenza claudicante, l'umile nel godimento schiaccia e distrugge il possesso.


La Torre litigiosa di Varsavia


L'ardore dei tuoi occhi che scende traluce in illusione ed ascende spuma marina dalle labbra intense.

La torre del tuo nome protegge come silicio possente e gemma assente un alito di vento in refolo vitale.

Selve asprose e tutto tace, nel silenzio scorgo l'imprudenza del tuo volto incandescente e pallido in un attimo il cenno.

Per le tue soffici gote l'inverno carezza le fronde che lievi mutano in scaglie il sincero sguardo fulmineo.


Centro inscindibile


Ammiravo in silenzio i suoi occhi vividi e accesi, torce lente sul mio polso i gemiti da sponda concupiscibile.

Nel momento supremo un inchino vistoso e le schiuse mani veline smorzarono l'affiatato scollamento labiale, l'intimo tumulto astrale.

Le costellazioni in trotto scese in questo giorno a contemplarti in congiunzione al capricorno, genesi della lode furente, perversa in dormiveglia, quasi per metà etilica.

Miscela dello stupore lo sguardo, occhi portali spalancati ante e poi stretti a fessura nel verbo infuocato scagliano aforismi suadenti.

Le schiere di belve ai tuoi piedi e tu sulle punte a slinguettare fior di ciliegia soddisfi soddisfatta il desiderio in disfatta e succube a sua volta di te.

Centro inscindibile di ogni interpretazione la voglia di afferrarti il volto, coprirti d'oro velato e mai più dimenticato, in assurdi cieli cobalto tramutati in ere di rame soverchiato dall'ultimo tuo denso bacio, oscuro il medesimo senso occultato.

Lasciavo cadere la viola del pensiero e tu mi carezzavi i capelli e l'attimo assurse ad unico istante importante, obbiettivo di ogni sbarco, stagione unica, candida perversione eterea ed eterna.


Abat Jour


Abat Jour, allo specchio tu, silenzio tutt'intorno, azioni ab intentio dell'ultima luce che sa di te, sono discorsi protesi ad intimo verbo, oppur intesi in declinazione astrosa e musicalmente estrosa, asprosa.

Abat Jour, silenzio nell'adagio bronzino, dialettico andantino, compari tu in dimostrazione scettica, nostalgica, ultima diesis.

Scorre il vento venoso, profumo intenso e vorticoso, parla vespro inspirando il vuoto gorgheggiato, sciupato, sprecato, esoterico il senso essoterico, nostrano, villa soffusa e profusa, disillusa e beata, violata ma incontaminata, scoperta e increata, plasmata, creta micenea, plebea élite giubilante, sognante. Abat Jour, direi discrasia discronica, bella époque con l'adolescente che consiglia ai bordi del nuovo millennio svogliato, problemi d'amore algebricamente sottratti, l'ama tematica, il fumo di sigaretta, l'ultima orchestra lenta, magari un motivetto a mo' di fumetto, passa la stanza, piede adirato e cadenzato, cambiamo e scorriamo scrollando l'encomio, l 'adoro e il j'accuse, l'entusiasmo da spasmo rotterdamino.

Abat Jour,

in ultima istanza, 

ultimo dirimente rampicante, sognante, ragazza crudele e vaticinante, scolastica adiuvante, l'ultimo accordo lo volli fortissimamente, patto musicale saldato e incespicato, inerpicato, travagliato, accartocciato e saldato al naso, scapigliato.



D'accordo, sogna


Gira intorno ad un pensiero 

l'anima silente ed imprudente, tu nel letto a scardinare ogni idea che dirompente si arresta, l'assurda intromissione in compromesso ha tolto il velo, godo dell'immagine e ti afferro, sei già pronta nella delibazione sentimentale, passi altrove in fluida concatenazione corporale rifletti e gemiti adorante ed adorabile.

Uno sguardo è già passato, lo sbieco dell'occhiata è estasi spiritica e possente come la tua mano contenente il germoglio del ricordo, in un colpo scarichi l'etereo, secerni l'assoluto dalle edere, tanti passi, invisibili gli stampi, pure le atroci dimenticanze sono schiarite da l'ombra del tuo volto intatto nell'altrove della parete.

Brucia la vivida amalgama stupita, il certo vive assente nel privato scranno, in cime tu e l'erbetta è già tradita dal dito che invia un segnale nel vuoto dell'essente plasmando l'autentico dall'inautenticità vitale.

Diffidente sbuffi e strizzi l'occhio, tre volte grande, magnifica, somma, cenno creativo, maestranza inerme e virtuosa, fremente.

La dualità distrutta dal femmineo senso trinitario ed unica somma, gradiente totale dell'invisibile, risma impressa per sempre.

Il desiderio non si spegne e riparti audace, instancabile respiri profondamente, bellezza al massimo fattore nel tuo visino carino.

Il segreto non sarà svelato ancora? Decidi pure se farlo o no, la sintesi si attiva quando il meccanismo è ingranato dalla chiave e dalla svolta attesa.

Il bello deve venire nel momento in cui trasvola il vento sui tuoi capelli dando fiato alla materia, c'è tanto da dire, più da fare, invadente scoprirai il piede e il metro ribaltato, i tre quarti dell'attacco, ti aspetto.

Puoi dire sette parole, la formula e trottare, intimo verso specchio dell'eterno, due occhietti schegge di ciliege, labbra fragolina nascosta nella variopinta collina.

La sabbia segna un solco nella clessidra, si blocca il tempo e tutto scorre staticamente, in un attimo incontriamo il divino, dentro noi sorge un inviolabile destino, indecifrabile ma sensibile e percepibile.

In inscindibili sentieri fulgidi passeggiamo e poi improvviso il ritorno.

Sei ora stanca e chiudi gli occhi, d'accordo, d'accordo, sogna.



Vai tranquilla al dunque


Vai tranquilla al dunque ma comunque io eludo il discorso.

Tu stringi i pugni allerta, dici che è per vendetta che sfiorisce il rimorso decoroso e intatto ma non basta una parola a far svanire il sapore della sera e allora tiri le somme, addendi riflettenti, tramuti l'eterna lotta sovrana in questioncina da sottana, sembra quasi che l'atomuccio sia un surplus voluttuario ed incendiario.

Allora ti chiedi se l'essenza della storia atonica sia etica da comare o vidimazione risplendente nelle sale e l'ente traspare.

Credi che l'indecenza sia frutto di un ricordo o di coscienza? pura vacuità? nel refrigerio assurdità? oppur passione per metà? trasognante viltà? infima realtà?

E ispiri con gemiti notturni atroci e bellicosi.

Ti stai sporgendo troppo, l'abisso chiederà il conto, salato, privato e disprezzato, ascesi mistica superiore nella perdita di dignità.

Credo or io che sia il vuoto che pone problemi, vacilla il costrutto, la medaglia in penombra e fuori piove.

Lo dici davvero oppure tanto per dire? Sensitiva del manto astrale e sincopata extrasensoriale velleità visiva.

Credi in profetiche brame e sintomatiche astute trame ma dov'è la persona? Dov'è la previsione condizione d'amore? ti porgo dai la mano, la penna l'hai posata, ci omaggiamo a vicenda in incoscienza, ti aspetto ancora dai. Ma dimmi che verrai.

Ogni cosa è un pensiero porto in azioni sepolte, nascoste, in particolar modo il tuo cappellino, i tuoi occhi e il tuo viso.

È un'illusione il tuo volto orbene, il tuo sorriso.

Ma non è uno stratagemma soltanto la brina e la voglia che resta.


Striscia l'ultimo rigo


Puoi pure chiudere gli occhi, fallo, fallo dai, fallo, fallo e saprai. Puoi pure tributare un pensiero, vai, vai, fallo, vai.

Brucia la sincretia, la vasta simmetria, l'astuta mia mania che straccia i lacci sulla via.

Valida la sorte, poco più è la morte.

Puoi pure sorridere, fallo, dai, fallo, dai, che fai? Te ne vai?

Stereotipo sincero, nero il cupo sentiero, puro lo sguardo che come dissi è altero.

Candida la sfinge, polvere in soffitte.

Esponi lo sguardo e traccia su carta la malefatta.

Comunque l'incanto svanisce col tempo, il tuo corpo è tiranno, la tua immagine persa ed in un inutile verso stupito è l'intento, in un attimo è già dimenticato il portento.

Placida dalle pareti principessa senza veli, cristallina ed introversa, un po' dall'azione interdetta.

Si spalanca la finestra, l'incubo e tu succube.

Puoi pure difenderti, orazioni e retorica spenta.

E l'antico vaticinio sta sbrinando in ascesa, sta intasando i rimai e le scale, lenta va la sicura melodia nell'arsura e il bianco del reale stranito è regale.

Puoi anche dimenticare le serate, le risate, puoi pure... come? Già lo fai? Te ne vai?

Spurie verticali, tropiche tempeste e tu con un paio d'ali, alberi che si inerpicano sulla tua pelle e tu rinchiusa nel sogno delle stelle.

Porgimi ciò che sai, ma che fai? Serio te ne vai?

Con clamore silente striscia l'ultimo rigo e il continuo è un ricordo che neppure più dico.


Hai già dimenticato il nostro segreto


Hai già spento il sospiro di me, ragazza che cerchi che non sia me?

Hai già acceso lo stereo e riflesso, ragazza allo specchio quel tuo sguardo il mio è spento ormai.

Ogni volta cambi rotta e fremi ma ormai hai appena gettato il tuo straccio e incendiato il residuo, mai più io e te?

Dove sei? Amore dove? Non ce n'è ormai di felicità più per me? Dove sei? Amore dove? Dove sei? Pezzettino sereno, tremavi un giorno ai miei occhi, alla mia pelle ma il gemito è rotto ormai già.

Piccola e dolce, perversa e austera, sveli te, mai sei stata così sincera,

te ne vai, non resta più nulla ormai, anche il ricordo è svanito, chi lo sa se tornerai, se ti ricorderai di me sperso in questo frammento eterno.

Hai già spento anche lo stereo ormai, non un solo rimando ti porta a me, ragazza hai ragione al mondo non serve ciò che penso e sento.

Hai già dimenticato ogni frase, ogni intimo sussulto, ragazza o resto o vado via nessuno se ne accorgerà, non rimpiangerà le mie dita, è vero.

Adesso è già sorto il sole, il nostro segreto dov'è finito? Non ti ricordi nemmeno del mio volto, delle mie mani, delle mie passioni.

Sono qui,

vivo.

Qui ad aspettare, fino a che l'ultimo fiato emetterò, mai la testa abbasserò, ascoltami se vuoi, amore.

Aspetto scalzo, distratto, la vita mi cade dalle mani, e il vento è il mio ultimo sospiro.

Hai già dimenticato il nostro segreto, ragazza di te mi resta solo l'immagine impressa della luna.


Io non posso più aspettare



Tic tac, tic.

Sì.

Parlami ancora, non salutarmi.

Lenta la luce è altrove ma io cerco te.

In questo modo sovvertiamo il destino.

Tutto ai nostri piedi, sono queste le due tue parole?

Oggi brilla l'eterno, aspetto ancora, verrà il magico istante, ti sento, non sei distante, tutto è possibile, fammi accendere, paf! Scompariamo!

Dammi il verso di traverso, fuggiamo lontano!

Un'esplosione di colori, dammi per sempre il tuo cuore!

Fammi venire il brivido dorsale, parla, sprigiona potenza, orgetta ad incandescenza!

Fammi sentire l'incanto fugace, poi fermati e resta qua!

Luci soffuse e profuse ed illuse, ispirami con fascino turbante e gaudente!

Con un bacio fammi disimparare la realtà!

Spogliami di indumenti e morale.

Prendimi, innalzami e innalzati al di là della verità. Vedrai che l'universo, la natura e anche tu (follie sideree) si muoveranno e ci proteggeranno.

Dammi il sorriso più dolce, svelami la tua volontà!

Dammi un altro abbraccio, stringimi for ever and ever!

Stuzzica il mio entusiasmo, chiudi gli occhi e continua a cantar!

Portami lontano, le spiagge inviolate da noi conquistate!

Sei pronta, dai vieni, io non posso più aspettar!



Scende già la sera


Parlerai un giorno con me? Hai voglia di ascoltarmi ancora? Il tempo passa, dimmi se un giorno avrò te.

Credo che nulla sia importante ma io non sono ancora finito, l'entusiasmo è ancora in me, freme ed arde l'inestinguibile fiamma.

E te ne prego soffermati, non dimenticarti di me, pensami se puoi, abbracciami se vuoi.

Spero che un giorno tutto cambierà, ti ricorderai, stai tranquilla, comunque mai mi perderai.

Scende già la sera, va via un'altra giornata, muto chiudo gli occhi.

Mille pensieri mi affondano, i dispiaceri sprofondano, tu dove sei? Io oramai che farò?

Lenta muore l'ultima speranza, non c'è più luce né rumore nella mia mente, non c'è altro che non sia te.



Mia Regina


Mia Regina, il tempo è inesorabile e si spegne in me, sai?

Mia Regina, ti ringrazio, la paura ormai non mi spaventa.

Lo sai che le cose spesso migliorano ed io credo di aver scontato ormai le mie colpe d'amore con la tua forza ho studiato, visto, sedotto e sconfitto l'abisso ed ora sono meno di nulla e stremato ma vivo.

Distratto dalla malinconia, ti ho pensata e amata, ti ho desiderata, ed ora poso le mie armi, hai vinto.

E ti ringrazio sai perché non ho più motivo di continuare, e credo che per sempre ti custodirò, proteggerò e se vuoi taccerò, sono padrone dell'infinito nulla che è in me, e non c'è alcuna cosa che possa distogliere il mio sguardo da te.

Mia Regina, sono una musica fastidiosa ed inutile, scompaio e non mi copro, dissolvo me stesso in silenzio.

Mia Regina, le parole sono tutto quello che ho, non è molto, non è niente, è tutto perso.

Spero non ti dispiaccia raccoglierle e unirle al tuo cuore.

Nei tuoi occhi l'ultima speranza è accesa, sei tu la mia forza, io dal mio scranno disfatto non ho che te.

E ti ringrazio di tutto, ti devo la mia vita, mai ti tradirò, per sempre d'incanto ti ricoprirò, le mie parole sono neve tra le tue mani espandi la luce che ne riflette lieve.

Ed hai tutto ma ti prego, ascoltami, io ti sto donando tutto me e ciò che è al di là di me stesso, non rifiutare l'ultimo mio sussurro.

Mia Regina, eccoti la mia eredità, poche e stupide parole, il mio umile amore.



Albero Romantico


Cosa farai se un giorno ti volterai verso di me?

L'albero romantico e sotto controllo lo sguardo.

Cosa pensi di me noiosa annoiata? Perdo tempo tra profusioni e illusioni, immagini tue, parole ed aliti importanti di vento, mi nutro di te.

L'inverno tende come le tue mani, è un'astuta passione incantata.

L'inverno mente e lo sai, passa l'anno, il fiore sboccerà? Scema, mi stai guardando, andiamo sono pronto.

Cosa pensi essenza velata? Il tuo sorriso è chiaro luccichio intarsiato, lascia alla porta il senso e perdi il controllo.

Su letti invernali e silenti perverse le tue mani sottili e intense, io penso confuso a te mentre tu guardi e sorseggi tè, è al limite il godimento.

Non è descrivibile allora posa la penna, stendi le braccia, muta sorreggi la guancia e strizza occhi in disfatta, è l'effluvio del piacere.

Non è concepibile l'intreccio, tramiamo buffi complotti, prendiamoci beffa.

Come sei romantica ricoperta di scaglie d'incenso, che portamento! Fantastica, stupenda.

È troppo bello, fa silenzio, getta in aria il fiato e le gambe.

Il cielo volge il gomito a mo' d'indumento, muovi lenta il viso, fa' vedere l'esplosione in trepidazione, non disperarti, gemi, sono nelle tue mani, scompare ogni pena, ogni dolore.

Dai bellicosa fai l'estroversa, l'estrella, fai le moine, che passione indomita, che conclusione furbetta.

Che carina indossi la scansata scarpetta e le perline al braccio.

Ehi guarda che tempo, mi bruciano gli occhi, è il nostro inverno, il nostro vento, il nostro spumeggio tiranno.


Inizia l'infinito stasera


Dolcezza mia preparati al folle sbarco, dio mio che sguardo, quante mute parole.

Mia cara ragazza suona distratta, ti penso ancora, ti guardo e ti voglio, sempre vorrei perdermi tra le tue braccia.

Amor mio!

È ancora sera, candida atmosfera, palpito celato da un sorriso offuscato, l'oscuro segreto che è in noi scende come pioggia d'aprile.

Amato esserino buffo!

E la nebbia che viola l'anima mia stende tra le vie il tuo intenso profumo.

Io qui for ever a credere in te, ultima lontana speranza, freme la piazza, spero che un giorno l'ora giusta verrà.

Tesoro indecifrabile, protendi e schiudi le labbra, quale parola potrà volgere i tuoi occhi su di me?

Inizia l'infinito stasera!




Se il vento soffia


Se il vento soffia sai c'è solo un senso, un unico senso possibile e sensibile, hai ragione potrei anche risparmiar le parole ma la loro inutilità è il mio unico rifugio.

Te lo vorrei dire ancora, ma più il tempo passa più mi spengo, non la verità, non la lealtà, solo un'armata spersa nel mio cuore.

Tutto l'amore, il fervore, l'infinito che è in me, resterà occultato e ignorato, tra le nuvole la speranza sbrina nel voltar pagina lo sguardo offuscato si sofferma sull'ultimo rigo senza la forza di accettarlo.

Cosa resta? Cosa ho? Solitario tra i flutti del mare a sollevare assurde declinazioni, le continue tue intrusioni, sei un'idea che mai morrà.

Tutto me stesso ed oltre, te lo dissi, bramo la tua eterea presenza, ma tu non ci sei.

Forse un giorno, l'ultimo senza te...

Io ti vorrei dire di aspettare, di chiudere per un istante gli occhi, intanto indifferente la folla guarda e passa.


Smorfietta seducente


Smorfietta seducente, la tua carta vincente, il labbro morsicato e fremente, linguetta scollata.

Batti sul biliardo le astute metriche e poi ti dipingi il corpo eccitata, tutto al suo posto, le parole e piccole soste d'amore nei rimandi e pochi dorsi e pochi accalorati abbracci, avviluppata sei su te stessa.

E smorza l'attesa il vento e la pretesa fumo disilluso, rinchiusi insieme eppur distanti brilliamo desiderosi e tu dici sono qua.

Il decolletè fa uno smacco ammiccante e sognante in un istante ci innalza e tira giù la tua spalla, è misteriosamente una tazza inclinata ed in un sospiro svelata.

Tre punti, vai tocca a me, stasera ci divertiamo togli pure le converse e dirama il discorso in un bacio profondo, il desiderio c'è, è in noi sai l'encomio profumato da moralità boschive e saltimbanchi soli pretendenti dell'ilarità, della sincera dualità brutale e oltremondana, così faccio centro e tu ti lecchi le dita, oh yeah!

Incroci e bazziche non mi riescono ma a gradi ti sfilo le illusioni perverse, l'extension è rimandata a settembre ma adesso pensiamo al qui ed ora, costellazioni influenti e virali beffe astratte e sinestiche le tracci e hai ragione, tocca a te, declina in alemanno prebabelico.

Il sole tarda ad arrivare, le spiagge lasciale stare, stai meglio avvinghiata in pasta di miglio fritta e imburrata, il rossetto mangiucchiato fa stampo sul campo stordito e i tuoi occhi sbagliano il tiro centrando me e ridendo.

Ascolti i rumori, i mercati rionali, le viuzze serali romantiche e mai dimenticate.

Pozioncina dolciastra, imbrattata speranza, il mondo pone altrove le premesse, ma son comunque nostre le stesse.

E l'incanto non manca, scherniti combattiamo, le stecche stellari battaglie spade tratte e pungoli sicuri, colpi audaci al sapor di miele e d'ambrosia, nettare condito al maraschino e poi...

Lasciami due tiri, in tutti i sensi, dammi il punteggio scaltro che porge al verbo l'orecchio.

E l'entusiasmo non manca, non manca la dolcezza né la tenerezza, le doti e il gessetto violaceo sulle guance.



O boh!


Parla di rinunce e scalza tra i ricordi spalanca pure gli occhietti, capelli svolazzanti, cambiamo taglio per ogni cazzata nel perfetto istante in cui il nostalgico finir degli anni '90 ha esposto bluff e smacchi, smack!

Puoi canticchiare, passa il secolo e l'attesa, lenta l'atroce clessidra parla ormai in sordina, puoi vederla o ignorarla o ignorarmi o boh! Anzi no!

Sorge il sole fulgido, spasmo da risveglio mattutino e biricchino, che faccetta da carezza e da sciupatina stretta.

La chitarra è frastornata, ridagli fiato e taglia le corde, suona me.

Che occhietto furbetto dammi un bacio sciupaletto e magicamente brucia il tropico derelitto e sconfitto nel giacere trafitto.

Puoi consolarmi con il madornale vino da strapazzo, col sentimento, col diretto canone inverso, o no, o boh!

Ah!


Allucinazione eterea


Il letto disfatto e tu in preda all'ultimo spasmo, silenzio perché la penombra scende su di me, che ti cerco sai, un'allucinazione ed un'immagine persa sei, mantieni tempo spogliato e maledetto, che disdetta.

La tua voglia dov'è, dove sei? I misteri mi sbiancano, le illusioni fioriscono.

Non credo più, sono muto ormai, cosa faccio? Nemmeno più lo so.

Lo sai sei dentro me, impressa e trasognata, svilita e ribelle, un po' più pallida e sghignazzante.

No, no, no, non puoi svanire così, se vuoi mira diritto davanti a te, cosa vuoi che altro possa perdere, non c'è più senso, tutto falso, anche te.

E il vento mi dà i brividi ancora, mi eccitano ancora anche due parole, e di più i silenzi e gli sguardi intensi.

Cado per strada, mi rialzo sai, ma la tua mano dov'è, dov'è il sostegno, dov'è il reale nel ricordo?

Penso oppure no, cosa vuoi che cambi, cosa rimane del nulla che era solo altro nulla o meno, verità fasulla, germoglio di betulla.

Dai divina ignorami un altro po', fai pure la ola con le lenzuola e scordati di chi non sai e non vuoi, di me, spauracchio della sincerità.

Velata ti volti, l'essenza è pronta, pronto il resto, immergimi e distruggimi, di più non ho.

Poi flebile suono tra le tue labbra voluttuarie, e sì non ci sei, no.

Vai lontana, ritorni, ma sì che cambia d'altronde, ti piace vedermi come remoto granello dell' ultima spiaggia, spargi il sale sui capelli, fa come vuoi.

Le stelle e il cielo già tremano al respiro, oscillo in declinazione.

Questa mattina è già uguale all'altra, è una sera diroccata, dillo se lo vuoi.

È sì è così, l'oblio e lo sciupio, l'ultimo gemito, i tuoi occhi silvani, infine l'ultima goccia di pioggia.



Assurdità


Assurdità, è questo il senso del batticuore, del lieto rumore, la regione tedesca col tuo nome è un ricordo che tu sai e non cancellerai se nell'ignoto sprofonderai, come sei carina, volti il viso batuffolina, che eleganza sbarazzina.

D'altronde scorre il sentimento nel silenzio lì vicino a te, il ciondolino allibito pone assunti dolciastri e frastornanti, mi perderei tra le tue braccia, ecco: con noncuranza stringerti ancora in ultima profonda istanza.

E tu straniera, occhi dipinti e trapunti vinti come il cielo blu, un diadema sei tu, ho trafitto e combattuto anch'io, imbellettata sei l'incrocio dello sguardo e il mio traguardo, la mia verità.

Assurdità, le mie parole, le sue note, i tuoi spettacolari intrecci, hai sedotto e frastornato il vespro antico, succube anche lui e tutta la realtà ricoperta dalla tua apparenza, dai tuoi colori e dal tempo, sospesa sei tu come brina viva e fiera, i tuoi occhi in su, non capisco nulla più.

D'altronde piove, la luna è stata mia compagna, mia cuccagna il tuo sorriso e l'occhio ora strizzato , allora consapiente e intelligente, un orgasmo d'intelletti, gli amorosi sensi corrispondenti, le affini elettività.

Assurdità.

Uh il tuo entusiasmo è lo stesso, immagino i baci, migliorati, un po' dischiusi, estasiati ed estasianti, il libro si sfoglia con il vento e resti in piedi, il sussulto è un maremoto spiegamelo collo sbieco seduttivo, io sempre ti pensai, la tua anima mai ignorai, magari t'amai.

D'altronde l'arcobaleno è variopinto e disilluso come me inconcludente e sognante, dai tuoi pensieri distante, sono il messaggio sprofondato in fondo al mare, raccoglimi e cercami se vuoi e chissà se la corrente mai ti raggiungerà.

Assurdità.

La candela si consuma ma la cera il mio sigillo imprime, chissà se l'aprirai, se ti volterai, se il mio cuore ti rivedrà.

Assurdità.


Musica ancestrale


La descrizione di te è catturar l'immagine di un attimo impellente, d'accordo, d'accordo, divago, ma con un paio di parole sembra già tutto più chiaro.

Puoi stendere le gambe e riscaldarmi col fiato, col tuo corpo, col tuo vento, l'abbraccio già mi fa sobbalzare e lento ti scopro, che virtù la tua apparenza, domina su tutto, la tua seduzione è un sentire i tuoi capelli quando sei distesa sul mio volto.

Mormori albeggianti fianchi provocanti e ad ogni sussulto alimenti il mio tumulto, quindi desumo dal brivido fibrillante della tua lingua un fruscio di sensi e le labbra perverse assaporate come ciliege etiliche.

Poi sfiori il mio naso ed inspiri, vuoi prendere il fiato e reggere capiente il bacio contenente, un magnetico incrocio attraente, ormai sono scoperti i gemiti, profondi i gaudenti lamenti, sfoggi la tua coda migliore e riarricci le parole.

E non c'è vita che non sia plasmata dalle tue dita, non c'è dolore che sgorghi se più forte stringerai questo mio corpo adibito a prisma caro alle carezze un po' estroverse in ondulazione fremente.

Ed espandi questo irto barlume trafitto, d'altronde se condisci con le note una sensazione l'armonia stellare ci unisce in conclusione e con i fremiti svanisce ogni pudore.

Adesso lo sai, un'altra boccata della tua essenza provocante e pura, faccetta angelica dallo sguardo stuzzicante e dalla natura magica.

Ora mi copri la bocca con le dita, poi le spogli di petali e la sfiori con la tua, il bello deve ancora cominciare, vai con il sospiro micidiale, colla guancia sul guanciale, infiamma l'altra ed ardi me poi chiudi gli occhi.

E getti all'aria le palpitazioni e le illusioni, il mondo si inchina ai nostri voleri, siamo noi l'universo e il nulla, il vuoto e il tutto, l'infinito e l'ignoto.

Dai è il momento di tacere perché di ciò che c'è in noi nessuna metrica né nota né segno né simbolo può descrivere lo sai già ciò che percepiamo è esso stesso musica ancestrale, essenza divina, scintilla primordiale.



Ultimo decennio


E il caschetto si impose turbato, rimasuglio del passato, che carino, vetrata obnubilata, fiato mio sul tuo collo.

Un po' di pioggia, ci vuole, novembre nostalgico, dicembre figlio della genesi.

Il potere abnorme sprigionò dalle mani possente, vita ed ordini repentini, sogni e capelli spazzolini.

Un ciondolo di fumo, tre grammi rivoluzionari, rasati ai bordi, tanti ricciolini spumati ed ebbri d'oro bianco.

Non c'è scampo, alziamo gli occhi, prudenti soffochiamo il fremito del danaro, possiamo avere di più e sfogli i pensieri fissanti sentieri cavalcati da braccia resinate, e se ti poni altrove qualcosa la ottieni o perdi tutto e rovini a terra, sei nulla e non c'è pietà.

E quando ormai è scorso il tempo getti l'ultimo fiato, inspiri e trattieni secernendo rimorsi, e sei a bordi, la tua ultima speranza è un ciuffo calato sugli occhi e ti sembra che infondo non tutto sia andato perso.


Sui bordi di un fiore



Sui bordi di un fiore piangi e dormi, respiri bellissima e pura pensando all'attimo furbetta fingi, ogni giorno la stessa storia, qual è il problema, l'onirico sistema è scardinato e sparso incantevolmente, ami una parte del tutto infatti sbatti per sempre le palpebre che ricordi, ricordano me.

Com'è languido il risveglio stanco, esplode un fremito di pollini tra te e il cielo sigilli e suggerisci tre metri o altre banalità, vai gira la chiave e gettala in una pozzanghera di bitume, sei felice, che ne dici?

Due palpiti e tre onde violette e clementi ti porgono ossequi, mira el sentimento, como si fuera la ultima vez, pendi atroce, sei felice allora?

In me preziosa e vorticosa. È primavera, dunque e il mondo risponde, tu non hai domande? Hai comunque il vestitino comprato ieri dall'antiquario, sei ancora così precisa verginella in bilancia, casta meretrice orgiastica, prendi me serva di Lilith dagli occhi cobalto o nichilisti neri, dall'iride in trasformazione, hai un paio d'ali madornali e immisurabili, soggetti solo a capienza in metriche musicali, è questo il senso? Sei felice? Vuoi proprio saperlo dici e sorridi poi distruggi e sormonti la volta turchina di spasmi e gemiti mattutini, sempre stai sospesa lì e scivoli sul petalo, oh dio, prolunga un po' la vocale o fa la dieresi o stroncala completamente oppure batti l'asticella,

sei felice, dici, e scarichi bolle di sapone, sei lì per me sorvegliando l'ultimo pensiero e l'ultimo otre di sorrisi, oltre la vita, molto oltre ma ancora lì, e parte il bacio. Sei sì dialettica sintetica e sinestica, apri le porte della percezione e sciogli le catene e sei ancora felice, felice consolata da un sorso di tè selvatico e aromatizzato da versi intarsiati di miele, sei lì per questo, sei lì e tiri su, sei barlume e ombra, sei lì distratta e affondi l'ultima armada possente, sei vocio interiore confuso col pensiero ed elettromagnetico, sei l'aurora del domani, sei bolla d'aria tra rossetto ed incisivo.


Odor di Morfeo


Il talismano in su, seta trasmutata in carne viva, hai, sai, un'attraente colorito corpuscolo mio, e tu credi che crescerà il mio sentimento, una passione mai così sicura, un controllo segreto, tenero e dolce della mia mente (vai!), ti osservo, oh superba azione! Luce fantastica e tempo infinito e assente, e sormontata attenta schiuma inerme e stupita, all'essenza semplicità distillata e raccolta, spaventata esperienzuola dark, esperimento ed io concentrato e intenso (credi assurdo!) paghi la tua eleganza da cigno spoglio e imbellettato, ora con te sempre conosco impasse e senso (puro!), dimmi già cosa c'è fronte spaziosa (gli dei!), io attendo te quando esplodi semplicità, l'esperienza oscura che ti dicevo è controllo totale dell'azione (credimi!), paghi eleganza attrice,

e  che ricordo spande tra le viuzze 

(sono qui!), che vuoi? me? Assapora allora te, libricino aperto, che percezione esponenziale di sé, e vai, vai in dune del pensiero.

Ahi! Ahi! Ahi! Ahi silente amica! Stai in pace (e sì, direi) in mezzo a questo campo di fieno raggrinzito (ahi! Ahi! Ahi!), possiedo te (circolo ondulatorio)


(silente amica ahi!) pungimi concisa, o sì, estasi! (ahi!).


(silente amica!).

Son qui cigolante 

e l'inverno spinge possente tre note, odor di Morfeo, (ahi! Ahi! Ahi!).

Non senti la bellezza, puoi vederla e toccarla (ahi!), e rimastica maneggiando con cura ciò che vuoi, (ahi!) nell'oblio non ti scordo, (silente amica, silente amica, silente amica ciao!).



Spegni la luce e cominciamo



Ma che astuta teoria vacillante o mia capretta, per caso collideremo, poni sempre gli stessi assunti e sbiadisci in un angolo come figlia del nulla, comunque per simpatia la mia immagine la chiudi nel cassetto, non si sa, potrebbe sempre servire. Meglio, fiorire.

E ti escludi suonando sonanti risate o mia fulgida sirena, che conclusione, guarda salti i passaggi, siamo solo all'inizio.

Potrebbe essere che mi innamorassi o forse tu, ma in ultima istanza, meglio divagare con le implosioni. E poi la scusa, hai l'entusiasmo scritto nel destino.

Va bé, d'accordo, ma che c'entra, che fai ti spogli, aspetta l'alba, ok, ok, fallo adesso ma smetti di cantare. Ti inizia a piacere il discorso! Scopri il dorso, ti intreccio il collo dibattente e polemico, un tantino noioso.

Ho pensato ancora a te, lo so non è il momento, ma fa niente. Sei rossa in viso, dirama l'imbarazzo e raccoglilo in barattolini di marmellata.

Poi il vero scapigliato e da te allontanato, raccontato in due parole direi proprio disincantato.

Una domanda ancora? Vai. Comunque per sincretia nostalgica, disperdiamo il nostro ardore concentrato e dialettico.

Forse la soluzione te la sei data, l'emblema della passione passata, ci scivolano addosso i decenni, mastichiamo i fermenti con ogni dissuasione. E direi che ora ci va bene la conclusione, pari al dito proteso oppure tra le gengive teso.

Ed è tutto già scritto nella declinazione della costellazione.

Allora vai, leccami il cuore e risucchia il sangue, sono qui ondeggiante, dai il colpo di grazia, incline al pudore.

Ogni cosa è già vissuta, spegni la luce e cominciamo.



Apparenza sublime


Trapunta di stelle mi appari chiara conoscenza, l'incubo dissolve e salva come caduca estate brilla nel cuore, è iato felice e dissonante quando trascendi ed ogni senso è incantato ed impegnato nella tua contemplazione, per me dov'è l'aggiunta e la vita e te, desiderio che ti chiedi e mi chiedi la pura intrusione, la svogliata e spoglia funzione molteplice, (ascolta, un sussurro!).

Oh spiegami che sorta d'amore c'è!

Appare in sogno la stella nostra, e io so che è già domani ed oggi ripeto intatto ogni pensiero come ultima schiera, ultima chimera, (ripeti tu, seguimi, ripeti): un dondolio col naso all'insù, demandi ogni dove e scegli te, pezzettino dolce, (ripeti con me): ascolti il silenzio percettivo, che costrutto, apparenza sublime.

Ogni ricordo che ho e che hai, lo sai, ogni intensione illusa che plasmi dal sussulto ormai, ogni melodioso canto che tiranneggi e scandendo fai è di ogni remoto karmico galleggio con mani gorgoniche spalancate, continua, vai.

Oh mio dio! l'emissario non sa più che dirai.

Ogni piacere che bruciacchiando zucchero dai è un echetto ridondante e girovago ma attenuato, svilito e deluso.



Per viette abbandonate



Per viette abbandonate senti l'ombra del silenzio, le mandrie di stuole lucide e pure nel metrò.

Posto in cima ad un traliccio l'inverno lo vedo, c'è un rimando vistoso a te, ciocchetta sbadata.

E senza rimpianti né ricordi sei qui sottopelle, intensa realtà. Sei l'occhiata di sbieco di quella ragazza beffante con un sorriso ammiccante.

Sui binari si spande un' essenza oscura e vistosa a fini entusiastici per contattare ectoplasmatiche sincerità cosmiche.

Dal lampione intermittente improvviso il buio e sei di nuovo qui, piccola zarina alabastrina.

Ed allora per poco non inciampo, estasiato stilita da barbetta rasata e aromatizzata, intarsiata di perle speculari al tuo manto abbellito da pozioncina ebraica rinchiusa in vasetti di ebano etilico.

Pungono le ematiche tracce disperse sulla tazzina da tè.

Banalità imbarbarita e balbettante, banalità indecente e veemente.

(Parti o mia vocettina nell'alba e trovi me).

Per viette solitarie l'ombra implode e si richiude nel tuo palmo di mano.



Scherzetto



Quando il chiarore dipinto discese sul mio polso sentii in me il tepore del vento mischiato all'incenso.

Ma che piacere intenso il vederti svestita tra le ariette, le foglie e i giornali.

Sublime il tramonto stendiamoci sul pavimento stellato e in un istante componiamo indecenze, la nostra vita risponde.

Ma che dolcezza il tuo volto, che sapore il tuo labbro, carino il ciuffetto, il tuo fare perverso.

Sbrinavi clessidra inversa sulle onde del mare, la tua sapienza lanciava segnali di passione e d'amore.

Ma cosa dici? Stupenda sei e resterai se dai tuoi occhi il fervore mai spento conserverai.

La falce della luna lentamente il silenzio trinciava e loquace la tua lingua il sale assaporava.

Ma che furbetta! Con gli occhi dischiusi, e che giretto tornante il tuo passo danzante.

Quando improvviso il tuo ardore divenne azione, in palpito fremente tirasti la somma del mio cuore.

Ma come sei bellina con gli occhietti chiusi! sogni il futuro, il destino, il vino e l'infinito, poi scocca un basio.


Bocciolo nel tepore mattutino


Sorridi disincantata, quell'espressione svanita, esplosione di colori nell'alterigia seducente, una parola vorrei dirti ma non so andare oltre, graffia il fermento il tuo sguardo sicuro e sei nei miei sogni, nei pensieri, nei gomitoli teneri di speranze perdute, infrante e disperate,

hai già deciso ormai, io cosa sono ora, l'ultimo frammento del tuo disprezzo, il punto che non tiene del tuo discorso, sono il vapore del tuo treno in partenza, io me lo sento, forse non ce la farò, non riuscirò a dimenticare le tue mani docili, magari l'occhio tuo cadrà sull'ultimo rigo e dal vile silenzio un rapido ricordo volerà fino al mio volto.

Splendida luce delle mie notti, colore dei miei giorni, furore delle mie rivolte, splendida non puoi dimenticare.

Inchiostro di pagine oscure, rossetto impresso sulle labbra, brina mattutina, non puoi dimenticare.

Guardi dal finestrino, il vento ribelle scuote i tuoi capelli, l'orologio tiranno, l'ansia del domani, io più ti guardo più stringo il dolore, più mi rinchiudo, bocciolo nel tepore mattutino.


Nel bosco incantato d'inverno


Quando il colore di mille parole discese sul viso tu muta piangevi e guardavi, la traduzione ostile pungeva il sapore della notte disarmante.

Ero distratto, tu pronta all'assedio, gradisci del tè? ho i biscotti, gli ultimi gemiti con occhi sbarrati e sognanti, teneri come le storie che ardita racconti, che piena di vita lasci appese, scordando di essere unica e grande.

Quando dal bosco incantato d'inverno mandavi segnali col fuoco e col vento sincera dipingevi le tue intenzioni su tela e fu subito primavera.

Eri un fumetto intarsiato di gelso emanavi un sospiro tracciando di netto un sorriso che estasiava i confini di ogni nazione svogliata, di ogni popolo che pendeva fremente dalle tue labbra, e tu non dimenticavi di essere ciò che da tempo il mondo aspettava, ciò che da tempo ognuno di noi nel suo cuore celava.


Estrella danzante



Vola con lo sguardo al di là, più lontano che puoi, vedrai allora che una folle ragione c'è, per sciuparsi allo specchio distratto.

Ed i tuoi sogni irrompono, si infuocano le tue parole, chiedi di assediare le stagioni avverse e monti i tuoi stessi versi, vai in avanguardia.

Sfoderi il denso tuo portamento glorioso, pronunci l'indicibile e giochi buffa e altera con le tue formulette, vai. Trotta, lentamente ondeggia e trotta, colma d'oro bianco l'armatura della tua apparenza ed armi non ho, dici, che non siano rivolte d'amore, in congiunzione decorosa ai tuoi gesti è la natura sovrana alleata di tale superba altezza che non soccombe al silenzio ma accresce la potenza con la sua incoscienza e con la sua incoerenza turbante, la natura è strisciante, e con un bacio stordisci e stendi fendenti possenti, più dolori non hai, più timori non ho.

Magica tempesta vistosa dal tuo indice proteso, leccornia dei miei occhi i tuoi assordanti frastuoni dolciastri, sinergiche forze, e l'elmetto di Atena ce l'ho, dici, e riparte l'attacco non c'è pietà, l'indecenza nascosta dal nasino sbatacchiato e il nemico non regge, il meschino colore atroce è svilito e annichilito dal tuo reverse, dalle tue note invertite, inverse e perverse, e gli anfibi ce li ho, dici, e stupita sorridi, nessuno resiste al tuo amor.

Lampo etereo dinnanzi a me, accomodi il destriero e ti avvicini, sussurri tre parole ed a mille va il cuore, tra le mie rose colte, le tue donate, le nostre impresse e le altre intatte, l'aurora dei piaceri e foglioline masticate, una leziosa melodia.

Estasi diffusa, sapori d'estate non dimenticati.

E fischiettando te ne vai, tra i cocktail e gli spray alla parete, e seduto al tavolino noto il volto fuggito agli sguardi e ai rumori, riparte la musica a dismisura, calibrato l'addio, temperato il tuo desio.

Vai, piccola guerriera, la tua fuga è una vittoria altera,

vai dolce mia principessa, è colma d'entusiasmo la nostra resa,

vai regina d'assenzio, mentre mi dilungo ti dissolvi e sorridi, furbetta strizzi l'occhio e sorridi,

vai signora del vento il tuo ardore vivace è il nostro encomio e la tua eterna pace,

vai streghetta misteriosa, la tua storia vibra intorno come ultimo rigo del mio canto intonato ai bordi del mare agitato,

vai ragazza che del mondo sei l'unica cosa degna d'esser vissuta, con un cenno voluttuario getti l'ultimo bacio.



Ancora sorge il sole dai rami


Vento di sapori perduti nell'aria.

Ricordi di giornate volate in cima a un pioppo silvano.

Segnali di disturbo.

Poi un'ondetta di fumo.

Ancora sorge il sole tra i rami, le passioni sono eterne, eterna la tua fronte, una delusione, il tempo atroce, un invito posto già dai fauni ammoniti, magari fai la “V” con le dita e poi digrigni i denti, così scuoti la testa e getti stralci di pensieri, mi viene in mente il sorriso, quel tuo asso occultato, lo giochi quando vuoi o magari ancora lo celi alle spalle della gente, lo lanci e torna indietro, la frutta assaporata con dispetto, ti scappa un accenno doremico e dissolvi la noia sartriana in questione bardata con maestria dalle tue soffici mani e indirizzata a chicchessia (e già lo sai).

E resto alle pendici del silenzio, dell'eterno turbamento e dopo mi svesto, mi pento dell'inclinazione e della delusione (e già lo sai).

E scandisce la termica potenza, trasuda la tua essenza trasmutata e trasfigura il corpo (oppure dormi?).

Le voglie ora più forti gemono nel mio petto, è tutta una rivolta tutto un fracassante fermento, le soglie del domani sono già arricciate e dorate, le mie umili intenzioni, le tue etiliche serate, roteante la saetta, non hai età serene né godimenti pei tuoi occhi, dolenti gli zigomi perversi e caruccia l'ispirazione, i cirri fenici restii all'assedio.

La tua parola mista all'ardore è il portento reso manifesto, la tua disinvoltura ribelle è tepore sulla mia pelle.

Forse non è cominciato tutto ora, nasci ai primordi, la pace primordiale, la musica ancestrale delle sfere, la rivolta senz'armi di passate ere.

Forse da questi tumulti figli del piacere mistico e sovrano della passione sovrumana senti il calore delle mie braccia e protendi i tuoi progetti a candide promesse perverse.

La frescura mattutina mi ha liberato i polsi, refrigerio della mente, percepisco l'assoluto estasiato, rigenerato, rinasco per sempre dalle spoglie del passato, dalla cenere del potere maciullato.

Questa tua agitazione delle mani rampicanti su pareti mi ha ridato la forza di distruggere con garbo l'ipocrisia ferita dal nostro entusiasmo.



Disgusto



Mi verrebbe da vomitar le mie parole sul corpo grassoso di quell'imprenditoruculo milanese che se impalato magari gode.

Avrei una voglia di donare la mia saliva a chi perde i capelli nelle idiozie economiche, nei miasmi giuridici striscianti a livello di inciucio da comare.

Puoi pure divagare, dal microfono la bocca allontanare, ma un quadrupede servo di ipocrita morale resti o mio caro!

Dimmelo omucolo che viene dal nulla e lì tornerà cosa significa distruggere i sogni di un popolo, drogarli con spettacolini televisivi da circo.

Dai, che tu sei lo stato e la legge, mia pecora belante fai ancora una battutina idiota che il mondo ride.

Vai cagnolino caccia la lingua, sei meglio di un filmucolo anni settanta, la studentessa in gita con Bercoglioni.

E magari ci divertiamo, due o tre soldi te li diamo pezzente, soldi dal retrogusto di fogna, come sei carino mio ratto malandrino.

Guarda piccolo uomo, che l'Italia non è come credi, la gente coi tuoi specchietti non la puoi troppo a lungo ingannare.


Ninfa alla sorgente



Si agitava come Ninfa alla sorgente, che frescura dalle sue mani, e leggiadra cantava: “ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse: date udienza insieme a le dolenti mie parole estreme”, poi atroce si spogliava. I

petali nuovi della primavera 

gli dipingevano il corpo, sapevan di pesco le soffici membra, entusiasti i suoi denti sfidavan le stelle, biancheggiavan le fronde, era l'apparenza manifesta della sublime essenza, muta declinava.

Sorta austera la giovinezza dai capelli vorticosi, se fosse provenzale magari direi senza esitare: “lei tutta nuda si bagnava”, disse di sì.

E quest'umile principessa austera stasera ha fatto tardi, alla fermata del metrò si è messa ad ammirare ed ammaestrare le sue docili belve, come gode nel mutare le strofe, nel sovvertire i suoi sussurri rendendoli puri e oscuri portando il tempo, la metro invertita, intanto distilla i fiori.

Vita dalle braccia scagliata, orma dell'eterno, dai tuoi occhi un solo cenno, io ti ascolto, come dici? gradisci un caffè?




La sigaretta accesa



La sigaretta accesa, il mondo gelato, le mie convinzioni intente ad eludere paradigmi, magari domani pioverà in biblioteca, addormentarsi sui tomi delle tue illusioni e poi strappar le mie delusioni e dirti d'un fiato...

Vai convinta, mia speranza, vai taglia i ponti, vai getta fondamenta del pensiero!

Cambiare moda e costume con un cenno di mano, anticipare, plasmare e dirigere la società e gli interessi, sentirsi dio in un istante, poi trovare il limite nella noncuranza.

Cazzeggiare e fare domande nel volterriano palazzo dorato che non ne ha bisogno,

aver da ridire, sprigionar l'assoluto sentendosi dire: embè?!

Capir che l'infinito per loro son due spiccioli, un palmare, e una macchina lucidata, ed allora stanco e svilito ti dico d'un fiato...

Vai mia speranza e mio amore, vai mio unico futuro che tu ce la fai, vai annienta e crea i nostri castelli voluttuari e fermi, vai ora parla tu, vai.

Dare importanza al silenzio in mezzo ad un fracasso cui non si fa più neanche caso, contar i giorni aspettando la morte o i sogni.

Vai tu, vai tu, continua ad inventar storie, vai unica verità, vai.


Gioco di specchi


Lo stereo sembra muto, la vibrazione è un istante che risplende tutto intorno e percepisco l'infinito in me, il cielo stellato, mi accorgo, altro non è che la morale che ho dentro, non credo di ardire se il petalo brillante di brina più prezioso è un dono che cedo a te.

D'un tratto si impone il mio riflesso, mi chiedo “io chi sono?” e l'unica risposta che trovo è nulla senza il sostegno di chi indefinita e trasparente è solo un'immagine contemplativa, dolce, carina e femminile nella mia mente.

Noi due distesi a terra, ricordo che tremava il cielo e la terra, tu sollevata ed io inclinato, dove sono finiti i tuoi capelli?

L'alba, ancora lei, ed io che muto la guardo e assaporo le illusioni leziose, non credo sia tra sogno e realtà se collidono e si intersecano, se dialettici si annichiliscono e plasmano ancora te.

E magari che pretendevo? È giusto che così resti, è giusto così.

Ma non mi arrendo, 

no.



Nuova Babilonia



Traccia i tuoi sogni su rotoli infuocati, e dissacrante dì di sì,

ogni bene si eleva e scende in te, il tuo corpo riflette l'anima in forma di spirito e dai tuoi occhi il fremito già sa d'eterno, il sole invincibile, la luna imbattibile e seduttiva, si imbandisce l'altare della pace, arde la piazza della nuova Babilonia.

Ascolta la oscura e limpida melodia, dalle tue mani già si intarsia il cielo, i sette candelabri e i tre stendardi in rivolta, con l'erotismo soggioghiamo invidia ed ogni forma di violenza, annientamento o morte, poi la terra oscilla insieme alla tua testa, senti che il mondo è tutto qui nel tuo palmo e sprigioni l'atroce fascio cromatico, lo sai nulla ti può fermare, volano assieme buio e luce figlie l'uno dell'altro mutamento.

E tre parole striscianti graffiano i vetri.

Sogni misti alla musica e le solfuree sensazioni, viaggia la mente, sfiora nuovissime terre, mari e si libra nell'aria appena nata.


Berecyntia


Nube d'assenzio discende lieta sulle tue forme perfette, un nuovo giorno avanza e si dipinge lo spettro della vita tra storie colme di verità, anzi la venuta di mille colori esplosi tra i rami spogli un desiderio rompe ogni attesa e si impreziosisce la tua fragilità, un simpatico refolo ti schiarisce la voce e la realtà bianca e pura è il tuo potere,

il solito crescendo tra le foglie è l'apparenza dei tuoi capelli di rame, dei tuoi sogni innocenti e dei tuoi cenni perversi di generalessa alla mensa del sapere con l'elmo e il candore di parole ferme e frementi mentre scorre il tempo e resti la ragazza di sempre, la dominatrice di ogni sussulto e di ogni canto.

In cima al monte bendata sei il refrigerio dei miei pensieri, la fonte dei miei desideri, passano i mutamenti, ritornano all'origine anche quelli, ai ricordi dai forma e vita, unito al cielo il tuo fiato gelato, congiunzione dello spirito tra labbro e fronte, segnali occulti tra i righi, spazi che colmano le indecisioni, chiavi svogliate e da te sincronizzate, mantieni il tono di voce e impassibile ti addentri tra i tuoi trastulli artistici, creature immortali alla tua sinistra, stendardi e simboli a destra, mille diademi e l'assoluto poggiati sul capo, sospeso il giglio e l'acacia tra i denti, il leggio lì innanzi emana leccornie d'incenso,

è tutto pronto, inizia il folle e ardito sbarco.

L'attimo di silenzio è riprodotto dal verbo muto, l'aura alle tue spalle si infiamma, si inerpica il violaceo riflesso, tutto è stato detto,

togli il velo del giulivo e del tragico incanto e si arresta il flusso, si intorpidiscono i sensi, voci lontane sono un unico coro e la linea delle cinque sostanze un'unica barriera di forza, l'uno invisibile diviene percepibile.



Pensieri silvani



Ad ogni modo sto già disegnando i tuoi capelli e smacchiando il volto e il segno emerge del tuo pallore,

gelido il fiato inebria gli occhi e i sensi invadono le parole intracciabili,

vibra e si espande la tua effige lungo radure di passioni mai sopite, si unisce il tuo corpo a ululati ancestrali e a suoni pitagorici ma dionisiacamente intrepidi e gementi mentre io col flauto traverso mi assopisco tra la macchia e la brulla gentilizia e cortese.

Il rimmel viola è l'ultimo baluardo dello sfinito sentimento notturno rovinato sul guanciale, il lucidalabbra incantato ed elettrico inonda la sponda della mia ultima e definitiva verità, poi oscilli tra i pendenti che coniugano assurdi predicati sanscriti e triplici risvolti annebbiati, il fumo impone delusioni di catrame tra i più astuti invernali scuotimenti mentre io riposo derubato dal me stesso più autentico dimenticato e ridotto ad ultimo brandello del silenzio, a vuoto oggettino incendiato e incenerito.

L'erba lì intorno delimita, la mia essenza è in rivolta, la mia voce sibila, sorridendo mi eclisso, a testa alta mi smarrisco, intesso i resti del futuro mentre tu guardi la mia agonia intimidita ma altera.

Ad ogni modo sto già dimenticando il mio sogno e sono pronto a subire ancora il giorno.



Spalanca la porta del tempo



Luce, questa luce promana, giusto un giorno di pura dualità,

cavalco rampicante in cima, le ali dischiuse e gli occhi intensi, sparge ardore alle mie spalle mentre in fiamme implora la città nuova, o mia piccola sorgi fenice, così hai già pronte le tue risposte, o non lo so.

Torni lì, amor mio, colmami, costruisci, torna in me magica quiete possente, colmami ancora, confondimi, affonda i costumi e gli usi.

Scippa pure i tormenti, inventa nuovi smeraldi di concetti distribuiti da alberi rovesciati, radici in cielo, frutti alla mia bocca sospesi, mani protese, nuovi animi rivoluzionari tra un amplesso ed un altro, e non c'è nulla di nuovo, niente di che, qui ed ora la tua immagine magica.

Tendimi verso il cielo, dimenticami nel nuovissimo ricordo, controllami, costami un arditissimo atomo siglato ed autenticato, chiamami con echetti boschivi, illuminami, costituisci l'ultimo intento evaso, coprimi, erbette velenose.

Vai dondola, freme l'altalena,

vai canta, si oscura la limpida sera,

vai soffia, c'è aria di primavera, di morte e di sublime e tenera corinzia e vandalica effige, spalanca la porta del tempo.



Età berlusconiana



Divora cellule comunitarie questa violenta età commerciale e societaria, di interessi, soldi e vili promiscuità preedeniche,

il caos paleolitico domina ancora ed impone nuove lotte sovrumane per il possesso di terre, di carne e di pelli.

Abominio che il popolo della lingua musicale e somma possa resistere nell'ascoltare le banalità industriali e i sogni di potere di un coglione,

perché il popolo dell'umiltà e della grandezza abbocca ancora agli ami orripilanti del successo vacuo ed immediato.

Poi senti un cretino borbottare, due folli dire siete meno della merda mentre i destinatari applaudano al plebiscito e alla sentenza, siamo noi la soluzione ai vostri problemi, voi pensate a lavorare.

Non riesco ad accettare che si scelga il gabinetto in base a prestazioni sessuali e a corsi di due mesi, non riesco a dar fiducia a chi distrugge senza le capacità di ricostruire,

e vedi ancora le svelte scimmie che abbrancano e arraffano, e poi si mettono a giudicare.

Non riesco a digerire i sorrisetti viscidi di un ottantenne paranoico neanche attraente che paga e crede di comandare, e possiede non avendo nulla, e gode non amando nessuno, e piange non avendo mai sofferto, o lurida e meschina maschera di te stesso, vedrai che sei tu la bestia da soma, continua a strisciare! Vedrai che l'anima mundi non la puoi comprare!

Continua pure a dimorare nelle tue caverne a divorare, continua ad esser predatore di chi è senza unghie, continua a fare la vittima sacrificale, un giorno capirai che non hai lasciato niente che non sia polvere e distruzione, la storia ti ricorderà come l'Erostrato della dolce civiltà dove il bel sì suona.



Placida riposi su un tappeto di ortensie e di brina



Dolce serenità risplende lieta dai tuoi occhi mentre il vialetto si intreccia al tuo stupore, al tuo muto gesto, corpo d'incanto, forme di pianto e riso, intracciabile il respiro.

Arde il palazzo degli innamorati, un canto s'innalza, o mia luce, mio empireo sospiro, le notti ai piedi del tuo desio, o mia ombra ansimante prolunga i cenni, immergimi ed esitante porgimi il tuo saluto come rimpianto sciupato del giorno ormai passato.

Sorge dalle tue braccia il sentimento e la passione della mia età, mi porgono le tue capienti mani il manto ardito della verità.

Poi racconti le tue trame, dici astrusi tuoi sofismi, i tuoi siderei intenti stesi e sfiniti innalzati dalle mie parole e dai tuoi pensieri, mi possiedi ed entri in me, già sogno e quindi percepisco l'aroma della maestà inviolata, il sapore della bellezza somma appena nata.

Il color vivace dell'impronta umana ascende e l'accoglie il ciel quella tua encomiabile presenza, il coro di mille serafini, un paio d'ali trasformano la tua perversione in unica innocente realtà eterna e lodo il coraggio invincibile del tuo stupore irresistibile, bramo te dal basso e aspetto in meditazione tutta la potenza del tuo imponente terzo occhio incontrastato e innalzato a gloria d'altare.

E dallo scranno anche l'intelligenza divina ti cede il passo di candidezza vestita, di gioia la tua maestranza infinita.

Sì, luce soffusa di ogni cattedrale, simpatica vestale, il fuoco si riaccenderà nel tuo tempio e insaziabile sarà la folla in fermento.

Aprirà il nostro sogno il clamore della più fervida rivoluzione, della più intrepida immaginazione resa atto dall'infinita oppressione della gemente volontà martoriata dall'inaudita arroganza plutocratica e destinata ad un'infima resa.

Poi l'epifania dell'assoluto sarà un intenso naufragio tra flutti di speranze indomite, poi tra noi le eloquenti assenze segno del tempo nostro suddito tiranno, preda dell'ultimo affanno.

Dischiuso il libro, fugace lo sguardo, disperso il senso, amo il tuo mistero, siedi sulle scale del pensiero, cori cobalto intarsiano i frammenti, dall'assoluto fisso e immutabile nella nostra mente componiamo il relativo, specchio l'uno dell'altro infinito, emblema dell'indefinito a vivissime lettere composto e deposta la morale.

Placida riposi ora stesa su un tappeto di ortensie e di brina.



Ragazza d'Europa dimenticata


Dal silenzio un ricordo invade il mio corpo, guscio socchiuso per intuite realtà celate, la fiamma da gloria è accresciuta e i segreti dello spirito son manifesti.

Per spiagge di sera inumidisci i tuoi occhi dissacranti, il trionfo dell'uno nei movimenti tuoi.

Oh maraviglia vederti sgargiante che premi l'indice sulla mia fronte e mi sfiori le labbra!

In questa follia d'amor non c'è altro che te, ragazza d' Europa dimenticata.

Al fragor delle onde scuoti con il tuo assurdo vagar, accendi le stelle e assapori distratta le conchiglie al collo come fossero caramelle.

Oh bellezza il tuo piede fermo ed in avanti proteso!

Oh goduria il sorriso sbarazzino e il volto da cherubino!

Sembra già che per migliori acque alzi le vela la navicella del mio destino.


Uniti all'imbrunire



Uniti all'imbrunire 

tra i nostri entusiasmi e le illusioni non ce n'è più ormai di spazio per sbandierare le passioni, sai.

Il vento soffia già, parole non ne ho e tu non ne dai, nell'indicibile germoglia il tuo sospiro.

Potresti aderire a un nuovo fermento ma sfinita deponi la banderuola del nulla, ti spingi ancora oltre ogni confine, mi stringi e dici non ci sarà mai fine ma comunque il verdetto è stato estratto, cara mia amica inauditamente bella stasera, siamo smarriti tra i nostri discorsi ignorati e d'altronde potremmo qualcosa di seppur lieve modificare, non tutto andrà perduto allora? Ridiamoci su!

Posi un tempo assunti tra i tuoi silvani capelli, a volte corvini a volte cinabri, il braccialetto con grazia lo sfiorai, alberi maestosi tra le vivide speranze sottomesse rinacquero, noi eterni, noi soli al mondo, noi padroni della natura. Uniti i nostri destini,

non c'è violenza alcuna che divida ciò che l'imprudenza ha in onor sublimato, poi non c'è possibilità di arrenderci anche se trafitti, dal buio e dall'ombra beffiamo e risorgiamo.

Il vento non dimentica, le dolci bestiole col musino accarezzano le nostre gambe, l'indice in numerazione assurgerà a limite unico di verità e il per sempre sarà la nostra più profonda realtà.



Processo alla Lamia


“Calpesta il crocefisso, sicuro non ne morrai, non siamo nati per soffrire ma per ridere e danzar.

Parto per altri sentieri, mi aspettano nuove età, l'ombra coi suoi misteri è l'unica salvezza.

Nel godimento sfrenato non si arresta il riposo, tra riti egizi di sabato sboccia il vero amore”.

La ragazza tradotta con forza dinanzi la corte restò a testa alta e con un sorriso di sfida spalancò gli occhi,

le altre sorelle distanti legate a ruote appuntite invertivano il loro umile sentire e come premio folli confessioni poi autenticate.

“Eva airam aitarg anelp sunimod mucet atcideneb ut ni subireilum te sutcideneb sutcurf sirtnev iut susei atcnas airam retam ied aro orp sibon subirotaccep cnun te ni aroh sitrom eartson nema”.

Dimentichi del verbo lessero l'astuta sentenza, Bartolo da Sassoferrato il parere contro le donne mai lo diede, siete adusi a falsificare come con l'atto di Costantino, mi sembra sia chiaro che per voi se non sottomesse siano pericolose.

“Si quid in me non manserit mittetur foras, sicut palmes et arescet et colligent eum, et in ignem mittent et ardet”.



Danza mattutina


Si aprono le porte, entri il destino, mistero del tuo viso, il tuo cavallo bianco e alato è l'intimo mio fiato, perso il sostegno, rinato il sentimento.

Agghindata da corone e fasci di luce, tre fiori alle giunture, senti il mio tormento forbire un languido lamento, capovolta la carta, lanciata l'unghia alla ribalta, lo smalto dirompente in furore sorprendente.

La positura assunta è uno stralcio di vendetta, ai piedi la succosa uva, inebriami il palato col passo pervertito, la curva della vita a circoli tornanti, due limpidi diamanti ritornano in germoglio tra i preti nascosti del tuo cuore, è un attimo e l' altrove è un assioma indiscutibile, la mano stesa intera su labbra sognanti, spallate diroccate tra i viaggi e le mattine divine sciupate.

L'ospite inquietante ti cede il passo, nel nichilismo il tratto di matita, non c'è più arte che stia al passo col costume,

dov'è finito il canto? dov'è la partitura? dov'è la tela dell'incubo che svela aforismi notturni?

le percussioni e i sussulti violati da baci miscelati di gemme in sé trafitte, così stroncati e assaporati da inutili ingordi palati, melodie in sordina tra l'ultima goccia di brina, tremula la foglia, si inonda e poi si spoglia della primula l'ultima onda.

Sulle scale riallacci le ali, sei pronta a planare su vermigli praterie, una baraonda nel ricordo del passato, scuoti il maraschino, secerni un invettiva imboscata e disillusa, l'ascoltatore muto, sul ripiano l'ultima missiva, nel petto l'intima riscossa, bianca acacia colta.


Sweet trip


E quando finiscono le parole resta il tuo corpo steso tra i rifiuti il senso e il tutto in te, tre gocce rosse.

Frammenti delle idee inutili e umiliate, ignorate, l'oscuro velato sugli occhi, spine le rose pungenti,

cosa vuol dire un addio, un luccichio di vetro, non c'è più realtà, e le tue calze in vista tra i rami e il vento tiranno, tra i sogni oramai deposti.

Questa vita più non ha fluorescenze e quindi speranze, muta e stupida ti invita ad un' eclissi dei ricordi.

Pullula nel sangue la sostanza, contrasti nella stanza della mente, il tuo ultimo gemito e poi un desiderio remoto, l'amore che brami distante da te.

Basta, dici tradita dal Fato, costruire l'intenzione sciupata, così finisce tutto? Fosse mai cominciato qualcosa, a iosa sul cucchiaio il limone, prendiamo, ti va? Un tè assieme?

Magari sì, non dir così, il tempo scorre, i secondi smeraldi rallentano, la pioggia ti bagna le gote perverse, ed è già notte, un urlo instabile e l'angoscia dell'oggi, del nuovo sé, incostante il sillabare, disforia e sinestesia, euforica paura.

Avanzi lenta nel campo, incubi incisi incunaboli desti, immobile il verso diretto alla meta schiarita, rauca, romita.

Qual è il prezzo della felicità? Gli echi sull'ultima corda son elettromagnetici richiami, ci vai.



Tu visino buffo


Hai trovato nuove possibilità tra le carte sciupate dal tempo e comincia una nuova età.

Volevi dare spazio a chi non ne ha bisogno, volevi andare oltre la realtà.

Tu visino buffo cambi già, da ieri si trasformerà, si scaglierà, il mattino sorgerà incauto per te.

Sul muro impressa una stella, ti pare possa immaginare altro? il tuo nasino all'insù, ah come non far virtù del tuo intelletto supremo!

Ti vorrei sospirare come fai tu all'istante coll'effluvio del senso, piene le otri delle intenzioni nel campo delle passioni e le ali delle illusioni sono già su di te.

C'è un fruscio di parole che viene verso me ed è brivido in versi il tuo volger lo sguardo fuggevole qui, sei già intatta nell'anima mia.

Ti vorrei ritagliare e imprimere su filigrana, dalla neve sulla fronte preme l'intrepida sponda della rimembranza, le nuvole son fisse già su di te.



B


Mi stordisci con le trame subito imparate, con le parole confuse sussurrate, con i sogni soffusi del timbro di voce, ok continua così.

Vibra la corda su distese infinite, è un protendersi il tuo braccio verso realtà sopite, destate dai tuoi accordi, fresche mattine, ok l'aria è già buona.

E parti spedita, non ti reggo più, inizi a sciorinare sofismi musicali così dolci e così chiari che sembra assurdo non ci abbia pensato qualche divinità a modellare il corpo con tale maestria, con sì velata umiltà, possente verità.

Assetto da occidentale composta assumi nella tua posa inebriante, le bollicine pizzicano l'arpa ed è il verso concatenato al portamento, ok va bene così.

Sentimento sancito da verdetti inflitti dal tuo dito, da quel segno che rimanda a una speranza espressa, sembra quasi che la natura dica: sei tu l'unica via.

Non c'è fine allo splendore nel tuo regno incantato, farfalle svolazzanti in mille varietà cromatiche inondano me che sono sabbia e tu tranquilla resisti e sorridi, o mio dio come fai a non perder i sensi a tal suprema, candida tua bellezza?

Vorrei tracciarti indelebile come se tu fossi la stagione prossima all'introversa esplosione che in manifestazione giubilante mi estasia e su di giri batte il tasto sulla tastiera con te che mi possiedi, entra in me una tal gioia che solo il bacio impresso sulla mia sfinita fronte può di più, e già lo sai.

Sapori di ogni sorta e di ampio respiro nel trepidante sorriso che investe l'aere di effluvi suadenti, risplendono ancora come stelle i tuoi denti e nell'illusione sei già in tensione riarsa e saturnina danzante.

Vorrei per sempre stringerti tra le mie braccia, cantar fino a tardi assieme a te, fuggire dal mondo e trovare me nei tuoi occhi, va già l'ultima nota della nostra canzone, dici già la la la la la la la la, io ti voglio come mai questa notte, le tue mani trepidanti su di me.


Un'onda gela i tuoi occhi


Gemi, tra i residui dei nostri domani.

Un' onda gela i tuoi occhi nel vorticoso ingorgo del nostro eterno mare assorto.

Pensieri spersi nel desio mattutino.

Destini indomiti e sommi al calar delle tenebre sui nostri corpi.

Sensuali sapori notturni sulla tua salata pelle intarsiata d' allori.

Godi, percepisci il fremito di mille rivolte, l'Europa masticata, l'Africa violata, corpo sedotto dalle mie passioni.

Non dissi parole che non siano infinite.

Odi, il pullulare cromatico dei nostri destrieri privi di brade.

Innalzati, nulla fermerà la verità.

Scrivi, speranza ultima deposta.

Leggi, memoria ellissoidale fluente, sgorga tra le fronde, assapora i frutti dolci della conoscenza, dove non v'è bene, dove non v'è male, dove non v'è altro che non sia amore.


Melodia al Gesù Nuovo


Allora è vero esiste quella melodia che in silenzio ci guidava nella piazza, era già intuita dagli artisti di strada, noi abbracciati su di giri trasportati dal suono intenso.

È così, è impressa sulla facciata del Gesù Nuovo in aramaico, quante notti d'estasi ci vibravano il cuore, l'erba nella mente spalancava le porte della nostra percezione, il silenzio, poi un soffuso sentimento.

Casomai di me ti ricordassi, spalancando gli occhi piangeresti, nostalgia e desiderio di abbracciami ti dipingerebbe il volto, sì oramai non ne vale la pena, ma ricorda avremmo cambiato il mondo, io e te, infinito dentro me.

Come vorrei che cambiasse qualcosa, il tuo sguardo forse il coraggio mi darebbe, ma siamo ormai lontani, te ne prego volgi gli occhi verso me, fidati, stringimi le mani.

La notte copre candida la città, mille luci sono la unica verità, io ti vorrei ancora a cantar ma è assurdo, comunque potremmo ora davvero cambiare il mondo, tu sorridi e l'ultima carezza mi porgi sublime.



Madame Tolkien


Adagiata su terre perse, i ricciolini neri sublimi, lo ammiri il tuo ciondolo dall'arcaica incisione , sospesa vibrerai dipinta di potenza.

Brami nell'abisso, sgorghi a cor trafitto, forse nulla ti rimane.

Parlerai alle stelle con grazia, forse entusiasta sorriderai ancora, un passante ti guarda e ti strizza l'occhio.

Carica di illusioni vibri tra l'inconscio e le passioni, la lingua prebabelica ti cede gli affanni e tu come ultimo fiore la cogli.

Io ero sperso sui bordi del definibile, tu muta mi guardasti e con un cenno il mio cuore colmasti, ora vivo per te.

Quel vestibolo nella positura atroce di templi dimenticati era una intima rivalsa, contemplavo l'immago in silenzio, forse si è trattato solo di un istante, ma non voglio dimenticare.

Madame dell'intelletto, Madame del logico discorso, non posso ignorare nella notte il tuo volto perché ogni cosa ha un riscontro esplicito nel tuo corpo, ogni cosa respira sulla tua pelle.



Ritmato il verso



Ritmato il verso, posto l'inverso.

Sorge un luccichio, vibra il crepuscolo nel sentimento.

Passa al successivo rigo, volta la pagina.

L'entropia diffonde gemiti da sponde, limite del mare, illusione di sprofondare, la genealogia dell'evoluzione è una conclusione ciclica e statica delle nostre passioni, l'energia cosmica investe la fronte, rapida è in espansione la mente dispersiva, concentrica e centripeta in sé condensata e concentrata, lo spirito plasma la naturale fisicità e il reale è frutto di nostra intima proiezione.



Africa libera



Eccezionale il fermento delle indomite popolazioni, il vento suffragato dalla verità e il piede che calpesta la violenza altero.

La vittoria dai rivoltosi segnalata, i dittatori muti, e Gheddafi da psicotico continua a serbare in cuore rancori ormai anacronistici.

(Vento loquace del silenzio subshariano).

(Sentimento di rivalsa).

(Logos manifesto).

Nei simboli arcaici rimandi espliciti alla purezza libera, nel cappello russo della voce smorta solo un sibilo folle, non sarà il petrolio a salvarti, resta pure nella tenda coi tuoi figli occidentalizzati, dinanzi all'assoluto piangerai come un bambino.

Il popolo in festa ti maledice, il verbo emana vivido negli occhi di quelle ragazze sorridenti, o mio dittatore, ormai è giunta l'ora di cedere le armi.

Le piazze affollate, fratelli musulmani e laici uniti all'imbrunire per creare sprazzi infiniti di civiltà nuove.

Una dolce fanciulla aizzava la folla in un francese dal rigurgito arabizzato.

La luce divina li investiva, chiara mi estasiava.

Il femmineo cataro contaminò il credo islamico.

Effluvi oppiacei nelle nostre papille, sapori dionisiaci nelle nostre pupille, l'intima dualità tradotta in floreali illusioni ci condusse alle più fluida realtà.

La luce tornò intrepida, non fuggimmo, la sorbimmo e sprigionammo sincere profusioni di potenza umile e fiera.

Poi stracolmi i pensieri di rinascita ciclica germogliarono nei nostri cuori, emiri e mercanti, stranieri e viandanti pongono assedio silenzioso e pacifico.

Africa libera!

Ora davvero il popolo in festa può godere dell'entusiasmo che ci ha diretto verso l'eterno, puro diadema dell'indefinito ora concretizzato, ritorna l'arcaico splendore mai dissipato, mai consumato, mai dimenticato.

Genesi della rinascita!

Donne maestose in somma bellezza sfilano ora per vie dimesse ad un vento che davvero estrinseca puro ciò che da tempo il cuore arabo celava.

Finalmente il riscatto!



Assurda questa vita terrestre


Assurda questa vita terrestre, ludica l'unica forma di senso, che strazio, imploda il mondo.

Le attrazioni magnetiche ci spingono altrove, perché soffermarsi su tali questioni banali da viscide bestie squamose nel fango a godere?

La verità va cercata in prossimità del sole.

La serie dei numeri primi ci spinge lontano, ai bordi dell'abisso e via da questo orribile Leviatano, occorre esulare l'anima dagli influssi societari.

L'effluvio astroso della gemmazione estrosa posta sul tracciato epidermico inviolato, brivido ibernato da elettronico spasmo periferico neuronale.

Ad est la genesi e la scoperta che tende un po' al tramonto a falce lunare di esseri divisi a metà e senza forma dorsale, prete Gianni nel suo impero a fare segni insegnati dai magi rende onore a chi non ha pudore.

Il cloruro di zinco posizionato in trasversale, la scissione intermittente di viole e sentinelle oblique danneggia il sistema e l'ozono in combustione già mostra la sua assurda delusione al primate dominante e in sé morente.

L'hobbit e il neanderthal estinti o nascosti, ritorna il numero sette in successione, e svolti in progressione il soffietto con il berretto da pub.



Mädchen Wagner



Fremo nel guardarti contro vento, la fiamma emana dall'aura posta intenzionalmente in rivoltosa riscossa come involucro di potere, sciolte le ultime catene dell'ignoto, pallida la volta celeste, l'influsso del diadema dell'aria è belva sul tuo corpo impressa e dominata.

La valida sordina incute timore, amplifichi con grazia il rimando sonante del tuo cuore, ed è un' armonia celeste improvvisa, su spiagge le candide sfere luccicano e l'estasi del logos è resa manifesta dalla tua lingua perversa.

Ti elevi nel godimento e sfogli il senso delle lettere singole che logicamente implicano strettamente o negano amorevolmente il barlume del tuo magico silenzio.

Occorrerebbe saltare in giubilo scostante l'eterna communitas astrale e ginestriana in comunione col sapore vitale della tua furbetta ed edonistica congiunzione carnale.

In preda all'incoscienza consapevole, gemma di bacco, sulle tue labbra il tepore.

Pullula il cardigan e scrolla il decolletè, lo sguardo lancia saette, il rombo dell'intrusione, è un sollievo l'invasione impostata, stendi sul piano le tue carte migliori.

Mia indomita ragazza, percorri pure le soffuse storie saltellando di rigo in rigo, mia indomita ragazza, continua.

Il chiaro ci invase ed accrebbe il tuo karmico sorso intenso ed interdetto, la punta della cresta intorniò i trambusti di rame, le scaglie ed i selciati, gli archi trionfanti e i semicerchi residui di battaglie ci raccontano storie permeate di sollazzi mai abbandonati.

Le foglie ormai sono assenti, ma il declino di questo febbraio è un presentimento, un pentimento e un portento deluso.

Mädchen Wagner, il buio è in te, l'ultima spoglia spirituale solleva il manto stellare, il futuro a due passi impresso nel tuo tema natale, l'antropologico senso, poi di nuovo l'iniziale espansivo fermento e fremo.



E poi è silenzio



Mi chiedo quale sia la conseguenza del lineare assunto scomposto dalla foga dei tuoi capelli ricci, un alito sul mio corpo pone desideri germogliati, oasi nel deserto, poi irrompe la concatenazione ancora frammentaria.

E l'entusiasmo che c'è in te esplode e si spande, universo mobile, l'interno del tuo indumento decorato e un po' sciupato, l'attento mio tracciato, il vento ritoccato e le tue labbra, i tuoi segnali stuzzicano il ricordo, stendono un sincero e puro sogno sbaciucchiato, miscelato il composto del tuo spasmo, soluzione indomita nel tuo fianco.

E dai, te lo dico.

Traslata la giornata ad incubo diurno, succoso gemito succube notturno, uno sguardo inquietante poni ma non regge, il visino dolce ancora vince, si spoglia ogni rimorso e cadi di nuovo umida tra le mie braccia.

E poi l'eterno accordo è il circolo del tuo ritorno, sovverti in musica dotta il cantico e l'inversa rotta, dionisiaca ispirazione, apollinea composizione, hermetica significazione, spiazzi come una suadente Eumenide ecumenica universalizzante che ha già consumato la vendetta ed ora docile sorride angelica, esorcizza il timore con un'ultima carezza che sfiora le corde del famelico e colpevole cuore che ha osato tanto, che è scivolato, reimparato il mondo, sciolto i lacci al turbamento.

E poi è silenzio.



Usucapisci il corpo mio



Usucapisci il corpo mio, 

con discrezione.

Usa la buona fede distratta, la vis boni dominae.

Apparisti percependo i frutti dell'anima mia, sono tuoi puoi tenerli, lascia fare.

Hai libera la pelle, dignità degli occhi.

Attraversa i campi del mio naso senza licenza d'artemidoso diletto.

E il tuo cuore supera in limo decibel di tollerabilità, anormale a cianciare da comodino a batuffolino.

Ed assumi per sempre in proprietà e stabilità quel che il vacuo possesso non ti dà, ma credimi non si ottiene in senso passionale, quel che hai per sempre è comunque in comune.

Un fiorellino demaniale tra i capelli, perversità.

Flessibile l'emissione fondamentale, incrociate garanzie.

E il gravame pullula in congiunzione con l'altare concordatario, firma il mantenimento anzi tempo, nell'ipocrisia sacramentale di stampo contrattuale.

E con disincanto volgi già l'errore violento in annullabilità, il vessatorio sospensivo stretto in termine giocoso e dormiente, in nullità, e porgi il triclinio dell'atto interessato e affievolito.



L'aurora di una Nuova Era



Immenso fluido vitale nelle corti spagnole e siciliane.

Brivido intenso!

Genesi ed epilogo intuiti nel noumeno impensabile in paradosso, ondeggiante la ragazza avvolta dai capelli e commossa.

Germoglierà di nuovo un logos erotico, planante stormo di uccelli migratori, i pensili babilonesi ed i trattati sulle leggi e sull'essenza, pareri e digesti, compilazioni giustinianee e folli bolognesi che decretano favori al Barbarossa in cambio di autonomie pur sempre autofinanziate, l'inverno è al limite del senso, quel che piace a me ha valore di nichilismo volitivo e completo abbandono sensuale e spirituale, di norma ciò ha vigore universale.

Parte la mia sacca sulle spalle involucro di questo corpo tremulo, la verità ci sarà e sarà la gloria di ogni mortale, incorniciata dallo Stupor Mundi, ascenderò in sul Monte Ventoso e l'alma sarà purificata,

mi addentrerò nella Foresta Nera dove alberga il nocciolo di ogni sostanza, l'anima espressa in rima in una stanza fissa e armoniosa, perfetta e caotica e smaniosa.

La bellezza greca, infine, spanderà i miei gesti su Thirassia e sarà l'aurora della Nuova Era.



Ommico il cuoricino cosmico e dialettico


Entri il fumo e l'atmosfera si rarefaccia, volta pure la carta a ritmo con l'oscillazione del ventre, di' ancora sì nel mistico anfratto di un artefatto cordico e sognante, trasudante, cosciente a metà volgendo l' altrove a sogno e tre quarti a realtà.

Ommico il cuoricino cosmico e dialettico, il detto sanscrito intatto è un disegnino a freccette sbiadito e smacchiato sulla panchina paonazza, in viso il corpo e in piazza il grido.

E ritorna il ciclico arnese in frastuono sordo tra la cenere del tempo ed un assurdo anelito del vento, il corso del tempo non s'arresta, maya scricchiolio nel vino, la giumenta in tempesta posta d'assedio dal velo, il vespro dà segni di resa, e rientra in chiesa la cattedratica colonna portante del pubblico studio.

È un colpo sonante, tramuta il ritmo, rinsavito, tra i fasci di parole recate in man come i pensieri violati, violette le onde sonore similmente alle luminose, il corso e il ricorso in n dimensioni si riduce improvviso a circolo mattutino, ad infinito punto.


L'infinito tra le tue mani le mie umili dita dipingeranno



È sera e il senso storna ogni possibile taglio dei tuoi occhi, magari è perso il sentimento puro per sempre.

La stella brilla e inonda con discrezione i miei pensieri ed il tuo viso, volge un sogno malinconico, io resto muto ai bordi dell'orizzonte dei tuoi desideri.

Il desiderio innalza le mie passioni verso le nostre intromissioni ardite, non dire una parola, basta lo sguardo, pensi anche tu a ciò che immagino soltanto.

Smetti, non ridere ancora, è solo un ardore che non ha speranza, magari tu ci riuscirai, ma io, io che farò, ancora cosa?

Parlerò nel vuoto di un mare di silenzio, ogni giorno loderò le tue forme e la tua più intima sostanza, il concreto tuo fare astratto e magari un nuovo sorriso accennato il tuo cuore verso il mio corrisponderà.

E adesso che fai? Sogni? Non dar peso alle mie parole, sono vane profusioni.

E adesso che fai? Piangi? Guarda questa foglia appassita tra le pagine della tua vita è un ricordo ormai sbiadito, io anche se solo, lo sai resisto, lo sai esisto.

Passerà, anche questo dolore finirà, un nuovo giorno la gloria infinita ci renderà, senza limiti il nostro palpito sarà, l' infinito tra le tue mani le mie umili dite dipingeranno.




Assunti pratici



Due bottiglie di vino e il fumo intenso dalla bocca, le parole intrepide a ridosso della stanza mentre una musica guidava gli astri nostri, un tepore puro da usare come tamburo per i giorni che sarebbero venuti, l'autunno che danzava e l'erba che bruciava silenziosa, poi i sogni e tu guardavi come assorta questa luna rubino.

La “V” congiunta col tuo nome, l'anarchica rivolta esteriore e il panteista sussulto interiore, il nostro essere che si tramutava in inconscio collettivo, quindi tu, con lo spirito nel piercing al naso manifesto, il solco della tua lettera sulla cenere tracciavi.

I canti delle baraonde soffocavano il pudore ed i tabù, traslate sulla parete erano le nostre catene, il tempo come al solito non c'era e per questo non sentivamo neanche il bisogno di rimandare il godimento bello e pronto, dalla conchiglia sorto il tuo corpo.

Lento l'indice sulla tua schiena, scendeva poi senza remissioni e in quel momento il tramonto fu l'istante di ogni giorno.

Novembre continuava, danzava, guardava, rideva, le nostre carni avviluppate sviluppavan pensieri.

Per sempre fu ciò che il vento ci disse, ancora la luna ribattette, noi nemmeno più ascoltavamo e l'energia esplose e si espanse.

Ancora!

Leggiamo nella mente la frase invisibile del nostro libro mai scritto.

Per sempre!

Suoniamo e canticchiamo quella canzone da noi mai composta.

Ancora!

Esponiamo su parete il disegno su carta mai tracciato.

Per sempre!



Ultimo fiato



Il sole brilla senza di te, ma l'essere sussulta e allora l'astro non esiste più se lui non c'è, ogni cosa ha il suo limite, sfiori austera l'impossibile, la paranoia che si impone, la mente non è scissa è condivisa, il flusso telepatico dell'attimo, il ronzio variopinto di un perché, sapori nuovi sorbiti con il maraschino, dov'è la rivolta dal colore spagnolo e dal manto francese?

Smorza ogni dolore in un incendio giocoso, tra le corde tese ed i tumulti del pensiero, provaci ad ascendere.

Ogni cosa, ogni rosa è colta dalle tue dita e il tuo viso dipinge l'assoluto di una eterna vita.

Io e te a due passi distanti in numerazione dialettica e prima, io e te retorica geniale di un genealogico domani aurorico e intenso.

Io e te l'ermo nascondiglio e l'eremo intruglio scandito pluricellulare da totem monolitico e squarciato come velo violato.

Io e te e poi le parole scordate che non vanno a tempo ed ancora tu sul divano mediano a consumare con l'elmo la frescura ed ad entrare svilita nel senso, cogliere il segno decifrato, è autoimposta da te quest'azione come ultimo gemito, ultimo fiato.


Limite floreale


Fa rotta capovolta il pensiero, 

naufragio nubiloso ma in porto sicuro.

Fa baraonda il sospiro, spasmo diurno nel tepore mattutino.

Integrale delimitante di misure astruse stereotipate in piani animosi, il barlume di terracotta sbriciola tra le mani corrotte.

Agguanta il chiostro, in un palmo statico placalo,

nel mentre del ricordo un'effe alla riportasi del pavimento cosacco rampicante.




Succubi alla profezia


Succubi alla profezia si partiva, centomila armate schierate, marce e petti impostati, rami d'ulivo e palme tra le mani, all'improvviso il cataclisma planetario, l'infinità dei mondi ridotta a circolo delimitato dall'invettiva, dall'inventiva femminea.

Nel tempio di Delfi la comunità di Filadelfia lesse, i copti intralciati dalla Maddalena,

intimamente riapparve Atlantide, con nocumento, gli dei torneranno, sono tornati o stanno avanzando.

Nella Città Eterna fu un lampo a scatenar la foga, in un solo istante fu riacceso il fuoco di Vesta, due metallare in un angolino a fumare, tre scuotimenti emo a tagliuzzare i resti artificiali del domani, a riaccordarli, a incollarli ad uso collage dadaista, sembra che sia sublimato il punto alternativo di vista.

Nella volta celeste diversi segni luminosi ingannevoli, nella stratosfera i caccia americani si accostano e implodono ad uso cheeseburger, bevanda e patatine ovviamente comprese.

Infine lungo il corso si sviluppa l'apocalisse, tra le caldarroste e gli artisti di strada, spiazza l'iceberg inflitto a colpo d'ascia della scienza spiritica congiunta in sezione aurea alla naturale.



Stringimi più forte


Luccica alla sorgente il mio spirito in refrigerio, nasce di nuovo e si rigenera, puro si spande intorno, la limpidezza riflette il tuo corpo.

Stringimi più forte amore ancora, con ardore inumidiscimi le labbra, intimamente diventi il frutto di ogni mio giorno addolcito dal tuo sguardo e dall'incanto dei tuoi gesti, ti dico nulla d'importante, contano le azioni sulle intenzioni, la volontà svanisce e resta il profumo assoluto dei tuoi polsi.

E il sole fa capolino tra i monti innevati, nello stesso istante appari come fiamma inestinguibile, anche la passione è annullata, resta solo il tuo respiro sul mio collo, il fremito, il ricordo attuale del qui ed ora.

Scende la mano sui miei fianchi, il tuo struscio inclinato, credo che adesso non abbia più senso ogni altra realtà, si avviluppa come un guscio la bolla dei nostri sogni e germoglia un'energia che dirompente domina ogni dove, la sensazione infinita di respirare assieme alla natura.



Forse una speranza nuova c'è



D'altronde tramutare i petali in canti disillusi è spogliarsi di sé stessi per godersi, magari potremmo dirci le solite parole trovando un senso incontrovertibile e davvero puro.

Allo stesso modo un' armonica a sette punte include il ricordo sostanziale e indelebile.

Non c'è altro da aggiungere, non c'è neanche il fuoco per le estrose storie abbrustolite e nascoste.

Non c'è il tuo volto ad illuminare, non c'è la sera né la parete da imbiancare.

Dai, potresti pure darmi un segno, un cenno, è importante la tua presenza in trasparenza eterea.

Il prato intanto esulta a questa tua rinuncia mai arresa, così per te l'importante è quello che meno dici.

Scorre il tempo, il nostro varco si confonde col reale, dove è ciò che abbiam lasciato, di noi cosa rimane?

Allo stesso modo il volo incerto degli stormi in ritorno consuma l'attesa.

Non è questo ciò che credevamo possibile e realizzabile, non è ciò che aspettavamo dalle pagine scribacchiate da me, da te, dal vento, dalla pioggia.

Dai, potresti anche cambiare idea, l'inverno sta svilendo forse una speranza nuova c'è.



Persefone è sulla soglia dell'Ade



Scuotimenti!

Persefone è sulla soglia dell'Ade, in bilico tre soldi per tirare avanti nella vita terrena, dov'è l'oscuro, la luce e il senso di questo infinito tempo delimitato?

Indossa un jeans macchiato, ai bordi consumato, le forme, le fantastiche gambe, sostanziali le giunture, procede traslucida, dolce il frutto assaporato, muove il suo corpo stupefatto, è quasi qua e dice ciò che sa.

Convulsione atroce febbrile, eziologia psicotica, psichedelica!

Attira a sé il vento, fiorirà senz'altro il pesco, c'eri tu ed esco, lei aspetta ancora, il whisky sul tavolo fa capolino, ed è già mattino, subito sera l'atmosfera, le ringhiere irretiscono il cretino, il pensiero è sbarazzino, due o forse tre soldati stanchi, non prendere il sole nei mesi con la emme, fede nel sistema e dimmi sì, il fiore germoglia nell'introspezione misterica di Melissa P, sento il sangue che fischia, sinestesia uditiva in percezione esaustiva, panico tra la folla, scioglie la neve tra i tropismi, vasi comunicanti i nostri sentimenti corrispondenti ed elettivamente affini, sgabuzzini stanchi delle parole, e nel frattempo il tempo incalza e sta, tu stagioni pianta fagocitante americanate dimenticate, sulla strada zoofila di Berlino togli un'altra costola antitetica, giusto così, la metro dà affanno, timore reverenziale, spiccioli sul crinale, sull'ultimo vaticinio astrale, che carino il tuo cappellino che ora sollevi fissa e triste alla Feltrinelli, ultima martire dei tuoi astrusi rotoli confusi raccolti e pubblicati, il senso questi tre grammi d'erba finissima ed odorosa lo danno solo se bruciati ed aspirati.

Inutili spasmi da rigurgito morale!

E che sguardo carismatico, la realtà tornerà fiera, cosa diremo e che faremo? Non importa, non ora, continua a parlar...

Impulsi elettrici, impulsi magnetici, impulsi elastici!

Respira senza fiatar ora Persefone e ci guarda, la distanza inganna, seguivi i campi d'ulivi, i sempreverdi pungenti e soli, un po' corrucciati, un po' svogliati, assi rossi a vertigo arrotolata e minossica, giudizio perfetto da teoria del discorso pratico particolarizzato in argomentazione giuridica spiccata a dorso di limone, acre il pendente, reale il razionale ma trascendente l'istinto, tabula rasa sapiente, saggio è colui che sa di sapere perché corrispondente allo stimolo della natura, la realtà sensibile nostra creazione rende immortale ogni nostra azione.

Agitazione, magica intrusione!

Così l'apparenza vince e trasmuta l'essenza in verità ovvero realtà plasmata, giusto un attimo ed arriva la principessa del mondo sotterraneo, giusto un attimo e superiamo l'oscuro Tartaro con la luce e la grazia divina, è già mattina.

Le connessioni sinaptiche sono manifestazioni spiritiche!

La storia schiude, la sfera dell'assoluto è l'ultimo astro percepito nell'umore del fumo aspirato in estasi, la grande opera dell'Architetto Divino, la sezione aurea del dio matematico e simpatico, e nel sortire sentenze carine togli ancora il copricapo, fili tesi dall'ultimo fiato, risultati seriali scagliati e resi unici.

Ulteriori agitazioni!




Alta la mano fino al cielo



Alta la mano fino al cielo, la rabbia nel pugno chiuso, l'urlo diffuso irrompe il silenzio e si spezza il barcollante potere come se fosse gesso,

argomenta dialetticamente con quelle facce di bronzo ministeriali che sputano le loro sentenze come fossero lama,

abbiamo noi da distruggere i principi e costruire su nuove fondamenta la realtà, abbiam bisogno di concretizzare la nostra più pura verità.

Dimmi un po' perché ti arrendi,? Non intravedi già nella tua mente una luce soffusa e lontana? Dimmi un po' ti sembra il momento di deporre le armi? Il mantello scintillante riflette le mie speranze, quelle che erano anche le tue, quelle che sono anche le tue.

Sfida ancora con una lancia il cielo, innalza la torre contro il potere morale figlio della moneta sonante, della moneta invadente, della moneta viscida e strisciante.

Dimmi un po' piccola pulzella ribelle dov'è finita la foga dei tempi ancestrali? Dov'è la rivolta? Dove sono le nostre candide ali? Dov'è la fortuna e il destino del nostro servo arbitrio che un tempo ci guidava, che un tempo ci sfidava, che un tempo ci seduceva, che un tempo ci dominava, che un tempo ci innalzava?

Guardami fisso negli occhi e per un'altra volta fiorisci, per una volta ancora tendimi la mano, per una volta ancora questa subdola ingordigia umana condanniamo e soffochiamo.



Sfiorasti, ne hai memoria?



Sfiorasti, ne hai memoria?, l'animo mio in colloquiale tesi di cazzimmoso frumento, un corpo docile e perfetto il tuo sotto il dominio darkettino del senso polemico,

le fauci man mano dall'allontanamento hanno triturato e maciullato le caramelle filanti, gommose e zuccherose, hanno ingurgitato carne compressa macchiate di salsa rosa, in preda all'affanno ora ogni tuo movimento.

Assurdo leviatano adagiato a sultano, con un giro di volta si impostò e smaltì tutti i dubbi in certezze fameliche e insaporite.

Guardati come sei, stazionaria in quiete e cinematica all'apparenza ma terribilmente conservatrice, quasi bacchettona agnostica e bigotta atea, ah quegli occhietti di metilene si sono trasformati in un puerile turchino da sedentaria.

Sfiorasti, dunque dicevo, il mio cuore, gli avvenimenti susseguiti da ideologie scarne, che romanticismo da cuore nelle freccette spezzate, fai pena al collare di un cane.

Guardati allo specchio sei minuziosamente inutile e depressa quindi colma di serena felicità da armistizio americano, democratica alla McDonald, ah ricordo le avversioni stupende ora che hai impresso sul petto il marchio del silenzio.

Cara non vale la pena idolatrare altri che non siano sé stessi.

Ok passeggia in sulla strada, il corvo ridacchia e ti beffa, dunque resta dell'alma la rimessa, succube a una stanca vendetta.

Dai continua, prendi in giro chi ti pare, poi fai le fuse a chi ti dimentica e a chi ti intriga, solo perché figlio di un successo che tu odi in quanto brami, monete scintillanti, vanno bene per te, ma chi le possiede è figlio della perdizione, condanni cioè solo chi ti assomiglia, ti ci vedo proprio bene, guarda, in mezzo alla tua stessa fanghiglia.



Maggio '97



Attendevamo col vaticinio di Nostradamus alla mano la dolce fine del mondo ma per adesso un paio di alluvioni, della pioggia rossa, un tramonto divino, acqua altro che benedetta e dolcenera,

facendo il conto la scuola non brucia, fa un po' caldo mi scopro e bagno.

Sistemo gli occhiali, vado alla centrale nucleare mai attiva, un'esplosione della fissazione mia che fissa l'atomo d'uranio. Scindi poi l'idrogeno, punta sulla rinnovabile, la geotermica è scalza non si investe, preferisci dare la precedenza al pedone figlio del tuo clone, il sosia usato a iosa, e continua a piover.

Un paio di persone angosciate e porelle sull'orlo del precipizio, Gazzè la musica non può fare, si tagliuzzan le vele, una pietra al collo, il Sarno in sussulto pensando al suicidio dall'odore di pomodori San Marzano.

Allora la Carmen in preda all'entusiasmo per radio continua a cantare, dice simpatica e un po' ribelle di esser confusa e felice ma non sa cosa l'attende.

Ciao ragazzina dai ricciolini biondi e corti le righe son puerile, fogli da bruciare ma continua a obnubilare.

Pensaci a fondo, magari tutto e dunque nulla è davvero cambiato, noi sull'altalena, lo spiffero puro dell'atmosfera, ora i Maya, i maremoti scossi del Sol Levante, tutto cambia e Lampedusa dice resta uguale, lo sbarco della speranza, noi in procinto di una nuova esistenza, Battiato di Gommalacca interiore lo sguardo a cercare l'essenza.

Buona sera, sei qui mia cara, mi dia tre goleador del '97, le pall mall rosse da dieci a 1900 lire del 2000 a gusto di millenium bag, quelle centos blu del 2005, le celesti dell'anno a venire.



Eh sì, è così



Promana essenza di bacco sul lastrico sciupato del ricordo ormai andato, un dolore e tre pagine mute, il senso non perde il contatto col tempo, è stato il mio scuotimento ditirambico a dorso di fluidità, il simbolo che rimanda all'intelletto, la passione da incendio a sponda di letto sulle tue pelli delicate l'estate, alla sbarra solenne mi adagio ed intarsio i sibili e i clamori di Labeone in topiche ciceroniane, prego, volga la civetta e la bilancia della stordita pulzella perversa e bendata.

Intanto la sua ondulazione vitrea scaglia i principi d'integrità vitale e mai morale, puro libretto lirico dell'unità pasciuta nella terra del lavoro e nei rotoli della reggia resistente, viale lungo e rettilineo da miglio interiorizzato e scardinato come le ipotesi vaghe dell'accusa basate sul preconcetto pregiudiziale, intervento incidentale e patetico gesticolio invernale, spezzi il crinale e monti in sella alla tua figura bella in preda all'ultimo godimento, lei rimane, tu rimani, il letto ormai è agitato, le coperte in fermento seducono il limite oceanico, la cucitura del vestito è selvaggiamente squarciata, pronti alla marcia forzata sul corpo dirompente.

Immagino e vedo, si materializza il rapporto ancestrale ed astrale, un' influenza sul tuo tema natale, giornata perduta e vissuta in funzione di questa sera che accenna a venire, che tende all'infinito essendo la somma dei nostri amplessi il numeratore di uno zero divisore e pastore del verbo incarnato nel nostro congiunto fiato, una scusa, non possiamo, allora c'è gusto maggiore, ricominciamo, c'è qualcosa alla parete, forse un'ombra o il caro gioco di specchi riflessi, prendi la tua arma migliore e mira al mio cuore, palpita il pulpito e non si arresta, incessante viandante sperso sulla via di Santiago, allora improvvisa ti scosti e divertita fai le bollicine sulle gengive, sembri prendere piede nel trastullo beffante, il luccichio del tramonto ancora, sotto il ponte l'aurora.

Ed ecco, mia caruccia, pietra celebrale quindi amigdala serale, razionale la sfera del sesso, la conservazione della specie, darwiniana evoluzione, ma nell'altro emisfero irrazionale c'è l'amore che senza senso guida l'universo in un abbraccio e tu continui a sussultare ghiotta di piacere, estrella stupidina, il rimmel da diva è il baluardo in salita del dito voluminoso posto tra l'incisivo e il canino, mangiucchi l'unghia, la lingua è in trepidazione come pendolo mi invita al proseguo di 'sta storia mai finita.

Eh sì, è così!

L'entropia nel tropico del cancro giaciuta è la tua ultima scusa che ormai neanche commuove, vestito a righine sottili di un verde intenso giace a terra in contrasto con le guance viola e stupende, sbattuta ancora e ancora, vissuta teneramente.

Intanto due o tre tulipani costernano il contorno dell'orecchio sinistro mentre sciogli l'essenza di papavero nel cucchiaino, le tue vene sottili attendono lo sbarco enzimatico e scansano doppi sensi, è una battuta tanto dolce quanto una venere triste e annoiata, magari elfica,

dell'ultimo cetaceo la corolla.



Arcadia Sannazaro



Leggimelo ancora nell'orecchio quel verso che hai già detto distratta tra una bevanda e un'altra, le tue mani mi carezzan e sfiorano le corde dell'ardore, pure eppur così perverse come mandorle dischiuse, in fiore i tuoi giardini dell'oblio,

ove ponessi i tuoi riccioli biondi come limite del senso credo avremmo dei problemi, le questioni dell'umanità insolute da noi risolte e rivolte alla noncuranza, stretti sulla stessa barca e comunque così distanti, il mio corpo idiota sprigiona clamori ormai celati ma la tua mente va già altrove e si perde nei miei occhi,

io, fattorino del destino.

Arcadia mia della luna a mezza falce, riflessa all'acquitrino io a sbuffo vorticoso, cigno solo nei tuoi sogni, viaggio e parto più lontano nella nostalgia del tuo ritorno, di allori adorno, mi innalzo e tu mi scansi e sorridi, forse ti perdi, affinché gli occhietti verdi alla Baricco possan indagare il limite del professore o del pittore dalle frasi sospese, tu raccontami di te, io ti esalto ma mi eclisso, resto in un angolo, piattino in mano, due o tre grammi d'amore riflesso me lo danno i tuoi nuovi sorrisi, sugli scogli a Mergellina il sole inzuppa il mare e gode nell'eco perso.

E coll'asticella del violino a fare esercizi di solfeggio, ho composto la nostra tensione, non hai voglia di esternarla ma leggendo una lacrima dal cuore scende fissa ed è un minuto e un rigo che il saluto è già svanito, sul fiume a naufragare le parole come dai tuoi occhi il sale, scrivo solo, sembra inutile, ma continuo, guarda, e fremo, un po' stanco mi rivolto, tu mi ignori ancora, ma va bene, resta il vento tra le foglie e le tue canzoni spoglie.

Allora invadiamo le regioni mai imparate, tu fai conti ed i bilanci, tu dai segni di resa colle dita e ti adagi sugli specchi, impressa e non arrampicata, tu sei la gioia di questa sala che ti attende e l'ultimo fremito spende, un applauso folgorante nei tuoi occhi scintillanti, gioie mattutine e tepori di primavera tra i fiori di pesco e le gocce di pioggia imposte dai nostri silenzi.

Coll'elmo tra le mani mettiamoci a danzare, le tue dite intrecciano le mie, è un momento di fermento totale, è un momento di tormento mai così sincero ed infinito.



Varrà a qualcosa questa atmosfera?



Alte sino al cielo le mura della paura, fosse concentriche attorniano ed ostacolano l'accesso alla conoscenza estrema, come magiche serate all'ombra dei silenzi, un po' a ricordo un po' a memoria un po' a fantasia un po' a seme del vero, prima di bussare non dimenticare il bastone eretto verso l'ignoto, l'ente goto del trastullo neoabissino.

Lo sbarco sulla luna, la duna delle tue baggianate, stese su triclini come in salita i gomiti giù di brutto, la vetrata araba e senza fiato, sul tuo polso l'effige dell'esistenza, postato il pensiero condiviso e sentimentalmente oscuro, la voce interiore che mi dice non ne vale la pena, ma è il substrato, il riflesso platonico del pozzo, guarda, io comunque vado a fondo.

Ciò di cui hai bisogno è continuare col sobbalzo nel treno a ripetere la lezione di tedesco, labbra che si muovono come a recitare il mantra intellettualmente affine a Goethe o alla sintassi a metà strada tra latino ed indiano, le tre voci della declinazione sincopate nella tua illusione, tu che pensi al tuo demone senza accorgertene e il fragore del mattino ti assiste, un solco di netto nei pressi del tuo cuore per fondare una cattedrale su cui poterti contemplare per sempre.

“Natura natura”, è un rimando al nudo volgare o all'opera introspettiva, un dolore da tarlo mentale, mai sopravvalutare gli individui ma cercare in loro un che di personale, cara MT, qualcosa di tangente al tuo ricciolo da crinale, spoglia come i binari che ti assistono, ad ignorarmi, dimenticarmi in fondo mai avermi conosciuto, come ogni essere umano che non guardi e definisca l'assoluto come bambino balbettante.

In fondo sono quelle mura che ci limitano e proteggono da noi stessi, ma un colpo accorto da auriga attento potrebbe guidare senza spauracchio l'animo nostro e concretizzar lo spirito, se solo guardassi, un attimo ti girassi, c'è l'incrocio di sguardi, varrà a qualcosa quest'atmosfera?



 Coppia Unità molteplice e divina



Un cappello a mo' di velo ti nasconde il volto, la canzone ormai scordata, quella che hai appena cantato.

Ciò che hai appena detto si interseca al tuo corpo.

Le scaglie macedoni aduse a rintracciare biblioteche ormai sepolte, colossi ormai distrutti, meraviglie babilonesi rampicanti.

La moneta nella bocca nascosta ti servirà se Caronte si cruccia.

È stupenda questa desolazione qui nell'Ade, mi ricorda il paesaggio che vedemmo mano nella mano col sole di mezzanotte sulla fronte.

I giganti ed i bestioni di Vico rinchiusi nell'oscuro Tartaro, mentadent quell'orgasmo orgiastico e ditirambico, sacrifichiamo, siamo pronti all'olocausto.

Che piacere sovvertire ciò che abbiamo ancora da dire.

Socrate malato e catatonico crede di non sapere ma spreca la sua vita da caporale in riserva in onore sublimato da Platone che non lo credeva e mutava le sue parole, maieuta da osteria.

La tua lingua fa il periplo del mio contorno e l'aura lilla scende sul mio polso, in coppia diveniamo Unità molteplice e divina.



Pelide adirato


Pelide adirato, trapassata spoglia e tu Patroclo ardito e timido assopito sul terreno maciullante d'armatura scintillante, cascate tonanti di deodoranti.

Rimandato a settembre il rimando al tuo pendente, meglio sorvolare e tagliuzzare i resti del deficiente.

Il midollo della questione è sviluppato in conclusione affrettata e coperta di vocali ridondanti e allitterate, dalla falce di luna allattate.

Sfida sotto le mura in ritorni nostalgici e nottambuli, deve pur finire l'ora della riscossa acre alle porte della bicocca.

A questo punto il soprano accenna animose scorie introspettive rende tutto più bellicoso e il rostro si adatta alla situazione miagolante della casa stregata e malandata.

Non te l'aspettavi un nuovo giorno nuziale da freccia avvelenata, Briseide da legnaia contenente la rima sorprendente figlia della bocca spalancata nel gorgheggio di traverso allo scempio duodenale attivo.

Ciclica l'attesa del canto rimbombante e claudicante, zuccheroso da senatore a forma di cavallo, la lingua e la punta marina della pinna che arzigogola la pretesa attesa di Lacoonte articolata.

Lenta la scoscesa rimessa in forme di bollicine che arde e preme alle mie mani, ubriachezza da milizia in festa e balestrata in desiderio sibillino.


Nunet


Caos cosmico primordiale tra le ciocche ancestrali dei tuoi cirri ineludibili e sinceri quasi puerili e diretti, l'entropia dei tuoi diamanti marini, per intanto è respiro atroce dei vespri dei tuoi occhi magicamente inzuppati.

Edenica realtà nel gorgheggio prebabelico, un'unità indivisa nel silenzio antitetico al tempo incalzante, una scusa immisurabile ma ad un tempo vettoriale è il fruscio della tua pelle pura seta da carezza, è un tramonto mozzafiato il tuo sguardo agli onori innalzato che precoce ed indulgente pone il labbro sul mio polso.

Ippopotami onirici sbiaditi, il suo volto da guerriero, il mio da alabastro incantato e bellicoso, l'acqua cabalistica trattiene il senso ed il nuovo feroce e incantevole è.

Genesi naturale, più che abissale il relitto dei tuoi giorni andati ed esaltati, tu conchiglia imprimi indelebilmente melodie musicate dalle sfere congiunte e succubi ai tuoi ordini, ai tuoi voleri capricciosi ma mai così armonici, desio di umana stirpe, di ogni ardore ribelle ed intenso.

L'energia sinaptica è sincretia spirituale con l'assoluto e spiritico comando naturale delle nostre arcane potenze micidiali.

Il mio cuore ti appartiene e ogni riflusso califfo del dominio del vento rimane, la tua smania da “V” permane e l'infinito capovolto già è.

Lenta sorge ormai la sera nell'odore di primavera, in riva al mare stesa e abissale divarichi le gambe, sei l'Uno visibile e intuibile in intenzioni di riscosse, gomitoli di storie perse e rese immortali.

Un risvolto capovolto da riporto indefinito è il bramare quel tuo perfetto corpo, possederti in riva al mare, godere del tuo abbraccio universale.

Il tuo nome è scritto sulla sabbia, l'acrobata lo lascia al vento perché sia dominio di tutti, il tuo volto è in visibilio e il rossore del cielo un suono terreno, celeste e divino ormai è.



Picciola



Esaltò la potenza dei miei gesti, stesa austera sul letto, notturno l'adagio, un ricordo mai così vivido di galassie inaudite e paralleli universi transfert ed infinitamente piccoli come i suoi occhi che spalanca nel momento dell'amplesso che eccitante stringe nella seduzione, la lingua fuoco bibliofilo e simpatico nella lotta tra i cieli di cartone.

Picciola il pigiamino è traduzione veemente ed inventiva fedele di versi inumiditi e così secerni scaglie d'incenso dalle narici, il tuo nasino non è stato mai così carnale, la tua bocca dischiusa mai così intenzionata a spandere essenze multiformi ed intense di parole ormai già dette, tramandate dai saggi in barba bianca, i due opposti figuri, il buono ed il cattivo Merlino, l'assenza di candore nel fumo dell'erba pipa, la metrò è in tumulto per la notte bianca.

Ragazzina dai silenzi evinci ciò che è maggiormente presente, la fondamentale premessa dell'euristica verità, analogica e comunque tremendamente evidente, l'algoritmo tralasciato dal tuo alter ego in preda all'ultimo anelito dell'Es, tra marosi spume d'entusiasmo, di sballo, scansi l'ostacolo del tuo formato introspettivo, calcoli le distanze tra i nostri corpi a mo' di gesto d'amore.

Ragazzina è un ritorno soffuso il tuo sbuffare da locomotiva tragitti di praterie spinoziane lungo distese d'oppio nordamericano e cabalista.

Nel momento del saluto il labbro varcò la soglia dello scibile, la Scilla delle colonne d'Ercole s'inabissò nel momento del folle volo traslata nei pressi della sicula Nigeria dantesca montana, lei disse ciao ma era un addio, e brucia la barba caprina per mano delle truppe napoleoniche a Berlino nell'hegeliano pensiero deluso, non c'è scampo per questo clamore disposto ad esulare il comando dalla norma corrosa,

finisce lo stilita 

tra rottami di automobili, tra gli inceneritori campani, i giacobini irrompono nella terra pomiglianese tra lo scontro del popolo fedele, gli striscioni proletari s'innalzano, la nuova povertà millenarista e neoborghese, lotta per acquistare l'Ipod e trasmutare in immagine televisiva, soglia di sopravvivenza voluttuaria,

mi volto a questo punto e lei strizza per l'ultima volta l'occhio sinistro.

Ragazzina da converse apodittiche, parusia femminea, parole senza vocali impronunciabili, tal altre senza fonemi ma fatte di cenni d'autore.



Anima mia, cosa resta?


Anima mia, cosa resta? Un frammento di bellezza. Non può essere tutto inutile, tutta viltà.

Cerchi te, docilmente restia, talora dolce e pura dormi mentre ti ammiro tra frastuoni di squilli storditi, tu come d'incanto sui banchi rimandi a dopo la realtà.

Novembre di marette distorte, di rivolte edotte dai tuoi passi, il tuo respiro lento intuisco tra i clamori di un giro rovente attorno al tuo corpo.

Mia sentinella e mia generalessa, stai all'erta su fruscii di foglie giallognole, spogli ciò che c'è di più vero, mi hai sedotto col pensiero.

Dormi mentre staziona la formula alchemica. Bacone e il tuo anione affetto da attraente negatività.

Novembre di bui nascondigli, tra le spine di atroci intuizioni, sembri oggi come ieri al mio fianco, effimera e voluttuaria donzella.

Novembre col libro semiaperto tra mani d'assenzio, puoi avvelenarmi con un altro sguardo attraverso il tuo manto getti in aria sul finire del giorno il misterioso baluardo.



On the road



L'aria rarefatta alla stazione mentre chiedevamo venia, l'autista a fare il pieno, due stracci disillusi i nostri indumenti, tanti sogni e tanti ardimenti, promana l'incubo e s'impone.

Già c'è l'intorno e la questione, è qui la voglia di volare, è implicita l'atroce rissa, e non si può dimenticare ciò che non abbiamo saputo fare.

L'albero cresceva, crebbe ed è cresciuto anche il nostro cuore, sì è imprigionato il pudore ma le voglie ormai svanite hanno reso il sentimento inutile e meschino.

Più non c'è la censura che ci accalorava, passato il ritmo del west che incalzava,

arrugginita l'altalena delle paure, 

e noi stanchi e ormai inutili a trapassare ricordi ed infilarli in collanine che strette tra le mani inviano segnali a te, ti lasciano immaginare me.

Allora non avremmo immaginato che l'estate già finita fosse solo la sordina per passioni impresse su velina trasparente, l'anima, il tuo corpo, la tua mente.

C'è ancora l'ingiallita foto, è eguale la primavera muta, ci sfidano: l'intima prova, ed io distratto qui penso a te.

Nel momento del risveglio sento un sobbalzo intrepido che si ribella, dice guarda l'alba e poi...

Evidente lo spettro del tempo, intravedo l'occhio furbetto, immagino l'odor dei tuoi capelli che non dimenticherò mai.


Lo specchio della divinità



Vortice potente assorbe ogni passione, nell'ora del giudizio è tutto indifferente, guardi un po' sopita il mio corpo che ti implora, due sentinelle marciano e tu che attorno fai la spola.

Io no, non cerco più un perché ma vivo dubbi da caffè, macchia sul tuo corpo e voglia di me, intuito paradossale come carica opposta ed invertita, lo dissi, l'hai intuito e sale sulle scale fissa come luccichio dell'est questo nuovo fumetto che ormai si brucia e si trasforma in immagine visiva.

Sai, sai già dove vai, non hai memoria che di te, non hai più voglie e sorseggi il sake.

La sacher è a gusto malto, maggese e un po' assopita, gira in tondo la tua testa, mi hai preso di sfuggita, sguscio come strisciante formica dei tuoi sogni al microscopio, alien da spade laser, da attrici consumate.

Io no, non cerco altro riparo sessantottino, cerco il frumento del mattino.

Penso colla schiuma del mare incollata e sbaciucchiata la gola, un brivido che pensa e si materializza.

Tu sei la donna degli dei, non ti concedi ma cedi spasmi di sapere e lasci mute le tue statue di cera, le puoi sgretolare mia Kalì,

surrealista da Dalì 

che brama nell'inconscio del sussurro capovolto.

Vista aguzzata nel trattato sulla caccia federiciano che simboleggia astrusi passi di fauno nella poetica di Mallarmé, vuoi altro caffè?

Spugna primordiale, uncino da sveglia divorata dal drago che non c'è, ricordi la stagione, perivi o tenerella, e no, morir di maggio no, fantino il tuo delfino da Dumas per tutti o per nessuno, mentre ritorni e mi dai il la.

Pernicioso il savoiardo con Nietzsche re d'Italia o folle del cortile, vegano e alessandrino tende la mano al cavallo martoriato.

Lo sai, per un'idea te ne vai, patologia mentale altro non è che possessione demoniaca, demoni boschivi ribelli alle scorie ed al cemento e poi non va curata l'inclinazione è estro o contemplazione, neurotrasmettitore accordato a mille va solo indirizzato ad armonico fiato.

Poi tu non mi guardi e sorridi, pensi già all'abbraccio da mulino bianco, ad altre cretinate, i valori, la famiglia, dimentichi l'umana verità, la terra e il din don dan, l'indice al cielo, lo specchio della divinità.


Dona i tuoi capelli al flusso delle stagioni viola da tepore



Dona i tuoi capelli al flusso delle stagioni viola dal tepore, non c'è verità che non sia tracciata sul tuo corpo.

Che dispiacere dici guardando fuori, mossa dal silenzio di questo giorno di fasti, il pendolo della tua lingua ne ha bisogno ma fa bene anche senza le mie parole, potresti anche chiamarmi per nome.

Ed improvviso un gelido antico pianto coltivò ortiche eccitanti e divaricando la mente estesa ti accorgesti finalmente che la tensione dei nostri discorsi era ninfa vitale per i posteri.

Non c'è pietà tra la sabbia primaverile azteca, donami la spalla velata, ricordati la passata visita transitata verso l'iperuranio sentimentale.

Cerca di lanciare il peso dell'inibizione più lontano che puoi, non sollevare mai le mani su un essere vivente, non cercare assurde promesse, non versare sangue, e ricordati che per sempre la vita oltre la vita e per la vita vive, nell'infinito il naufragio non sarà mai arreso.



Wilm i Milosc



La goccia è già schiuma rarefatta ed intatta sulla tua pelle lucenti le stelle, primavera boschiva tra i rami in fiore bocciati di prima mattina.

Ascolterai nel silenzio il brivido che hai nell'anima e che sussulta e che esulta alla parola muta di questa tua magica aurora.

Tra selve dimenticate ed intatte hai socchiuso gli occhi leggendo nella mente il verso che hai davanti e viaggia il respiro, investe il tuo viso, appanna i miei occhi che fremono, che bramano le tue mani su me.

Ascolterai per sempre il senso di ogni parola lontana e già volta a ciò che il gocciolio ti dice, è già mattino, leghiamo al polso il nostro destino.

E carezzi la pelliccia della feroce bestiola ammansita da saette dei tuoi sguardi alteri ma così dolci, il chiaror dei tuoi occhi è tutto ciò a cui penso.

Ascolterai ancora il suono delle tue storie raccontate a bassa voce, non dimenticherà mai il mio corpo la scossa che la musica della tua voce invasrice e ardita mi ha donato.


Presidente del mondo



Presidente del mondo color caffèlatte, domini le truppe e tentenni, pacifista di facciata nel cuore di liberista cazzimma, occhietti da avvoltoi i tuoi, cultura da infante il tuo popolo.

L'America è un signor Stato, figlio del danaro.

Terribile mostriciattolo dal corpo rarefatto, i tuoi sudditi divorano ciambelle, il tuo polso è saldo come acciuga.

Fuck Italian potence, sed memento, pulvis es et in pulvere reverteris, tu e le tue armate giocattolo, bambinino viziato.

Dai uccidi gli uomini cattivi, io tengo d'occhio te che sei il bene, ma vali meno delle mie scarpe sporche.

Impara l'alfabeto, scimmia rampicante, edera maleodorante, escremento da concime per le piante.

Guarda il tuo ombelico, coltivi una serpe sopita e latente, finirai come un cialdone, in bocca al tuo clone, nei pressi della tua lingua barbarica, imborghesita e volgarizzata, da atteggiato e da superuomo, ricordi il torlo d'uovo, fritto o a occhio di bue,

non un neo nei tuoi discorsi, o illustre mio premio Nobel per la pace alla fiducia, prendi le tue cose e vai a zappar la terra nel fango e maledetta.

È peccato mortale il tuo sguardo da orinale, il tuo potere è odio celato, sei il messia dei cetrioli del tuo sandwich gustoso e vanaglorioso.



La goccia e il petalo inclinato



La goccia e il petalo inclinato, refrigerio del mattino appena arrivato.

Il cuore vittima dello stupore dinanzi al divino e naturale spettacolo di colori.

Primavera che genera un subbuglio interno, lo spirito che gode del cambiamento, che indossa a sua volta il nuovo manto.

Diamanti e smeraldi intorno al collo, l'estro delle tue voglie.

Ovemai chiudessi gli occhi viaggeresti estendendo i tuoi orizzonti, il seme della bellezza esploso, spiccheresti oltre il monte il volo.

Senza più pudori, tendente all'infinito del cielo, al limite del mare, dai tuoi occhi il clamore.

Amore figlia del tempo non imbrunisce ciò che momentaneamente hai eluso, che credevi aver dimenticato.

Amore non scompare il tuo desiderio solo fingendo indifferenza, temendo invernali sofferenze atroci ancora.

La goccia e il petalo inviolato, un sentimento germogliato, maggio è vicino, ritornerai.

Vergogna dell'Italia



Vergogna dell'Italia gli imprenditori unti, sudici, maleodoranti e imbrillantinati con sguardo erotico da tanfo di chiuso e sorriso da sgabuzzino.

Vergogna dell'Italia gli studenti d'economia spiritosi e conteggianti che citano Wilde credendolo amico di Malthus, che sono contenti un giorno di poter diventare manager astuti come escrementi di cane, e poi quei fastidiosi studentuoli delle leggi che non sanno chi sia Bartolo e ridono sulla Costituzione, pronti a lanciare sentenze masticando volgarità amene protette dal loro sex appeal da figlio di papà, futuri avvocati del cazzo.

Vergogna dell'Italia, politici e tutti i Presidenti del Consiglio ma ho la preferenza per uno con le orecchie lunghe e appuntite, Lombroso direbbe per forma e dimensioni sicuramente un criminale, vergogna bastardo che costruisce ville dopo le lacrime di coccodrillo beffandosi dei rifugiati, uccisi, feriti, martoriati, calpestati, violati.

Vergogna dell'Italia è la nuova radio Londra e il porco che espone pensieri come fossero rutti.

Vergogna dell'Italia sono i paesi stuprati, le pisciate dei capitalisti sulle bellezze, sull'architettura, sulla cultura, il tossicume nella Campania ormai mai più Felix.

Vergogna dell'Italia sono le cravatte, le camice, i foulard o i fiori all'occhiello verdi, che non sanno contare né maneggiare altro che non sia vil denaro, rozzi nelle lettere, mai l'italico popolo fu tanto oltraggiato.

Vergogna dell'Italia sono le risatine ignoranti dinanzi ai ricercatori, sono il ma andate a lavorare pronunciato da burini neppure più simpatici in quanto a nostre spese arricchiti, ma andate voi a cagare.

Un'arpa rotta, suoni stridenti, parole roche, e sfinito a elemosinare, solo il lamento lontano dei nostri giganti, dei nostri avi mi può consolare, sincero sussurrare che qualcosa dovrà cambiare, alzati e combatti, la spugna ormai non si può più gettare svegliatevi e non vi fate sedurre dagli emissari del nulla.



Quando guardi come assente



Quando guardi come assente il rumore interiore che sgorga, non immagini quanto i mie occhi fremano al desio di divorare i tuoi, nel silenzio della notte il cuore innalza il suo canto inaudito, verso spiagge lontane fugge il nostro ultimo respiro.

Si schiarisce il cielo al tuo cenno, è come tepore il tuo sogno desto, tra colombe candide il sentimento sorride e fissa i tuoi pensieri diretti al di là del tempo e del senso, senza ragione lasciati andare, in preda all'entusiasmo, inizia a volteggiare, pura come acqua di sorgente inizia a volare senza dimenticare il mio viso.

Ti ammiro e ti penso, quando scoccherà l'ora capirai che ogni tuo volere è oramai diventato azione e continua, continua a ondeggiare nell'aria, lo spazio nell'animo e nella mia mente l'hai già tracciato con le tue lievi mani.



Beatrice Bronzina



Lettere mie leggere si espandono nell'aria e vibrano sotto il dominio del tuo respiro, il bianco e le righe e gli spazi, dualità nei tuoi occhi mentre sorridi furbetta e dolce carezzi l'aria come specchio del tempo, sembri dimenticare il sogno nel tuo viaggio sognante, mia docile, ardita, stordita essenza, su questa carta ancora ti penso.

Verrà di nuovo l'inverno gelato se non rivedrò il tuo sguardo. Soffia il vento, il tuo verbo in me.

Quando penso al flusso cosmico sembra quasi inutile ogni mio sforzo, avvinghiata nella tua apparenza irraggiungibile, concreata e reale invece guardi comunque altrove e, dai, a cosa servono i miei brividi e i miei sussurri, puerili, stupidi, orribili, suoni stonati, fascino spento.

È così? Ripeti nell'inconscio il mio pensiero esposto, brillantemente fai finta di niente e non ci sei quando sei qui presente, compari e ti imponi se assente, non serve la mia maschera né il tuo velo, getta la monetina nella mia limpida acqua e vai via, già lo so.

Adesso imbracci la tua chitarra, ogni mia nota si è spenta, sgorga nel mare immenso il mio sentimento nascosto, e prenditi gioco, ancora guarda in alto, mai vedrai sotto al tuo naso la congiunzione col tuo spirito, vai continua, il mare è calmo e pacato, mi accoglie,

non c'è male ma non dico 

addio sole, non dico addio a te, mia luna, in te vibrerò quando non sentirai che un rumore lontano, un fiato stranito, vai prosegui, vai, vai, vedi che non mi vedi, distorto eppure così sincero il tuo sguardo e poi ancora, ancora io, fruscio del silenzio e palpito del tuo polso dai mille odori, tremori quando non ti appare più nulla chiaro, stupore, ritorni in te e non ne hai più bisogno.



E non si arresta quest'ultima attesa


E non si è arresa quest'ultima attesa, è già schiuma il tuo volto da piccina, magari atroce e bellicoso ma tremendamente decoroso nell'eccitazione e nel trastullo dei sensi.

Come sempre indossi le tre costellazioni congiunte da una stella comune, io distratto sbuffo e poi ti guardo, studiata a fondo, tre note di disappunto e trapunto il dito che ardita adagi tra labbro e gengiva.

Posi viola, posi sola, posi come stuola, posi e vola il mastodontico giornale nella tribù e nell'asola dal risvolto positivo e declinato, inviolato.

Mani da fata sul bonghetto dal tuo tocco benedetto e dal tuo polso insanguinato maledetto, mani che torchiano il tuo braccialetto secernendo succoso nettare divino che assaporo indecoroso e tu sempre più ribelle sorridi dell'allegoria stampata sul petto.

Rosa sublime e canto di serafini storditi, traditi, mangiucchi allora quindi le unghie, t'incanti, di nuovo mi guardi.




L'eterno ricordo



E dallo sbatacchio dell'inclinato ramo sotto il dominio vibrante del vento sciama un singhiozzo che si stampa fisso tra i tuoi denti sensibili.

L'eterno ricordo è vittima di un subdolo rimorso.

Pensa, tra le scorie di gabbro e tra distese di tenebre, in procinto di nuove virtù, pensa ed adorna il tuo capo con losche foglie di salvia degli dei.

Il rumore lontano impone il sigillo sul tuo passo insicuro.

Innalza l'osmosi dritta in questo tropismo verticale dei nostri luccichii di spirito.

Il sentimento traspare, lo vorrei catturare, conservare come cinguettio primaverile, come notturno intermittente accendersi e infiochirsi delle lucciole, nascoste e intuibili iniziatrici del viaggio oltremondano, specchio metafisico del nostro domani.

Ah questa quiete! non dire una parola, tra festosi guizzi allegri si sperda il nostro ultimo intenso silenzio.



La lista della spesa



I tramonti mattutini, lo sguardo dolce dei bambini, gli atomi scissi perché instabile è l'amore e l'elemento, lo stupido e solito argomento, altri anfratti, i drogati alle fratte, le divisioni ed i denominatori del silenzio, l'assenso post mortem, il biologico tumulto asciutto, il vuoto kierkegaardiano, l'assoluto hegeliano, il vino nietzscheiano, poi, Ratzinger e Ruini depressi come l'aquinate, i cipressi alti e schietti in duplice filare, il tuo solito fissare, la gente che saluta, gli oblò delle astronavi, i viaggi interstellari, le cravatte dei commendatori, gli assistenti dottori, i professori impolverati ed eruditi, le distese toscane e le viti, i mandolini nelle pizzerie, i soldi gettati per le vie, Berlusconi dall'odore atroce, la Gelmini e il sesso orale nei bagni delle scuole, la Carfagna e la fase anale, la lingua e le sole, la violenta remissione, Foscolo e Napoleone, il tuo cartellone, due metri di rinunce, tre metri sotto al cielo, il codice rocco, la riforma dell'88, la rivolta e il decotto, il caffè con il biscotto, la ricottina salata, la guantiera e la sfilata, i sentieri del coseno di alfa, l'omega e la gamma, la costante kappa e la discussione, fasci di rette e la morale, rettitudine dell'anima, cambia i valori ed i numeretti esponenziali, quelli delle note musicali, orientamenti spersi sull'orsa maggiore, Amalfi con la bussola, la scuola salernitana, Dilan Dog e le investigazioni, i RIS e le illusioni, i gialli come nettare estratto dal polline, la fotosintesi nei cloroplasti, il nicotinammide adenina dinucleoside, il cloruro di zolfo, il satanico incontro nella solfatara, acqua avvelenata e bruciacchiata,

la scolara, 

poi, Melissa P che fa l'astrologa, la solita sonata, la violenta ondata, i mesti meticci, le razze arronzante, ceppi e assurde stanze, canzoni duecentesche, i catari e le donne, digiuni ed autogemmazione, fertilità e delusione, il diritto comune, la nuova scolastica, gli esegeti, gli storici e gli scettici, poi ancora fumetti.



L'immagine ha già riflesso



L'immagine ha già riflesso di luce misterica ed è manifesta nelle tue forme la più soave apparenza.

Pensarti di sfuggita, mentre guardi e sorridi è il mio massimo slancio vitale, è il solo desiderio, possesso che so bramare.

La tua veste difesa da miriadi di soffuse luci deluse.

Come può l'entusiasmo discendere senza il tuo sguardo? Il sentimento è già in me.

Nell'attimo del deriso mio passo giulivo si articola in forma di arcaica sonata ogni tua parola.

La brezza, il mattino, il mio ed il nostro destino.

Una battaglia già persa in partenza la tua, bellissima essenza contro il mio spasmo che a terra in visibilio il suo corso arresta.

Tu non ti arrendi pur già vittoriosa, l'animo mia da conquistatrice lo sondi e di nuovo splendente sorridi, folgore dell'infinito.

All'improvviso intuì ogni mossa quella tua giravolta distesa sulla radura della conoscenza e del disincanto contemplativo e caro al mio spirito.



Liceale



E genuflesso il canticchiante messaggio subliminale, le marchette della sera, stese adagiano l'atmosfera, un fuoco lento per riscaldare i risparmi e le sottane dell'antro ditirambico del tuo sogno mai così desto, immagini che scorrono sul video, mangiucchianti pac man anni ottanta e le camice col risvolto che tanto o poco ti hanno sedotto, poi tanti saluti su cartoline dal ripiego così carino, così impresso come big babol, continua e coglie nel segno l'erba che invade e sbaciucchia la zona e i baretti del centro nervoso, un po' l'accumbens nucleus, di svolazzare come lingua tra le tue labbra raddolcite dal video gioco con polso deluso e slanciato.

Ma che bello! un ricamo ad occhi chiusi

per altre vie, 

sul condiscendente astruso furetto che ti ha delusa, manca la dolcezza nella pecunia verbis, nella piscina stesa o forse più eccitante a galleggiare inversa sulla banchina, dici sì, dici no caricatura buffa, dolce immagine animata virtualmente realizzata.

Ma gli anni sono ormai chiusi mentre apri rovistando quei cassetti, ti frughi poi la borsetta, ancora segni di tabacco e le cartine per altri mondi sconosciuti asciutti eppur districati tra i tuoi contorti discorsi allo specchio temendo ciò che c'è in te più puro e oscuro,

e che bello domani mi nascondo tra i rami come usignolo dal bel canto, poi il viaggio in treno ed il ripasso svelto in fila tra le mattine d'aprile al sole a rincorrere come vignetta il disciplinatore per non essere avvistata dalla torre di guardia, io che premo il tuo naso sulla spiaggia.

Magari poi da confusione e da diniego il manto levato e poi l'occhiolino, il mastichio che si fa più intenso, dai vieni a cena, non fare tardi, dai ricordati, o resti o parti, rassicurata dalle maree e dai delfini in circolo a guizzare, corteo da mille forme.

Ah che poi farò, l'auto da fè dei miei pensieri autocondannati ed imposti come se fosse neve il tuo silenzio il tuo ricordo che ormai più non c'è, la fretta che ti invade l'albero della vita dal frutto colto e rinfrancato dai tuoi continui giri e destinato a viaggi ad occhi chiusi.

Incartucciata un po' avvilita la voglia viene, è d'obbligo il saluto, un cenno o solo il miagolio di te arruffata e un po' attizzata, mi graffi già come se avessi voglia di imprimere il tuo marchio sul mio braccio e sulla fronte.

Eppure muove un alito di cuoricini, il tuo diario indotto allo scribacchio da incunabolo amoroso, da vorrei a gaudio dei.

Ecco è arrivata la luna sola e sondi il meticoloso intorno, delimitato il tuo fiato sul vetro, in cartongesso il nadir è già svuotato e incappucciato, sguardo e testa bassa, sul pavimento il corpo teso a goccia precipita, inclinato a destra dal tuo occhio.

La fluorescenza sulle mani dell'evidenziatore iniziatico e diretto, lo tracci il colpo di netto, passerà anche stanotte, la tele spenta e sfocate le tele che non hai mai avuto il coraggio di trinciare da tritacarne la tua brama negoziale e non contraddittoria né compromissoria.

E poi continua la tua folle impresa da ragazzina contro valanghe e nubi e contro te, contro ogni destino ed ogni tempo,

ma lui dov'è? Più non c'è la voglia se non puoi sfiorarlo, non puoi.



Un attimo e giri



Un attimo e giri.

Ed ora che mi dici, non c'è la tua serenità, qui tra gli alberi in fiore e gli ammassi di lattine, continui come sempre a fissarmi.

Ed ora come va? Le solite occasioni e poi altri scritti e graffiti, la birra d'un fiato ed il fiato graffiato dalle sigarette.

Ed ora ti distrai, sei languida e vorrei penetrare a fondo dentro gli occhi tuoi, l'esplosione di colori nel pudore enfatico dei gesti e delle perline,

e vai, che sei grandissima, immensa tra le ortiche, il lastrico dei baci gettati, e a questo punto è tutto più strano, già pensi ad altro, esula la mia parola dalla mia persona, resta il respiro mio appena appena da te intuito, e vai, che sei magnifica lettrice, reggitrice, regina, vetrina del tempo.

Ed ora come mai i tuoi giorni lieti sono estranei ai miei? Con il dito all'in su tracci il danzante entusiasmo delle cose di voi umani, io ormai lontano già intravedo il buio nei giorni miei e tu sorridi, distante l'ultimo riflusso di felicità condividi, ti alzi e te ne vai, la panchina vuota lascia un'orma, la tua aura non mi abbandonerà, ma tu non sei più qua, a due passi la follia, vai via.



Nikkal



Coperta di gemme ti sollevi quasi abissale come vegliardo sapiente la tua anima capiente e lo spirito ricolmo di te esplode mille bellezze, si adagia sul tuo corpo il velo del pudore e del sentimento puro, un passo vibrato nell'etereo ed il circolo ricolma di splendida bontà il vuoto trafitto e soccombente.

Ma che ardimento osare contro l'ignoto, che temperanza nelle scelte e che equilibrio nelle eterne ed inflessibili decisioni, così iniziò per gioco e non ti è mai sfuggito di mano il destino, servo di una volontà possente ed invincibile in quanto sorda a richiami che non vengano dalla tua divinità, furente la fiamma dal tuo dito sgorga e s'impone.

Che confusione invece generano le mie palpebre al passar delle inutili immagini cui mi soffermo, coglierò mai un giorno l'assoluto dal lento schiudersi del fiore incantato della verità sublime? Le tue mani tendono dall'alto e sfiorano le mie.

Sui rotoli è impresso il tuo sigillo indelebile, loquace e universale, sembra un canto dalle cento sfumature, tre linee melodiche si inseguono e convergono sulle tue labbra, il fiato che secerni plasma e dà vita all'aria in un vento primaverile trasformata e di incenso profumata.



La nebbia ed io sommerso



Quando ascolterai dal silenzio fiorire questo tepore d'incanto il flusso dei tuoi pensieri diretto verso me sarà baluardo di una gloria infinita che oscena già mostri.

Allora vedrai le tue mani improvvise gelare come foglie d'autunno sperare e colorarsi di assurde speranze il piede della stanza in tutto il suo splendore sarà dell'infinito l'odore,

poi verso nubifragi il tuo sorriso settembrino e partenopeo, strizza l'occhio nei pressi del golfo del caos, mia candida violetta ingiallita ed impreziosita dal sapore del tempo che sfinito non muta le tue forme né il tuo splendore, ah mia cara e che splendore!

Uh il faro d'Alessandria! il mio ultimo approdo, di me inviolato sulla barca degli ultimi sapienti alla folle ricerca dei rotoli perduti, bruciati e dalla cenere rinati, come te che splendente colosso multiforme, prolifico e facondo illumini me e ciò che ho attorno scompare, le mie paure figlie dell'ombra e tu padrona degli altari.

La nebbia ed io sommerso.

Poi figure apparse, scomparse e infine pensate e generatrici di nuovi linguaggi, le cellule specchio nei pressi del Brocca e il nuovo linguaggio imitativo e balbuziente ma pure tanto potente da infliggere scosse di vita tra foglie di ortica stuzzicanti le tue brame ancestrali, che voglia mi viene e che contemplazione nel vederti nei pressi del pesco, guarda uscito in fantasia più da me non esco e ritorno su passi già tracciati, mi vedi che cinguetto come ultimo rigo del passo di ornitologia che fisso nella mia mente imprime melodie al passo con fruscii di criniere

ed è a quel punto che ti avvicini e mi baci col tuo fare classico e diffidente e distratto, eppur stordito e stupefatto.

Ahi raddolcite dal miele! le tue note rilesse con oscillazione di mano e stereotipi densi di senso surrealista, ma che goduria vederti come stilema lontano, come carezza che pullula e si declina dalla tua mano dalla cadenza triplice e greca.

La turba dei ricordi si addensa a sua volta ed annega me già sommerso, è un attimo e senza difese resto in preda di te, mi guardi e mi sfidi, poi dici, dai, continuiamo!


E' sera


Ulula il vento tra le scogliere ove si infrange sperso uno schiumio arso dal tuo sguardo.

Da fronda a fronda la costiera è un luccichio mentre il silenzio che splende come asciutto dal mio spirito si spande.

È sera, sul tuo corpo in folgori dipinto, il chiaroscuro del cielo è dal tuo incarnato illuminato.

È sera, sui monti che limitano il suono e la vista, sulle nostre ali acciuffate, stanche negli approdi ma pronte a un rapido guizzare se colte da mani capienti, se curate da assoluti respiri sul collo.

È sera, dalle tue mani, sapore dolciastro tra nubi abbondanti come frumento di prima estate, è un sentiero quel sogno che inumidiva i nostri occhi.

È sera, nel refrigerio dell'ultimo senso, nel quiete vagare ormai spersi, cittadini di mondi perduti.

È sera, ed i tuoi abbracci bramo, destato da giorni di subbuglio alla finestra mi scorgo, il tramonto è l'inizio della nuova era, dell'ultima aurora, della più pura stagione che attende i nostri passi da troppo tempo corrosi dai flutti del mare.



Giorni dell'oblio



Il tempo guizzava come matto tra le restie fogliette di valeriana a ciuffetti, giorni dell'oblio.

Incupiti sui rami i corvi, cianfrusaglie nere tra le fenditure della reggia serale e dai canti corali all'eccitazione destinati.

A volte passeggiavo pensoso tra le ginestre, poi mi voltavo ed era già giorno, cominciai a inseguire le mie voglie divine coltivando contemplativi silenzi.

Apparve inaudita ed inaspettata sul far del meriggio di un maggio da intensi profumi, poi con un soffuso schiarir di carezze illuminò sfiorando le rose e la frescura dei ginepri, l'intelletto disincagliò l'immagine impressa dal nous al logos, al gesticolio stuzzicante.

Il solstizio nella notte di San Giovanni, le lotte lucide mentre mi incantavo, audace celavo indecisioni alle tue deduzioni sillogistiche.

A volte distillavo l'alcol dai fiori sperso, lo univo col sapore delle nocine immature e pullulanti di verde aromatico ed etilico.

Apparve lieta come falce di luna e senza un fiato ingigantì le spoglie mortali innalzandole agli altari, potete soltanto lasciare spazio alla fantasia ed intuire ciò che vidi impresso indelebile su lapislazzuli.



I mandorli magici



I mandorli magici ed elusi adombrano la tavola imbandita per la festa.

I clavicembali a doppia coda dell'occhio rinchiusi in un cristallo allietano la soglia delle pluridimensioni.

Una ragazza porge ciliege decorate coi raggi del suo cuore.

Buona giornata! è già arrivata la brezza del mattino in riva al mare.

Ah come è sincera questa spremuta d'agrumi! diffusi sul polso da effluvi fluviali di cuccagna paradisiaca.

Come ti senti? Che dici? Ti corono d'alloro?

Dai fuochi delle torce diurne si intravede il veliero come adagiato su cieli turchini d'incanto all'orizzonte immobile, ultima stella fissa nell'epoca del moto circolare.

Una schiera di pini mediterranei incanta e le zingare furbette fa sognare.

In groppa alla nuvoletta arriva Erato, con la lira melodiosa alla mia penna leziosa da fiato.

Dopo l'addio lei disse, il domani non so cosa sia, ma oggi tu sei di nuovo qua.

Ti sei mai chiesta che altro può farci una ruota di bicicletta capovolta su uno sgabello se non dettare una regola di condotta?

E come mai l'inconscio sepolto è un porto sicuro ungarettiano di naufragi in trincea nel dantesco montaliano al concerto dei Pink Floyd dove, può darsi, sia possibile fare ancora poesia?

E dal tripudio dell'ultimo giorno si adagia il messaggio a segno primordiale e figurativo e non fonetico ridotto.



Hator Lilith



Lo specchio che ritrae un'immagine, la tua, donna angelica del nono cielo, del cerchio roseo e dai canti in giubilo delimitato, pullulante, intransigente e tollerante, avvicini alla bocca il bicchiere col succo di mirtilli, stuzzica gli elementi ormai cotti di te, muovi gli oggetti col pensiero e leggi nelle menti e nel cuore delle genti,

cari al tuo dorso i simpatici gattini che assieme a te e succubi ai tuoi ordini aprono varchi tra sensibile ed etereo, la tua voce limpida schiarisce la volta densa di luce, pone il quesito il tuo vestito finemente ricamato, ascolto stupefatto l'ultimo aneddoto raccontato a suon di accordo assiduo ed ipnotico,

il mio spirito interamente dalla tua voce catturato.

“Si illuminano le stelle ad ogni vostro pensiero lieto, nella riflessione e nella speranza l'universo sussulta.”

Ed anche le migliori ondulazioni si uniscono nel punto dal tuo indice mostrato, le ninfee sono serve e le sacerdotesse profetiche aspettano calme il tuo cenno, il tuo vocio di marzapane imbandendo sacrifici di gemme e di frumento, l'umidità delle pareti è uno sgocciolio di sensazioni, cattura i nostri desideri con meticolosità e con furbizia sincera, prima dei monti il mare era un formicolio inquieto ed agitato, si ersero i colli, si alzarono le catene imponenti.

Ti prego non svanire, non dissolvere mia lucciola, ti conserverei nel mio petto! Volatile farfalla variopinta diurna, sarò domani, facendo l'occhiolino mi dicesti.

Legami magnetici mi legano a te, creatura divina, mia causa motrice, mio motore degli eventi.

La polvere è l'orma del passato annidata sui libri e pronta a raccontarci ciò che le pagine scritte lasciano all'immaginazione.



Resterà la tua parola



Il vento, l'onda, la corrente, le sincere ed affiatate attese, i tuoi occhi, i tuoi dipinti, i tuoi accostamenti figurativi, i tuoi sorrisi, guardi l'anima da fuori e non c'è gravità se sei obliqua sospesa sul letto, se pensi e sei pensiero, fuoco rarefatto il voltaico magnetismo, il tuo riflusso ed il cristallo, la pagina macchiata di caffè, l'odore di fumo e l'arioso tuo opposto che già senza resa ha immanente un che di te nella pronuncia del nome, la maglietta alla rinfusa tra le scarpe slacciate sul pavimento e il paradosso dell'egittico rito, pietra azzurra al collo mia padrona e regina di sventura, il messaggio sulla scrivania e la firma appena appena intuita, scrivi ancora come una bambina.

Le rinunce, le veemenze, nessun risultato nelle scelte vane.

Poi il raggio non capisco come faccia ad essere così coinvolto e così tranquillo, sembra quasi non gli dispiaccia scomparire e riapparire, sembra quasi non disdegni le nuvole, la pioggia, l'afa, la riscossa dell'armata sepolta, delle dodicimila schiere, delle tue indomabili fiere maestose.

Guardo ancora come dietro ad un vetro i tuoi ricami e i tuoi intrecci tra le mani, le tue favole senza morale, le tue fiabe dai castelli incantati, le tue tracce da maestra, da scolara, da ragazza stupefatta, da donna esterrefatta, da furiosa Euridice dolce dei sogni incantati, saggia ragazzina da salvare, indifesa ma con consigli da impartire ai salvatori sognatori dal bel canto e dal rimorso alle porte del nulla che si impone ma mai vincerà, tra le tenebre illuminerai un soffuso chiarir limato dalla tua magia da messaggera.

Resterà la tua parola.



Carmen



Dal tuo sguardo misterioso catturato, il ricordo è districato tra luci e nebbie, il tuo rossetto orma del mio canto e tu singhiozzi a mala pena ed anche una parola persa tra le mie mi socchiude gli occhi, in una nuvola oscura e tu risalti croma di Mercurio ermetico ed evidente, no, non una nota in più, ogni cosa troverà senso e lo imporrà se ti volti di nuovo.

Crederesti solo nella musica, piangeresti fino all'orlo dell'abisso tra le danze, tra fuochi sospesi, in modo più candido e più pernicioso, in modo disilluso, incantami ancora con il viso ad incantesimo proteso, l'anello dei domani ritorna come pioggia, ritorna come aria, tra amore ed entusiasmo della nostra cara profezia millenaria.

Renderai la stanza una storia dal clamore e dalla gloria impreziosita, scoprirai le mani ed accennerai il pensiero celata dal tuo velo di damasco e di smeraldo, il verde con il viola, il corvino con il rosso, muti con il tempo e saturnina e lunare sei complice di questo mio assurdo peregrinare tra epoche e leggende, tra musiche perdute e consumate, scosse e intorpidite, poi d'improvviso sprigionate nel momento del diretto tuo sguardo perduto e navigato ma mai dimenticato.

Gradisci del tè?

I passi nella notte tra viette solitarie, i tuoi discorsi, le tue illusioni, le tue mani che dirigevano il cosmo, poi le chiari acque dissetanti e purificatrici e ancora poi, poi il trottare mentre cammini.

Ed ogni cosa si stende sul tuo corpo mai così annunziato e lodato.

Parleresti ancora se invocata, muta oppur loquace sulla sabbia come simbolo tracciato, dal vento cancellato, nel mio cuore scolpito e fossilizzato ma reso vivo dal tuo nuovo sguardo interrogativo, voluttuario ed incendiario.

Scopriresti il corpo con la grazia delle nuvole, colpiresti e affonderesti il mio stupore senza temere il paradosso del nostro risultato da tempo ricercato del significato più volte dall'inerzia di chi è sordo celato.

Ecco i tratti di penna sul tuo diario scritto ormai da troppo tempo e da troppo tempo abbandonato.

La speranza nelle altrui speranze e inclinazioni, l'innamorarsi di figure e desideri, di intelletto e di poesia, di anima e manifestazione, di ricordo e di vaghezza, di rifiuti di compromessi, di una ragazza sola contro il mondo, della fortuna, dell'audacia e della tua contemplazione straordinaria.

Ordine divino tra le braccia senza resa e senza viltà la tua ricchezza, colme di tesori che il tuo spirito sovente con un tuo cenno mi regala, la mia mano verso la tua tesa si prepara a dimorare nella tua fortezza possente armatura, lieve bollicina, fragile cartapesta.



Piove e intanto guardo



Piove e intanto guardo ancora, distratto penso, la sigaretta si consuma ed è già un'essenza disattesa l'eretica pretesa, polvere e fumo dal fuoco, e ricordi che erano care da tempo a noi le albe, i tramonti, gli sguardi persi, stare al buio abbracciati e cullati da l'ultimo respiro che sembra assurdo ma incendiava il mattino, l'albero in fiore e il nostro destino.

Come dici?Le stesse parole, quelle di sempre. L'acqua e gli schizzi alla fontana. Impressa la goccia ora alla finestra. E la gente che passa, che traina il suo peso vitale, stanca come i miei occhi, sfatta come le mie mani, spossata come il mio domani.

Puoi non ricordare questo soffio inutile sul far del giorno o della sera, puoi pure continuare a tracciare assurdità tra i rami, puoi pure sognare di andare al di là del tempo, ma se non esplode più un tumulto dei sensi nel mio cuore, nel rimorso e nel dolore, cosa resta? Dimmi, cosa resta?

A volte è più difficile disarmarsi che combattere a denti stretti, non so più camminare con le mie ali, sì sarà una frase già sentita, già abusata e violata, spesso è difficile riconoscere Petrarca da un petrarchista cinquecentesco, a volte poi bisogna accettare questo folle compromesso, rinunciare alla felicità e all'incanto per avere in cambio, giorni uguali tra le mani, Baudelaire simil tardo novecento.

Puoi ancora discutere allo specchio con lo sguardo su l'ultimo fumetto, puoi incorniciare il sopruso di una melodia che infierisce su un corpo, che trascina intorno alle mura una spoglia ormai sbiadita e stranita, ormai relitto affondato e perduto, rotolo estirpato e bruciato come erba marcia, inutile e dannosa.

Cosa resta? Dimmi, cosa resta?

E le orme sulla brulla terra sono tutto ciò che ancora non so cancellare, ciò che non so dimenticare.



Selene Oscura



La via della desolazione sublime, il canto di civette, le solite sguazzanti brame sopite, le altre invece pronte all'attacco.

Non è qua, forse là, rinchiusa in scettro nell'albero immortale e non maledetta perché altera rifiuti la sottomissione e godi nel dominio ancestrale, sotto i tuoi colpi non c'è nessuno che possa osare sopraffarti.

È dal rifiuto generato un idolo che arresta ogni pensiero alla deriva, alla rinfusa, alle tue labbra declinato, i racconti, quelli tuoi e che racconti, sogni a cuore denso, rifratto e convesso.

Autunnale fiore destinato al potere sapiente, dall'arte mai succube alla natura e al vento, mio amaro dolciastro, maledetto germoglio, sorgi, imponiti, e possiedimi dal buio alla scossa di centomila motori nella mente, follia contenente, percezione esponenziale, vittima io di quest'assoluto iperlunare.

Il sapore diviene logos improvviso, il segreto hermetico candore manifesto, l'entrata blasonata dalla tua immagine funesta superba apparenza.

Ecco, non credevo e non credevi forse neanche tu di trasfigurare in magico diluvio universale.

Ti imponi ancora e dici, ti attendevo, porgendomi la bocca, mio sollievo, nel pianto disilluso del dolore rigeneri il mio spirito con sonante candore di cornamuse mai stanche.

Ed io, solo coperto del tuo manto, a lottare contro l'ultima ingiallita ipocrisia scolorita, o forse a sognare cogli occhi spalancati, mentre cammini, mentre mi chino.

Ti presenti, eccoti in tutto il tuo fervore, eccoti tutta nel mio stupore, nell'antro del tempio ormai dimenticato si riaccende il tuo fuoco di venerazione ora inestinguibile.

E per te un verso dell'osmotico piano, del cianico fulmineo melodramma stranito.

Eccoti sei qui, eccoti qui.



Dissoluzione del tempo


Mi vedo, scemando giustamente in dignità, annullare, assurdo giullare, questo frammento tutto nostro disilluso di clamore figlio del tuo violento peregrinare con immagini e demoni, sintesi gotica dark, emo spiritica.

E sento parlare, dalle tue mani sentieri tracciare, dai tuoi seni cascate inondare il mio anello di centurie destate al fischio del vento.

Ogni forbito monolinguismo calca su parole del destino, rovina e mistero, una passione sconfinata e sinistra.

Avrei bisogno di stendere un tappetto di ortensie ai tuoi passi, di diluire ancora le viole del pensiero, di berle mescolate al lete zampillante, e le Esperidi gustano le mie parole in cambio di frescura.

Uno sforzo intellettuale sovrumano e la follia nell'amplesso di te eternamente vergine dea, è una scandita introspezione che esalta l'Es.

C'è necessità di navigare ancora, la verità che si presenta agli orbi non è uguale a quello che, senza spiegazioni, il tuo abbraccio carnale mi sa dare.

Poi nello spasimo susseguente, la dignità risulta inclemente, stretti nel fatale universale incrocio di sguardi.

Mi accorgo, mentre ascendo verso alture a respir di vento interiore, che non ha senso pianificare il domani che non è concreto, resta solo l'oggi come ricordo delle spoglie passate di eventi che in realtà sono attuali.

Non esiste infatti, nota bene, alcuna verità se non istantanea, tutto è concretizzato nell'infinito di quest'attimo, l'unico reale, l'unico specchio del vero e vero al tempo stesso.

Promana l'apparenza come unica essenza, carnale, spirituale, ed animazione della virtualità mentale.

E tu continui a guardare...



Premi e prendi lo scettro per me


Ed all'introspezione segue, come onirica forma, l'immagine della mia storia capovolta, effige e simbolo arboreo deluso, schema profuso in bollicine catarifrangenti ai colpi lunari accorti, guardando flashato l'ammasso di cespugli la mia mente è ovunque, qui, nel bosco, nella radice, nella brina del petalo dalla dolcezza inesprimibile, raggi gamma e delta schiudono l'entalpico valico mastodontico della scogliera prealpina, dici la filastrocca ligure per ricordare l'inverno, le dolomiti, l'iniziale montuosa, è giorno, è notte, è oplita chiuso a serratura nel meccanismo di cottura, risponde all'intralcio intrecciato, è godimento, tutto d'un fiato, salmone lungo i fiumi, accoppiamento dei vitruviani perfetti, dei martoriati aneddoti duecenteschi, ex cathedra i miei gorgheggi, apre il la sineddoche all'anta del femmineo, pendolo, pendolo, dici, pendolo, eppur si muove come ubriaco il cosmo, getta col fumo un altro fiato, nel passeggiare tra taxi di Virginia, un po' malaticcio il maestro dalla bacchetta funesta sull'orchestra di biro consumate, dall'accendino rinvivite, frollate, svilite nuovamente, e tu coi tuoi occhiali rispecchi l'ignoto.

Uh! uh! uh!

Cambia tutto e muta il tempo questo canto rapace, e lo sai, va lenta la musica come i tuoi passi, scheletri nei sogni del cassetto, memento mori, giro il leggio romito del ghiro, ed ecco, in fondo non sai ciò che so, my baby, sorseggi champagne rinchiusa nella fortezza di piombo, you shot me down, il collage, l'aura scintillante nello cin cin, e foto cheese e foto catalitiche e dodecafoniche, e foto istruttorie, e foto decisorie, e foto archetipe, l'aureola celebrale degli illuminati oscurantisti da virtù enciclopediche bruciate e rigenerate in dispersione silenziosa, in principio era il suono del verbo e l'infinito era architetto del suono e suono al tempo stesso, e disse sia il corpo, e disse infine sia lo stesso sedotto, anima mia.

Uh! uh! uh!

E le ragazze indiane nella genesi erano membre della casta più alta e dominatrice, poi il membro con forza bruta volle soccombere l'intelletto sapiente, non ci sono ali in floreali miscugli e la donna continua a volare, messaggera di bellezza universale, quando l'amore comunica in alleanza e non evoluzione, plasma ma non modifica, è tutto uguale, ci ritorni domani? Lascia fare.

Lei è il futuro che è in me, scioglie i nodi e li riannoda al dito perverso, ah che candore! Lei dice cos'è l'amore, viviamo di svolte, contropartite per eresia etimologica, tre flash tutti d'un tiro, triplice molteplicità unitaria, triplice stupore, sguardo assente e dunque colmo di vita mistica che genera splendide creature sul bordo dell'amplesso di chi rifiuta sottomissione, ti voglio, oh sì! Sei splendida stasera!

Uh! uh! uh!

È giorno, è notte nei tuoi occhi, confuta l'ieri, confuta l'ieri, è già oggi domani, confuta e ridi, fonetica mostra, ottieni nove, nove tu, il mattatoio sentimentale, folklore rock, il minimal junghiano, e colla colla tracci una scia di sidro sidereo, e c'è feeling tra noi, le tue gambe tra le mie cavalloni spumosi, premi e prendi lo scettro per me, premi e prendi lo scettro per me, dunque, premi e prendi lo scettro per me.



Caro amore



Caro amore, ciao, buona sera! Come ti va la vita? Ti penso ancora ed ora, quando andasti via, ricordi quella atmosfera?, caro amore, l'odor della pioggia, volevo che il tempo non continuasse a infierire su ciò che di più caro il nostro tesoro interiore conservava.

Caro amore, e passò anche la sera, venne la nostra notte, stesi i corpi lì, non ci fu seguito a quel bilico intellettuale, era tardi già, l'erba che fumava, meglio il fumo dicevi in delirio, ma pensavi meglio scomparir, non sai sfruttare ciò che di più puro noi avremmo potuto fare, e soffiava il vento, lo ripeto perché la dolcezza è unica e continua, non si può mutare termine per districarla dalla realtà.

Caro amore, e ti incendi già, sei sensuale e carnale mio sogno, sei così concreta che avvampi a fiumi e a guizzi, ma rimani tu, e non è domani ripetevi, questo non lo scordo, ti piaceva giocare, mentre pensavo tu già mi sfioravi e dimenticavi, ti andava bene e meglio dunque se non ci fossi stato, in conclusione.

Caro amore, sono tuo per sempre, questo dicevo, tu non ne vale la pena, confermavi il destino ed eri lì.



Fenicotteri al mattino



Fenicotteri al mattino, l'attimo dell'arrotino rovente tra fiori e piante sconosciute, la spada già affilata del viandante oltre l'oriente, nella terra del serpente, tra i tre fiumi della civiltà, gli sciapodi cinguettano a saltelli, levigati come saltimbanchi, cantastorie alemanni dall'egittico risvolto a sorso di bacco, una domanda, la sfinge guarda, poi Agamennone osteggia Elettra tra Cleopatra e la vendetta.

Un sorso di rum attorno al fuoco, oggi era Venerdì, sarà dipinto di piume, sì aborigeno perduto tra gli echetti innamorati di Narciso, e passa al timo difensivo, un'indicazione stradale abbozzata sul biglietto per il concerto mentre audace sfonda le porte la sfilata di damigelle eccitate, dalle nuvole celate.

E le onde aromatiche delle lente assurdità postano battute, mi piace la dignità delle immagini accompagnate ad aforistiche pretese di verità, perle di stoltezza adagiate a cazzo tra lo schermo e la banalità, i manga culturali, nello zodiaco il castello di Tubinga degli anime sul finire degli anni ottanta, come sono belle quelle forme della giapponesina che ha lineamenti occidentali, che ha tarli occipitali, che ha barlume di sensualità nelle fossette delle guance, poi il ponte di Brigitte un tempo era gettone da duecento lire, me lo cambi devo recarmi alla cabina o in sala giochi di giovedì.

Una risposta allo stress potrebbe essere la risorsa dell'accesso ad occhi chiusi tra le gocce odorose di pioggia d'aprile, ronca la rauca sbronza, un trancio di Margherita, arrostita la retta via, dallo spioncino il Martini barrato a sette, come candelabro segreto il nostro agente, una scura chioma danubiana segna il confine dei musicisti che bramano librettisti italiani.

Alt, il berretto somigliante al tuo passo claudicante, il mandolino, la verticale, la paradossale calippica filippica apologetica ed apoteosi infine del brume burro squagliato, buono il gelato.

Alt, le risate, due graffi sul corpo ed un entusiasmo da riposo letteralmente affine al vizio kierkegaardiano.

Allibita la ragazzina nel guardare il manto stellare, stringe la mano ad un'altra retata dei sentimenti in sulla spiaggia di Vietri coi sassolini dai dodici colori, coi suoni in scala, dodici note.

La betulla fuori la tettoia soppiantata da una gardenia intesse frammenti poetici disquisendo col bulbo gravido e gravito tra le foglioline.



Ragazza dal bel nome



E così passeggiavi senza pensare, girovagavi lungo i viali, fischiettavi e mi guardavi, non c'è remora che tenga, non c'è la tua vita, la stessa è una giostra tutta in salita.

Quando ti fermavi ed impostavi le gambe mi salutavi, come ti senti? Spero tanto stia bene reclinata come cigno sulla strada,

risplendi e dici sì.

Ragazza dal bel nome, trotta ancora un po', è primavera giù per il centro, il sole estende il suo velo lungo la strada sul far della sera, divori ancora i fiori?

E poi la notte la frescura ci inondava, come clessidra introspettiva era lo stampo di gesso dell'idea amorosa che luccicava catarifrangente ogni realtà, ombra della luna.

Ragazza dal bel nome, rolla ancora un po', fai la perfida, fai la profumata essenza in quanto liberata dal giogo invernale dell'Ade, i campi germoglieranno se ti volti verso di me, tornerai al tuo eden.


E la stella dov'è?



Sopra fiato e luce e slancio vitale tu, muti la brusca fessura del senso ed incalzi, il discorso procede, salti l'intro miscelando la dispositio ed intessendo l'elocutio come corolla tropicale, occhio reclinato alla frescura fenicia coronata di gemme ed incastonata nella porpora adagiata come manifesto poetico eclettico anzi il sincretismo del granello infinito, quanti anni hai ragazzina di novemila anni fa?

E vola la farfalla variopinta e decorosa, i begli orchestrali sulla tua bocca di fragola e di gelso.

Poi mi aspetti alla porta.

Quando vivi, dici, dici e menti con la sagoma elettrica della melodia.

Parli canticchiando, citi i Veda e il divino tratto d'oc che non prevalse, quando alla dolcezza preferirono la arroganza, la saga tratta dall'anello, dall'Orlando, Reginaldo, Armida ed Erminia tra i pastori, la censura, et in Arcadia ego, Anceschi bendato. Solitario e muto il motivo antico, gli stilnovisti ottocenteschi partenopei e monolinguisti e tricromatici, le tue mani già scendono tra le mie, forse maggio ti è caro, ti è caro angelo di bontà, monti la panna traducendo l'Iliade da traduzioni già fatte, sei già qua? Forse è colpa del tempo o della lancia spezzata, la versione sulla scrivania e la tua preziosa bugia, il telefono spento.

O ragazza, mi stringi i fianchi? O ragazza, mi scagli dardi? tanto a dir non ci provo, non volo se non mi dissocio, cos'è la realtà? Poi il fuoco che è spento non riarde sistemi di carne, costrutti mentali arruffianano i tuoi capelli arruffati, stile rubato ai sumeri, gli accadi meticci sognano i barbari biondi come dei, ecco i giganti nei Pirenei, il cero è riacceso, triremi tremuli al tramonto.

E la stella dov'è?



Inizia una nuova giornata



Inizia una nuova giornata, il granchio abissale unendo i punti, porgerò un complimento a questa follia zampillante dalle scorie portuali, vola il gabbiano come nascosto dalle discussioni nubilose del sintagma decoroso e trovatore della schiuma intorno fa la ola, trotta con grido da astronauta sconosciuto, da altezzoso ammiraglio dei destini già sbiaditi, così scorge il segmento del sentimento e il limite puntiforme dell'amore, neopitagorico infinito tra fave e pecorino mortali, campi e bivi, libera morte, libero scambio di baci.

E nonostante i tuoi silenzi continuo disilluso, si scioglie il nodo pugno di scimmia demoniaco, ti guardi le scarpe siriane, invidie deliziose, amarsi come fosse vento l'amore, spirito, logos e torpore in congiunzione carnale mentre tu violetta continui ad ansimare bocca di leone nel godimento lanci un urlo metallaro, posseduta dalla voglia snervante, con uno sberleffo al cielo raro, sei logorroica e prolissa nelle spiegazioni, cartucce spiegazzate.

Lode fine a sé stessa, gatto da rimessa in scatoloni criptati da segni indistinguibili, pozioni fumante, tre gocce di brina, poca salvia, spruzzata di adoxa, bacche di acai ed aquilegia, potrebbe essere un deragliamento conscio delle attese appassite, uno strano boccale colmo di acquavite,

ed ora sei di nuovo mia.

La nascosta toppa dell'epoca lunga del giorno dà la concretezza che solo la luce sa dare, periodica la scala.

Dai passi acconci sul bordo del molo il sole inzuppato, nell'attimo ho deciso, compari come losca presenza, le sofisticate trame lineari del pallore ad occhio fervido schiariscono anche il resto, il vuoto e il desiderio.

I nuovi elmetti del mattino scintillano già e nella vaghezza riparte la musica leggera, sei qua ormai solo per metà.



Scuote il buio Nidaba con fare incerto




Parte con i sassi distici nella bisacca, mistica la divisione di compiti un po' banali, dal teschio alla sottana il passo è breve, cerbiatto spaurito al corso d'acqua timoroso beve, e la rapida occhiata cinge ciò che ho ancora da dire, cambierei la metrica, lo giuro, se nel frastuono non innalzassi ancora un muro, tra me e te un pellegrino inabissato nel suo mantra sulla via, verso Damasco, ma come fanno ad ignorarlo i violini un poco in trepidazione, ma come fanno i mercanti di Aquisgrana o delle terme a vidimare un rifiuto senza neanche al rimorso accennare.

Allora a questo punto intervenne ed alzò con grazia la mano la ragazza del mare, della caccia, della notte, della sapienza, della musica, da soave Astrea a trasognante imprimitur, impromptu, dal murale, dalle corde tese, dalle santificazioni distiche, longa manu.

Sai cosa sento in tal pneumatomachia che mi assale, si impone, mi strapazza dove è più lontano il fosco sincopato assolo di arbusti.

Ed è così la scandita, vasta resa.

Dondola la donnola assuefatta, che bislacca domata la disfatta, rifatta, come a dire, vieni a guardare, dai cardi in festa che riposano a saltelli sul far della sera, una godereccia babilonia, una convinta babele, ah quanto sono cari i tuoi orecchini e la tua cosmetica sumera! dov'è il mercurio? diceva il magister, bevine una goccia, e l'imperatore perì di follia.

Eccola, l'entrata trionfale di Gesthinanna, nel deserto dal cielo la succulenza paradisiaca, deserto sfrenato, astinenza, visioni, miraggi decorosi.

Ianna seduce col velo e col precoce scuotimento delle mani poste tra il musetto della casa d'incontro.

Scuote il buio Nidaba con fare incerto.



Correlativa vai



Esci di nuovo da scuola incarnando lo spirito sovrano dell'intenzione verdognola.

Correlativa vai, cerchio per affilare i becchi di sproloqui, nella figura poligonale trovi finalmente il recondito messaggio criptato da rime alla ricerca mirabilissima.

Scolaretta ad ispirazioni regolari ti siedi, chiudi il libro e poi col viola finisci l'illusione colorata e combinatoria, quindi sei pronta a farti viva e dare vita.

E poi accendi la tua sigaretta nelle chiuse arie da cuffiette innalzate e meste, che miscela puntiforme di suoni negligenti e zelanti tra l'asfalto immobile!

Vorrai ancora chiederti cos'è la vita, se ha ancora senso questa salita, l'intenzione va di moda come la tua ultima aleatoria parola.

Poi ancora il tuo profilo, il tuo esposimetro maganzese, non è lacrima francese.

Solo un troll piccino, intero ed acre che tremolante scaglia miceti onirici, enormi e rubicondi sui pensieri e che confonde la tua assurda composizione, la tua mania ti assilla, non riesci, ricominci da capo ad incastonar tasselli coi sorsetti deludenti, proprio non ce la fai, a ridirigere ogni umano verbo, a districarlo ed incastonarlo, a porre fine e quindi iniziare l'ascesa.

Le tre ragazze



Le tre ragazze sempre più vicine nel canto, nel suono, nel contemplativo accenno sufi posizionato in circolo perfetto nella quadratura del tondo in fattori bidimensionali servendosi di tempo e scelta suprema adorano l'essenza femminile con opuscoli ponendo parole a fine e a capo del verso, raffreddato l'asciutto con l'inchino sultano.

Ascolta la voce interiore che è già suono, luce e calore, che è il collegamento con le sfere dall'intelletto mosse, dalla brulla insenatura scosse e barimetriche sintassi scarne fioriscono in giardini mattutini, oasi zampillanti e refrigerio del tempo.

La riflessione sillogistica d'un tratto si arresta, non lambisce l'orlo della tua cresta, la questione resta insoluta, sciolta nel sale l'ultima arsura.

Pasti mescolati con verdure saporose e dolciastri miscugli, Baharat per vespreggiare il velo che assiduo e proteso lascia immaginare.

Lenti solfeggi tra i tuoi denti bianchissimi fanno sognare.

Alle cure meticolose della sapienza neoaristotelica, enciclopedia avicenna-averroneica mania di miscelare il miele col sale, la vita con la dolcezza, procede ancora ad un passo il materiale intelletto, l'astrazione dell'anima da cui procede per grazia divina, non c'è cardo senza spina, scarti la pietra giudaica ed è quasi giugno nell'afa, spalanca la rete, pescatore del sole.

Quando il segreto nascosto fu reso manifesto, in quell'attimo ancora da venire, procedendo per grandi, Baphomet seduto ad uso buddha persiano quaranta giorni nel deserto, lo trovi il coraggio, lo crei il destino dalle tue stesse mani, quello stesso destino che bloccò il sillogismo proclamando la resa, la vittoria dell'immane immaginazione, l'unica ad intuire e descrivere gli eventi futuri ovattati.



Le nozze di Psidide



La goccia di pioggia di maggio stonava col ritmo lunare e allora il cipiglio del caos pudico volle coronare il misfatto.

Dal posto inclinato del catasterismo la metamorfosi metaforica dell'osare sull'altare nuziale adorno dei fiori d'arancio e di gigli, è uso qui nelle tetre tensioni smorzare l'angoscia con un bacio.

Quella goccia che scosse la cattedrale austera fu sogno della nostra primavera, nell'epico scontro elegiaco le spade furon spezzate e uno squarcio tramutò il dialogo pitagorico di trasmigrazione in dolce sussurro.

Dallo sciogliersi dei capelli nell'alzare il velo cinque volti furon rinchiusi in uno, sette candelabri in un solo sguardo, dodici costellazioni i denti, il porporato bramato delle tue labbra rinchiuse l'umanità intera allo scoccare del bacio.

Nel momento più intenso i ricci silvestri si adagiarono sulle mie spalle, le stuole di serena stoffa ricamata finemente erano nuvole terse, la sua pelle incanto selenico, autoctisi il tuo abbraccio universale.

E poi l'anello ineludibile, fiero e mutevole al far della sera, l'anello del circolo eterno, vera sorgente di potere d'amore fu sigillo di immenso clamore.

Squillo di trombe tra fasti di chicchi nascosti, segreti, riposti tra le tue dita macchiate del nettare divino, cibata la golosa bocca d'ambrosia mielata mentre la sfilata di cori angelici innalzava il tumulto di pace e quiete, agitava le masse eteree rendendo armonia sicura, restia la damigella prima impaurita ed ora invaghita del suono soave.

Nello specchio i riflessi del tempo, al buio l'ombra e il pensiero in sé concepito, un nuovo bacio e poi un altro ancora, scandisce l'epilogo della festosa eleganza l'inizio dell'aurora, l'inizio della nostra ora.



Il ricordo di Héloïse



Assidua e desiderosa su letti agghindati dal vento che non vuole svegliarmi e soffia in silenzio, l'atrocità del male inferto al nostro destino ora meschino ricordo, tra pensiero e res l'azione del tuo urlo possente, della lieve mia voce che ci addormentava avvinghiati nei nostri discorsi, un dito sospeso in cielo, l'altro nel sospeso del libro del godimento intellettuale, orpello per un nuovo corso, noi posti al cuore del sogno nel nostro bacio fuggevole, feltro il barlume di gesso nelle statue del paracleto che magicamente ritorna sereno, l'animo pietra scintillante dai miei respiri guidata.

Un periplo verticale della mia forma, una soave carezza dalla mia guancia al fianco,

fremo ormai sola.

Come rondini i tanti gesti d'amore, goliardico, beffardo ed ebbro mio compagno, mai più tra di noi presagi d'incanto, eclissi sfiorano il mio ventre, gravido il tempo.

Il decoro è l'essenza pura della sostanza mio caro, la glossa che muta semantiche tracce vitali è l'unica ragione d'esistenza, la fisica aleatoria decora l'atmosfera e resiste al ripiego dell'oscuro, ermetico il messaggio che mi hai mandato col cenno, ti vedo teso.

Discreto il volo nello spazio campionario, non puoi volere il gemito di una fanciulla in pena, in trepidazione, la cometa e la nuova crociata, tu tra i tramonti, sulle scale del senso esponi, esporrai il mio sentimento, acqua zampilla d'argento.

Resta così, resta impresso nella mia mente, spirito passeggero preannuncia la venuta del vero, quando ragione ingloba il senso divino per dialettica, logica, vivida rappresentazione, il capogiro destriero furente,

ti accompagnerò, mio amato, per sempre, magari in tondo il verbo mezzo tra detto e dicente, magari il vuoto sarà colmato dalla folgore della parola, somma presenza stranirà la tua assenza.




Damigella floreale



Augusta presenza, ascolti l'essenza, sublime eleganza nel magnetismo irideo, sibilo euclideo designato da pitagorico rito, mentre il passeggio delle scarpe e le calze incespicate tra grumi di fieno australe, deleterio declinare il saluto, bacio mozzafiato in congiunzione d'umido ardore vespertino, che frescura le tue labbra sfiorate nella fase in cui i miei occhi seguono le immagini fugaci, le tue, quelle immagini astratte che mi hanno sedotto, dall'oracolo edotte, è tutto scritto nell'animo, è lui che ti verrà a cercare come puntino interno e universale sgorgherà repentino dai tuoi sensi in manifestazione, inversione protonica totale, mosaico ricomposto in trasversale seguendo l'ipofisi si genera fertilità di sabbia, serotonina e fluido spirituale della tua euforia naturale, dal grembo di vimini si incanta il rettile e fai la gloria di una pace millenaria, schiacciato dal tallone, avvolto da chi ne rimane affascinato ed affascina, per intanto sorseggi il thé in brick, miscere utile dulcis, intelligenza somma assurgerai all'eclissi di favore, il pesco è già in fiore.

E ritta in piedi, fremano le gambe sicure, hai un modo di sorridere da damigella floreale, l'intentio della tua occhiata contro l'onda del mare, la ratio dei giorni in riva al mare, sul predellino il maestro perde il conto dei giorni, e sorridi, sorridi ancora, sembri celata da velo, ragazza occidentale, l'esotico nasino, indico l'inchino, in sanscrito l'orazione.

Facciamo per gioco castelli di sabbia, Baricco si arrabbia del gioco di suoni, posizione vichinga nel far da sultano, non dormirai tra erbacce d'agapanto, bella di notte, bella davvero.

Non riesci a concepire il concetto, a districare il caos, ciò che ho detto, il tempo memoria darà al domani deserto di speranze e ricordo, siamo ancora su deserte spiagge, il sole tramonta, dov'è il mio alambicco? dove la centrifuga che possa scindere corpo da anima? l'energia conseguente una belva infuocata di spirito.

Ed ecco, San Lorenzo io lo so perché tanto di stelle non muore nessuno, scioglie la meteora in sciami, trasfigura l'effige divina, la nuova milizia elfica che risplende, domare, rinchiudere in tetre terre sotterranee, nuovi diagrammi voltaici, nuovi tessuti sociali weberiani, una scritta sui muri che inneggia all'idealismo metafisico e surreale, capocchie di fiammiferi in dadi aleatori onirici vibranti su letti di damasco e acanto che inneggiano allo spirito sovrano, energetico paradiso extrasensoriale, metapsichica oscillazione.


Mnemosine soggioga Crono



Oh Trofonio dagli arbusti zampillanti, rinfresca di oblio e rimembranza le mie membra stanche.

Il corpo riposa, la biancastra balestra cromata ai bordi, deposta ai piedi del reclinato ed interiorizzato ardire di Cassiopea nel biasimo del formicolio ricciuto farneticante.

Non senti? Non aspetti? Rinchiudi il tempo col suo cipiglio dilettevole, con la sua brama di assorbire, spugna dei nostri sensi, spugna dei nostri intelletti, spugna del nostro aspetto.

Saetta con me al tuo fianco, o ricordo.

Nel punto più lontano del flusso mnemonico la libera associazione di gelso, il riporto a domani di gesso, il paradisiaco gesto.

Nel delirio da te, madre possente dei racconti, nacquero damigelle che seducono orfei dal bel canto, unico sentore d'infinito, unica possibile percezione di scienza.

E fluttua dunque. Fluttua servendosi di questo corporeo ammasso di membrane lievi l'elettricità del divino.

C'è ostilità e scissione tra i due termini della questione.

Il ponte quadrimensionale è questo? È qui il pensiero? Vittima dei due opposti seppur coincidenti?

La bellicosa e aggraziata Mnemosine procede, esula dalla realtà carnale succube a Crono è su punto di infliggergli il colpo della mortale indifferenza.

Nulla scorre se la musica immutabile dà forma all'implasmabile.



Discorso alla fontana



Eri seduta ai bordi della fontana e zampillava essenza che raccoglievi tra le mani, poi ti avvicinavi e la mia bocca dissetavi.

Non era fuoco ciò che scandì l'evoluzione ma fluido, dicevi. Io ti ascoltavo ma la mente divagava, a cento spanne dalla crosta il tuo mantello infuocato raddolciva l'umido del riposo e della sostanza, rinfrancata ogni speranza, il paradiso, il tuo pallido viso.

Dai tuoi occhi io carpii segnali vividi, è quella la scala miscelata col turchino, è questa l'atavica scintilla, l'intima rivolta.

Immane entelechia, dicesti un po' offuscata ma subito la luce ti rinvestì quando proseguisti, la trinità spirito dall'anima per tramite del corpo, è la medesima del logos dall'idea per mezzo del moto e riflette sul corpo ulteriore, la corrispondenza in fiore, comunicazioni energetiche, allibita finisti, il cardo la tua sapienza, decumano immaginazione infinita, urbe l' immensa realtà naturale, inscindibile quindi dal pensiero astratto generato e generante ad un tempo il fare concreto, volontà che si fa potenza ed assurge ad azione.

Poi d'un colpo l'universo, caso, cosa e caos e cosmo furon sempre eterni, la scintilla energetica circolare di cui parlavi chiaramente fu nella mia mente, nati dalla e antenati della forma perché, il tempo essendo in sé escluso non può essere da altri che da noi placato e velato, non distrutto perché esistente, ma ignorato in quanto suggestione.


Intanto ammiri il tuo smalto lilla



Dalla fucina di frisia, copisteria di amanuensi decorativi, spiega grossolanamente il sistema perduto dei nostri discorsi vandalici, i graffiti alla stazione tra sortite aleatorie, treni di entità ectoplasmatiche lungo i binari plastici di notte, eravamo noi gli invitati al banchetto, gara tra Dionisio ed Eracle, dimmi chi ingurgiterà più fluido etilico, achemenico dominio alchemico mentre dormi ansimante volteggia l'irripetibile azione, ed eravamo lì, dunque, il frutto è il tuo sorriso generatore di arbusti contenitori e protettori, scudo delfico, immutabile sentimento, e non distinguevamo la panchina, l'ultima uscita della sovrana imbellettata, era forse il vento che sradicava annessi cuneiformi, quale modello dialogico segui? La nostra topica è smorzata, ora assaporata. Si infrange lo specchio.

E i dipinti di rame sulle scale abissali, posteriori fiabeschi nei tuoi assurdi intrecci, non ti raccapezzi, sei dinanzi a un bivio, eri perché sei, sei bellissima.

Le nuvole offuscano l'arte boschiva, il segmentato stilema rupestre, fosco fonema di mille tempeste allegoriche. Scendi piano, si scivola nei rimorsi.

Dalla fiamma segnali concepiscono vedute di lontano, l'erbal fiume scompare nei tuoi occhi e potenzia la formula edotta, il fumo promana, è spirito, sì, puro, mia sovrana.

E la tua maestà è sicura nell'umiltà mai ebbra, si rifugia come foglia ai colpi di brina, ti è chiaro ora cosa avevamo in comune con questa, la paura del divino ossia dell'essere quindi dell'inconscio quindi dell'irrazionale, quindi di noi stessi.

Allora l'urlo mancino inclinò l'altopiano autunnale, l'entusiasmo fu rabbia e sguardo di sfida, l'innaturale profumo di vita.

Come fanciulla camminavi ora onda del mare, ora riflesso, ora brillante ultimo raggio, prima luce del mattino attesa in invocazione, odore di sapone, bolla e sigillo, guanto d'ottone, ultima lotta, decisiva, trionfante, bendata.

Intanto ammiri il tuo smalto lilla.


Notte bianca al parco



Al parco, la luce artificiale riflessa tra gli alberi in duplice filare.

Al parco, l'euforia dell'incontro, un nuovo fiore colto, lei sarà di nuovo qui?

Al parco, l'aria rarefatta delle effusioni empiriche, delle profusioni metafisiche.

Già io ricordo, ricordo indelebilmente l'ultimo incontro.

Era settembre, la musica deludente dalle cuffiette, ecco due libri, ce li scambiammo.

Combinazione, ti dono le affinità elettive in cambio di notti bianche.

Coincidenze oscillatorie.

Si apre il varco, trapassiamo la soglia, guardati sei sempre uguale in bocca al tuo godimento, al reciproco nostro fermento.

Volgo già gli occhi altrove, la tua foto è sbiadita, l'immagine sgrana tra le dita.

Al parco, l'ultima promessa, la nostra corrispondenza impressa su roccia.

Al parco, piango e l'anima singhiozza, sei principessa dell'ultima mia goccia.

Al parco, solo un'ombra lontana, a te che resti e resterai per sempre rifrazione spirituale per non dimenticare la tua presenza carnale.



Il fonema è la goccia del sistema




La goccia del sistema è questa vibrazione, è il fonema.

Nella locanda imbanditi i discorsi tesi, Praga con le sue birre e fiumi di parole sui rami delle nostre mani.

C'è una molteplicità nel reale e nel naturale dunque, varie sono le sottocategorie, triplici, famiglia, genere e specie ma li puoi chiudere in concetto e perciò in unità.

Che svanimento nell'occhio relitto di imbarcazione ardita sull'impeto della tempesta del nulla, lo ricolmi e dai prova di esistenza e dunque presenza, dunque solo momento ma se senza tempo non può sussistere si annulla da sé.

Che faccetta, sai, sorriderei, sorriderai.

Quando il pensiero permane come traccia su foglio strimpelli lieta e ad un tempo spezzi il gesso con mestizia, quale più lieta notizia dei giorni felici tuoi?

Ciao gemma mia del mattino, la notte è ancora lunga, bevi ancora un goccio e dimmi se sintomaticamente troveremo in queste ore la genesi della connessione tra segno, suono e significato.

È tardi dirai, ma la voglia, quella ancora ce l'hai.

Forse questo scarabocchio al muro senza senso a fini decorativi qualcosa ci comunicherà, sigillo d'eternità, nascerebbe un amore sofistico e il simbolo allora ex post avrebbe senso.

Ma bada bene comunque, l'albero è nato in vista del frutto.




Lode di Efesto a Cabiro



Il latrare di dieci cani in cerchio mentre i piroclasti spumeggiano nell'aria, la lava è un fermento ma controllato dalla mia mano tecnicamente sapiente, uno scudo per te plasmato, che scompari nel momento più bello, all'estremo del godimento sul mio giaciglio.

Poche parole, è già dì.

Basalto alcalino fisso come sai, tu dalle mille bellezze marine sei eccitante stasera come non mai.

Sull'incudine un colpo attento, non distruggo io ciò che l'amante della mia metà, della proclamata amata con scherno, per vanagloria fa, uccisione e saccheggio, dov'è la pietà?

La rosa tra le dita è ciò che in questo cortile ardente del Mongibello ti dono, accettalo dai, è indistruttibile, indivisibile.

Tanti sono gli affanni di annientare, di soffocare la vera bellezza ma il tuo sguardo lo vedo, è puro.

Esportano armi e democrazie, addestramenti, poi il vuoto dell'anima rimane, continuano a soggiogare, tu immensa dolcezza dimmi, perché?

I miei giganti ed io, con la nostra forza, ergiamo opere maestose, è questo il bello, non la violenza né il dominio senza rimessa né umiltà.

O mia Cabiro, unica che mi abbia davvero amato, fino all'eterno del nostro sgomento rideremo e ridemmo, uniti noi, concubini del tepore di questo folle paesaggio brullo e vivido ad un tempo,

abbracciami ancora, da qui si vedono le stelle.

Un tempo distrussi Adranos con un solo cenno, la mia potenza è funesta, colma di vendetta, le mie catene che indissolubili imprigionarono mia madre e la mia amata in flagrante adulterio con la tua candidezza stan diventando mezzo di passione immensa.

Ah che bellina, come trottolina riprendi a danzare, sei mistico amore, non voglio perdere mai tutta la tua grazia piccola Nereide dai denti d'avorio, amore mio, stringimi ancor la mano, Antares è lì, guardiamolo abbracciati ancora un po'.



Le decorative di Cosette



Da dietro le asprosità delle barricate, delle baionette, il tuo volto illuminato, i silenzi della lontananza riflettono te, faccina buffa, vignetta dolciastra, pura e paonazza, che desiderio!

Eccole qui, sono così, le parole nostre, all'appendice tutta illustrata, fiammiferaia di caffè macchiato, di incenso profumata, di rose le spine di questa rivolta son decorate, ed è perciò che dalla schiuma di questa forse ultima sera l'urlo dell'avanguardia è solo un lamento di rabbia, paura di perdere i tuoi occhi cristallini come la Senna che quando ci si affronta schizza nell'aere la libertà.

Il tronco spezzato, i nostri cuori, il tuo respiro, sei palpito zuccheroso da assaporare, delizia dei sensi il non averti mai posseduta se non tutt'intera con la tua psiche che immenso manto copre il mio corpo.

Parole poi, ancora parole, scorre il volume.

Noi senza ricchezza lottiamo, tesoro rinchiuso nel tempio del nostro sperare, a mani giunte come in attesa di un temporale io qui ti sogno tra le mie braccia infreddolita da riscaldare.

Se di fame carnale e giustizia terrena questi padroni non ci sanno saziare, vivremo allungo avviluppati, sempre intrecciati, mai più divisi anche se il tempo fugge tiranno, un altro sparo, cosa ci resta se non l'amore e la dignità? Sono le perle dei nostri discorsi di verità.

E i cigni in coppia, e le fontane, e le cascate del vento, il sapore primaverile della tua pelle.

Ricordi ancora? Ero impacciato alle prime mosse, quando soltanto un nuovo mondo immaginavo, quel mondo che avrei voluto dividere coi tuoi sorrisi mattutini.

Sparano ancora, la strada è offuscata, la mia vista appannata.

Mia illustrazione, dai, te ne prego, non scomparire, amore mio stringimi ancora, alziamoci sino in cielo a raccogliere il tempo perduto, sì sulla luna, sì tra le stelle, amore mio, guardami ancora, muoio per te, ogni pensiero al mio spirar sarà per te.



Il candore di una sera di prima estate




Spada di sapienza tratta dal fodero di te che sei furiosa in controluce anima persa nei naufraghi della conoscenza, attorniata l'impugnatura delle gemme d'equilibrio, bascule di frumento soppesato e decorato da mille violini in sottofondo, coreografia astrale, musica soave, leggero palpitare del cuore appena appena percepito, capelli mossi dal vento settembrino.

Ascolta ciò che l'anima ti sussurra, il ciclo delle stagioni eterne, l'immaginazione attonita e maestosa, nulla può mutare nel ritorno ad altri mondi a questo uguali, il parallelismo dei nostri cuori in fremito è il varco destinato alla mutazione inesauribile e sospirata nel tuo ansimare alle mie spalle, che desiderio di sfuggire a questa situazione temporale! di non dimenticare il viaggio intero della nostra esistenza al di là di limiti e concetti avulsi allo spazio, di adagi interstellari.

E quando il connubio delle entità duali in triplice accordo unipersonale offuscarono la vista nostra tutto ci fu più chiaro, il giglio candido nelle tenebre del tuo vestito sublimale nero ed influenza diretta del corso dell'anima in quanto orchestrato con maestria dal movimento oscillatorio delle stelle.

Ti tramutasti in coleottero dei boschi non classificato, fatina viola dei miei sogni diurni, dell'oblio di Morfeo tra le tue braccia come diamanti, la luna nuova alle tue guance inneggia al rito druido di iniziazione all'infinito e alla tensione ottagonale, proiezione ortogonale del tuo volto sui tre alberi che erano come adagiati a sottofondo, tu la dominatrice della riscossa ancestrale, la direttrice delle premure musicate in silenzi inumani, pur se convinte forze ci insidiano la polverina magica siderea attornia l'atmosfera, c'è un che di mistico nel tuo sguardo stasera, passa l'indivisibile come se scisso in cabalistica unità sprigionando energie democritee impensabili, incommensurabili, nell'infinito barlume del minuscolo amuleto che pende dal tuo collo conservi il ricordo di noi due, dell'intera storia umana, di ogni era geologica e cosmologica e le ali che sbatti a ritmo di una strizzata d'occhio mi ricolma d'entusiasmo, mi fa sorridere d'istinto anche se sembra vanità di vanità in questa sera illuminata dalla tua fioca presenza, nella dolcissima apparenza, scorgiamo l'importanza del sapore di queste bacche della vegetazione sacra ed inviolata.

E muti forma nuovamente, sei eccellente restia impressa come manga sedimentato dalla noncuranza, perso tra pagine distese ed annotate, le figure quasi scompaiono tramutandosi in flash mentali, rimandi a corrispondenze saturnine, il segno grafico, lo stilema e il lemma primordiale, cambio di direzione, ausilio di tessuti e di velluto, capelli come pioggia tra le mie dita, sembriamo ciò che siamo, la visione del paradiso, la nostra essenza interiore ci riporta alla mistica ascesa, simili agli angeli ma corporali, messaggeri, artisti ed inventori di realtà desiderate con il gaudio dei bambini, un giorno torneremo a cogliere l'intensità di ogni momento, a carpire l'unicità dell'istante, della staticità susseguente, vivremo segugi del presente unica definizione concepibile nella mente divina, la libertà delle nostre scelte sarà il candore di una sera di fine estate.




Sul muretto di Jena



Verso sera si intuiva la presenza della luce, e lo spirito sovrano sull'incanto del tuo sguardo,

iniziavamo, era il momento, schiarivamo un po' la voce, del giusnaturalismo sentivamo già l'odore, il punto della questione è il contratto, ma è lo stesso che ti frega, più che un patto una scommessa potrebbe eliminare il non io dall'esistenza, distruggere la violenza della pretesa assassina, contro gli altri, essenza questa del crimine.

E tu dimmi perché esiste? Potremmo ridurlo a malattia, o meglio mal funzionamento celebrale, brama di possedere, la mente non è distorta, l'animo dell'uomo è come giglio, è tutta colpa del corpo, del fango in cui siamo precipitati per dannazione che spesso ci spinge ad un'organica disfunzione.

Ti accendevi, era ormai buio, la sigaretta e continuavi, nello spazio tra due segni il buono può delimitare l'infinito, siamo noi l'anima del mondo, essa in noi stessi si manifesta, l'io che pensa è il divino, la suprema sinfonia.

Poi passammo alla morale, quella generatrice, in sostanza ficthiana, l'ordine universale, ed allora tu dicesti, lo ricordo, è lì che si trasse in inganno, quando si parla di morale c'è sempre un insidia da sanare, non è questa la questione, l'ordine è nel bene che trascende la stessa la quale è riflesso e spauracchio per i corvi posto nelle mani dello stato sovrano. Più che nell'ateismo quel pensatore è caduto nel bigottismo vittoriano.



Seduzione computazionale



Provi a ridosso di uno scoglio ad accennare frasi scomposte per imitare il nautico girovagare alla rinfusa delle particelle nel caos cosmico che già per attributo ha un suo ordine universale, le eclissi di fine maggio pluridimensionali ti adombrano le multidirezioni vettoriali dei tuoi sbagli intensi ed impacciati.

La matrice della selezione naturale è seduzione computazionale, quando come per arcano incantesimo la sfera comunitaria dell'amore sfiora la sessualità dell'attrazione, posta in cima, damigella, scegli con eleganza la soluzione già accordata dalla tua anima che percepisce una fatale corrispondenza, d'accordo, la scelta è fatta, irretito il teorema dei desideri, probabilistico il risultato non affine al vero, la certezza nei tuoi dubbi è l'aria della sera, la giusta atmosfera, utilizzando metodi già adottati per le discipline canoniche ed astrali, è lì l'influenza, sul tuo corpo sfumato, sul capello cristallino, sul lieto piedino ribelle.

Colma il vuoto e l'assenza quell'andatura furbetta, esplode come un bocciolo affiliato a giardini esotici che per distrazione ricolmano la flora di onde ultraviolette, percepisci, vai al di là del suono con il rapporto coll'intensità cromatica, viandante la temperatura, ah dolce frescura!



La nostra mappa (fine secolo autunnale)



E il passo incerto su quella via di fine autunno, sotto il braccio il vocabolario greco-italiano, e la tua camicina larga, sopra il cappello vivo per scampo ai soffi del vento che sembrava carezzarti le guance con la premura che solo un mutamento di temperatura sa dare, sogni ad occhi aperti.

Avresti dovuto non lasciarti abbandonare, comunque qualcosa l'hai fatto, hai seguito il tuo cuore, hai seguito la mappa e forse quel giorno atteso verrà in cui reclinati ai bordi del mare analizzeremo con sapienza numismatica la provenienza, la consistenza, la duplice verità.

E il passo incerto, poi il respiro, il fiato vitale, altro a cui pensare, sembravi una alle prime armi, sicura di te, il tuo avvenire segnato.

Non hai mai spiegato chiaramente la divergenza tra il titolo e la lirica, hai messo tra parentesi la meta del tuo assurdo vagare, invece a chiare lettere il varco temporale.

Avresti dovuto dissuadere me, dissuaderti a tua volta, stringerti intorno al sollievo dell'atmosfera, sai con precisione che il tempo è cambiato, sai di preciso che nulla ci ha mai diviso.

Avresti dovuto perfezionarti come hai fatto, eppure quell'istante, ricordi, tutto era chiaro da tempo, tutto, il tuo portamento celestiale con sguardo abissale.

Avrei dovuto stringerti.




Mefite



Sgorga il fluido vitale ove sorge il tuo tempio decorato di malto, in intesa silente guidi le mandrie, madrigali medievali inneggiano al tuo volto incoscienti di farlo.

Guida il bestiame, la sapienza pastorale, allegoria del giorno trascorso su scroscii rupestri è la ricerca della tua verità interiore.

Maga del ristoro, medicina sanante il dolore con liquidi taletiani, sollievo e refrigerio nelle sommità abbeverando il bestiame, rinfrancando i pastori allevati dal tuo indice, indirizzati.

Come le lacrime lacustri di Manto da cui sorse la città del vegliardo agreste, guida del sommo spirito sperso, tu assapori le saline gocce in flutti boschivi tramutate.

E non c'è morte, né vuoto, né sofferenza nell'animo, escluso come germe reietto il pullulare di fatiche, le squarciate ferite.

Poche parole risuonano a te regina dell'atto, del verbo d'acquitrino e purificatore.

Emblema ermetico. Balzachiana sintesi degli opposti in un corpo da madre delle maestosità naturali, dei realisti paesaggi, presenza adornata dalla tua veste cinta di betulle e tendente all'apparente ricamo di gotic lolita.



Scricchiolii camerali




Scricchiolii camerali, nel silenzio un barlume metallico, lucentezza dei rumori, accartocciarsi dell'anima, un gracchiare di gracili corvi, l'upupa perdona e guarda, guarda la reclusione del mio essere, l'assurdità del reale, l'unica ragione di vita nella lotta, nella rivoluzione, nell'amore, Sisifo il masso a volte lo ammira perché alla vanità degli umani sforzi spesso soccorre un sorriso ricevuto, una gioia ricambiata, bellezza contemplata con le mani ancora rivoltose e umidicce, spianate sul terriccio, in questa prigionia di sensi aspetto l'attacco musicale del vento, riflette come acido psichedelico e corrosivo nella mente.

C'era un tempo in cui il governo era di tutti, c'era un tempo in cui vigeva con premura materna la femminea mano del dominio senz'armi, c'era un tempo senza guerra, il tempo in cui forse la migrazione ordalica indoeuropea non era ancora arrivata alle mani, c'era un tempo, un edenico tempo, c'era, lo sento, c'era un tempo gilianico di ascesi e contemplazione, c'era un tempo in cui la brama di potere non esisteva, dove non era la tecnica e la selezione naturale il dominio ma la seduzione sessuale, dove c'era ancora tanto da dire, dove non c'era violenza, dove c'era la temperanza della parità tribale e trinitaria, della magia astrale, l'influenza cosmica sui nostri avi aveva intrecci diversi prima della maledizione e del dolore.



Quei tramonti accesi al di là della conoscenza



Quei tramonti accesi al di là della conoscenza, paturnie dispettose ai gemiti sulla soglia del dicibile, poi le storie raccontate come fiori dalle tue mani raccolti, schiarivo la voce e tu ti intrufolavi nei ricordi, settecentesco il lume sbiancò, poi dal cemento la tecnica basi impostò, rivolte e il petrolio, grammi di felicità pur sempre contrattualizzata, un po' a scroscio un po' a metà la bocca capiente come principio immanente nella tua dualità, c'era il letto dalle coperte un po' accartocciate e ci aspettava così disfatto, giochiamo alle ombre cinesi è un'opera di verità, teatrale il sotterfugio di mezza estate inscenato tra maschere di sincerità, il teschio sul comodino un po' perché anche in arcadia un rimorso c'è.

Esplode il nostro pianto ininterrotto, dai non far così, la stiratura dei fantasmi schiude il discorso sfumato in andatura emo, la solita regalità, nella metempsicosi delle nostre anime sperse siamo già altrove con la mente, dai ridici su, metapsichica la sensazione di percezione ormai affine, ormai la parola non necessità più di vocalità, l'intesa è negli sguardi, nell'energia che sprigiona dai tuoi occhi, cambi corso e defluisci in paralogismi atroci.

Dai ritratti fissi alla parete rabbrividisce un fremito serale, le tue bestiole appollaiate come uccelli deludenti e delusi non si muovono, sembra di vagare tra le mummie imbalsamate, mia naturalista etologa delle passioni dell'anima, poi ogni tanto fissavi il pavimento, hai cambiato direzione nella riflessione, un tempo guardavi all'insù, la sciarpina comunque è carina usata come bandana cinematica.

Le scarpette nel tempo cedono alla realtà, l'apparire bislacca con il velo da orientale per divertirti o esorcizzare le vedute classiste, le caste assegnate dall'harmonia coeli, dai parla ora ancora di te.

Le promesse redente dalle dita incrociate, le bugie inesistenti sotto egida sofista di rimandi ai mutamenti d'età, adesso all'improvviso ti rivolti, mi trascini tra le tue stesse incomprensioni, la potenza dell'atto babelico scandisce ed è un pullulare di emozioni nuove, orizzonti sconosciuti, varcati, navigati con le nostre fragili imbarcazioni di acanto e recondito riflesso.



E rincorro il tuo silenzio



E rincorro il tuo silenzio come se non ci fosse altro da cercare, minatore dei sobborghi, increspati i i sotterranei paleocristiani dei tuoi domani.

Funghetto mio con la tua smania di celare i sentimenti, di approdare senza ancoraggio sicuro su questa terra, in lontananza un porto quiete, la tua ultima speranza.

Avvolgiamoci maestosi attorno al cero del pudore, faccetta simpatica, un po' introversa e timida, un po' sfacciata a me dai un'occhiata, due esserini ti alzano il velo, la veste e il mantello, regina di questi argomenti, i nostri campi di frumento, la tua sapienza, regina di quest'ultima confidenza.

Poi qualche mossa attenta, rigiri a vuoto la faccenda, ti distendi, hai stretta la mia mano al petto, aspetti il segnale astrale e ancora maghetta straniera dei boschi ricordi nel tempo diffuso tutt'intorno ogni gesto perfetto è nella tua mente, non un rumore, non una stonatura, posizioni nel punto giusto il clamore del tuo servo, il vento, potresti anche proseguire, mai più fermarti, tendere all'infinito, il tuo corpo è stupendo, l'ho detto, percorre avvallamenti ogni respiro.

Sei pronta, dici, ma nell'apparenza hai già colmato ogni deficienza del sistema logico, ora sei allo specchio col volto rarefatto, immagine destinata a restare così com'è, a superare il corporeo mutamento per l'ardore che hai dentro.

Tracci disegni vibrando nell'aria il tuo dito dirompente e soave, conclusioni con garbo le sai tracciare concatenandole ad argomentazioni, nella liberalità dei tuoi gesti ogni sinallagma è sciupato, inutile, sprecato, ti sposti i capelli soffiando col nasino all'insù, alla realtà sensibile dai colore e scompare ogni amorfa percezione, dai fiato e sapore al tuo incanto provocato dal mio stupore.



Ciocchette inerpicate


Le tue ciocchette inerpicate sui fiordi e un fiore blu, accesa la sigaretta come se scampassi la vendetta, ti calmi giusto un poco e sei più dolce di prima, ti scruti con sospetto accomodando il tuo riccetto al finestrino, mia Sophie!

Oh ma dai! fermati un attimo qui! il tempo fugge, che sciocchezze, due minuti, tre quarti d'ora, una vita intera, te ne prego, fermati un po'.

E allora tu indifferente fai moine da studentessa imbronciata e a un tempo divertita! Oh piccina!

Eh Sophie! che rivolta e che subbuglio! Porgi l'occhio ora tu alla mia voce, senti il ritmo che ascende e copre, manto della città.

Ah Sophie! distruggi i miei castelli con i piedini imbizzarriti e non con un sì! tvb oh mia Sophie!

Col tempo da modello vettoriale a matricola ancestrale, ti guardi ancora, sì, dai in fondo sei la stessa, con i tuoi ornamenti ragazzina sei la prima luce del mattino, il messaggio criptato dal tuo cor sarà intercettato perché dentro te rempaira sempre amor.

Oh Sophie! la primavera splende, tu non muti ed il sorriso acceso è già sbiadito, grazie per l'attenzione, sembri dire come ipnotizzata dalla soluzione di marzapane.

Ed appunto, è giusto così, tra i clamori di una folla libera dal giogo, mi sorridi come fosse l'ultimo argomento l'entusiasmo, sei pronta a continuare, a spulciare l'ultimo volume di questa vita che dai tramonti fa sbocciare gigli e passiflore.



Furtiva Ficiniana (l'altra parte della alternatività )


A quel tempo allibita e puntata lei restava affascinata da quelle riunioni di studentini comunisti col suo fascino da anarchica americana dallo zoo di Berlino a sulla strada li arringava estasiata.

Le stelle danzano, dicevo, e sorridono, i discorsi erano all'orlo del senso, argomenti ce ne erano, la critica pura alla società e alla cultura, tu dirompente eri quella parola, figlia dei tuoi pensieri, delle tue intenzioni e delle tue azioni verbali, ammiccante, sai,

ed oggi ti svesti sbiancata e ingrassata dalle tue teorie dionisiache, sei diventata la cara e silente loquace atea sedentaria, ed io ricordo l'altra meta irraggiungibile, fatta di apparenza non logorroica, fatta di puro spirito, quell'essenza velata, l'altra faccia dell'alternatività cioè della verità.

La guardo ora distante è come allora, è un'idea un poco soffusa ma vivida e impressa, è l'umore oscillante, mutante, la melanconia che stimola l'arte, che sorprende già me nel silenzio del tempo, lei è immutevole, immutabile il capello dialettico e tetro, le sue diramazioni celebrali tese all'immensità, la bile nera da bipolare scandisce meste assurdità adornate di sapienza eterna.

Ed allora io navigo ancora, io mi struggo al pensiero, quello sguardo da malvagia recondita, da strega rapitrice di sentimenti, enigmatica come una stremata logica, ed i corvi volano nel deserto del Nevada, avvoltoi tu mi dici, principi della morte, la nostra massima aspirazione, la nostra più lieve sorte, nell'oscurità la mancanza di foto o ritratti lascia lo spazio all'immaginazione, la copia d'altronde più fedele della tua realtà, della tua presenza compatta e scissa in molteplicità.

Scendo rapido le scale dei miei giorni, quelli andati sono solo lo specchio dei domani, mi dici sempre senza parlare, dai siediti, il bello deve ancora venire, gli umori che secerni allo sguardo autunnale, sono foglie diademiche, le nostre storie e i nostri cipigli,

tu che non ricordavi, 

ti è bastato guardarle e tutto ti è stato chiaro, ogni segno svelato, sono io, l'ultimo prato di settembre in questa radura brulla e senza vento, fiore del canto.

Le conclusioni non le meritiamo e dai le evito, resta un vortice intenso e magnetico, come sono intensi quei tremolii, hai già un brivido freddo, la tua sicurezza da domatrice ipnotica, gli albori si intrecciano, in un incalcolabile fervido cenno del viso, bigiotteria da mercatino, l'occhio coperto del nostro destino, effluvio solenne è lo sbuffo di quei piroscafi della mente che ci riportano con un lieto e salubre ingorgo di pollini e dunque fotogrammi dei nostri bordelli dirigenziali lungo borghi reali, tu ti adagi maestosa sul trono di cartapesta, io richiudo il mio guscio della stessa materia, si scandisce l'atmosfera.

Le questioni, i tuoi spasimi, i tuoi arrangiamenti e la tua rabbia, il tuo rossetto rubino, le decorazioni, il rimmel e le delusioni, vai con la frusta tra le mani, vai rendi succube ogni incertezza, indecisione, ogni nota delle tue emozioni.




E il sole sorgerà, lo so!




Nelle tenebre una luce e sei mia.

Poi le tue labbra dal sapore eterno.

È così, è questo sentimento che offusca la mia voglia.

Può essere, forse è così, sono vaneggi anche puerili ma se solo sapessi che rapimento, che estasi nel tuo abbraccio, sapessi che vibrazione della mia anima alle tue parole chiare ed enigmatiche come il vento.

Mi annullavo, fiatavo, resta nulla di ciò, resta nulla.

Seguendo la nostra estroversa retorica.

È vero, non c'era modo di concretizzare l'astratto dei nostri baci coll'azione ma ho speso tutte le mie forze per guardarti negli occhi stringendoti le mani, carezzando i tuoi fragili polsi, sapessi quante volte ancora avrei voluto rendere immortale i nostri corpi, impresso quell'attimo, sapessi come avrei voluto stringerti ancora più forte.

Mi annullavo, fiatavo, resta nulla di ciò, resta nulla.

Seguendo i segnali e le coincidenze della nostra memoria.

E il sole sorge ancora.

Seguendo i silenzi come frenesie pacate d'attesa.

E il sole sorgerà, lo so!



La falce di luna, la luce che resta





Con tiepidezza affrancavo i miei giorni, in preda agli affanni celati da vani entusiasmi, le tre di notte, tante parole da riversare e concetti scoloriti da ripristinare.

Forse pensavo che non c'è salvezza nell'attesa.

Forse pensavo che i tuoi occhietti erano solo un sogno sbiadito.

Comunque continuavo.

Guardarti un po' nell'ombra sembrava la soluzione a questa mia delusione che muta con la temperatura, umore dirompente e corrispondente alle tue mani gelate.

È così che si muove la mia mente, è così, tendendo alla tua immagina.

Con noncuranza ponevo scarsa attenzione alle mie azioni, preferivo annebbiarmi, nottuccia estiva, tanto ancora da dire, cosa c'è da aspettare? è ora di lasciarsi andare.

Forse pensavo che la speranza è un germoglio che sorge anche nel tepore di un solfeggio, che sboccia anche se è lontano ciò che ho dentro.

Allora continuo.

Parlarti con la mia voglia in un palpito è la situazione più sentimentale che questa pioggia, refrigerio estivo, nell'innocenza di un tuo sguardo mi sa dare.

Sei tu la falce di luna, tu la luce che resta.


Sorgi candida



Sorgi candida da una nuvola con letizia e dualità rifletti le emozioni, potrebbe già svegliarci quest'aurora.

Una fiaba d'attrazione, spettacolo indicibile, sei sospesa a un braccio sul lenzuolo mentre mi sorridi.

Anche la prima luce del mattino è erotica e divina nel portamento tuo furente a un tratto in bilico sul mio corpo, se la vita è estasi sei tu la vita, volontà di potenza è arte dell'incosciente nostro amplesso, noi incatenati come eterni dannati a bramare lo spiraglio di luce, quella tenue che non acceca di vanagloria.

Ascolti dal balcone quel suono soave, è il cinguettio dei nostri passeri destati, il tuo sguardo come un transito obbligato verso il piacere melodioso.

Potrebbe ancora imbrattare la parete il nostro sentimento, siamo teppistelli dell'amore scalzi e sfacciati come ragazzini, hai ragione, se dici una bugia la vita cambia, resta uguale, fa lo stesso, non siamo soggetti a destino che non sia nel nostro animo sepolto e pronto a guizzare, delfino traballante nel momento del bisogno, fortuna ardimentosa, la brume schiuma potrebbe essere una soluzione o magari la vernice scolorita, o meglio il quadernino bruciacchiato e senza senso, come dici? Certo, è proprio questo il punto, il dilemma che nel legame in paradosso ci libera dal giogo del domani.

Ed ora ti avvicini al fumo delle parole sciupate, mai così aromatizzate ed addolcite, adornate di ambrosia, leccornia dei nostri sensi.



Acclami arricciata i capricci



Acclami arricciata i capricci di artemia affiatata, la sostituzione ad un affanno notturno è il cupo accordo disincagliato dal verbo incessante e prolisso.

A causa della luna si muovono le tettoniche e le maree, col fervore degli astri muta il carattere e il prisma dei tuoi occhi animati e animosi nelle tue deduzioni.

Poi mi verrebbe di invitare a cena il viandante che ha percorso sentieri scoscesi e ripide ascese per trovare sé stesso in una bottiglia di buon vino, un po' di etilicità mattutina, un fremente riflusso del cosmico e monastico intruglio.

E c'è verità nelle tue mani mai così assorte nella perversione, muta la realtà con un' estasi del dire.

Pagine fitte di scrittura macchiate di caffè e di profumo di chanel.

E ti ripresenti come fossi a un provino dinanzi alla maestà divina, voglio fare l'attrice, dici, poi salti alle conclusioni mancine del tuo volto impallidito dal tepore mattutino.

In conciliazione c'è un tumulto tra eros e thanatos che si supera in una nuova meditazione godereccia e dionisiaca, dico sì mentre dici anche tu lo stesso, possiedimi tutto o mia vita, possiedimi tutto o vita.

Le damigelle si arrangiano nella danza giusto così, come possono, le rimatrici del ventre invece inviano segnali con i loro denti splendenti.

E poi il viandante mi parla ancora di sé citando lei, e poi il viandante dice, lei è essenza risplendente.



Lo scalo al quinto piano


Lo scalo al quinto piano sul treno del tempo, un passo felpato da grondaia nel sentirti a ridosso dell'orgasmo, una posizione deleteria che per pudicizia è clamore, tossisci così come fanno le api assetate di gialleggiante nettare atroce.

Ottima conclusione la tua, ti volti di scatto e mi dici sì, poi si mutano i tuoi desideri in contrasti avversi.

Non so, non lo ricordo l'esatto motivo che ci ha stretti indissolubili anche se lontani, forse un biancospino o una dalia violetta.

Mi hai sedotto piccolina con garbo, la storia non la studi perché la fai ogni giorno col tuo assuefatto manto, che storia meschina sarebbe stata senza il distacco materiale ma stai tranquilla ritornerà quell'abbraccio d'artigianato che bramiamo.

Te ne sei resa conto guardandomi negli occhi, il lento fiato si accorda al tuo piedino con la solita sempre nuova e attuale scena mattutina, ora che ti guardi allo specchio col viso che muta, depersonalizzata potresti magari trasfigurare o ascendere alle tue dolci perversioni.

Stai tranquilla non perderò il sapore carnale delle tue braccia, il sospirato, il tiepido bacio velato.

Allora spalanca ancora gli occhietti, hai la profondità geologica di una palafitta colma di interessanti libri e cianfrusaglie, sei in piedi per scambio fervido e assiduo, lascia andare, sta bene l'ombelico ricamato.

Allora aizza la foga del popolo in rivolta affinché i nostri sussulti interiori siano compresi a posteriori ed attualizzati nello stesso istante in cui siano profferiti.




Di folli arredamenti celebrali


Di folli arredamenti celebrali ricamati con carta argentata e inviolata pulsazione d'amore carnale, oppure magari surplus involontari dove ti rendi conto davvero che la sovrastruttura è più forte ed è lei che regge la struttura, che la forma dà la sostanza, che le vere fondamenta del senso, di ogni senso, sono sole le inutilità, le incomprensioni e gli sguardi distratti,

ha bussato alla porta il silenzio lo abbiamo sedotto col verbo e si è reso conto di essere esso stesso un suono, la vibrazione del tempo, una scaglia del nostro ciclico mutamento, tutto ciò, il segreto nella fluidità delle mosse, nell'azione, nella rapida spiegazione, diamante irrispettoso il tuo che porti da maestra di ritmo con me ballerino di penna che segue i tuoi colpi accorti sulla cattedra delle nostre passioni.

Cosa rimane dei nostri discorsi e delle nostre creature, stampo di lettere, cianfrusaglia di melodia, quando l'attimo futuro di un passante ascolterà l'euforia del nostro presente.

Intangibile augusta presenza la tua, incompiuta l'opera della plasmazione, nevralgico il punto informe sul quale ti soffermi, pitagorico e neoplatonico l'interagire, il nostro speculare incantati ed ipnotizzati con lo sguardo fisso alla parete, negazione del nulla il neologismo esterrefatto, e sento già l'odore del caffè tra le tue affermazioni, sento già il lieto rumore, l'amichevole ingorgo di spiriti al nostro fianco, armate schierate e pronte all'assalto, armate di basalto infernale con l'armatura scintillante di luce celestiale, armate di penombra, quelle col nome giusto, un avvenire fatto di illazioni confermate al fine di non dimenticare la nostra storia infinita, importante il tuo scuoterti i braccialetti.

Per superare sconforti e paure abbiamo posto una pace universale con la natura, lei ci pone sincera la mano, già si sente nell'aria il sapore del grano maturo.



I colori del suono



Ero sospeso sulla goccia di pioggia, veltro dal sapore intatto sul tuo corpo, ero con silenzi urbani in riva al mare ad aspettare, nella trappola della melodia quando l'eclissi schiariva le convinzioni e ci esaltavamo sulle varietà intense di colori.

Avevamo trovato il giusto equilibrio tra senso e messaggio, tra segni criptati e decodificazioni bendante e aleatorie, pure sintassi d'amore,

e respiri piano ora.

Il calore con le sue sfumature, refoli inaspettati e sereni tra le traduzioni del tramonto che scoppiettante cede come sempre, è questa l'essenza dello spirito umano, la transizione, siamo eterni viaggiatori, nomadi per natura, oscilliamo tra buio e luce come fossimo impressi su vetri, le scale musicali scandiscono le nostre ascendenze e i nostri virtuosismi verticali, riguardo la scena delle nostre oscenità, perversi gli intenti con semplicità esposti da abbracci intensi, trovo il nodo che scioglie il dilemma solo fissando i tuoi occhi d'ambra ed ipnotici, sulla tua pelle resta il sapore di sabbia, ora se vuoi puoi restare, c'è tanto da fare ancora.

Siamo dei folli e folleggiamo come folletti, siamo druidi che varcano soglie inaccessibili, il nostro domani è l'eternità e tu sei l'ultima stella che splende e non si arrende mai, che vibra così, entità eterea eppure così carnale il nostro iperuranico sfiorarci con le parole e inumidirci con i gesti di quotidianità dialettica e mai stanca.



La nostra candida ed invincibile potenza



E soffia il vento sulle nostre assurde parole, non ha importanza o forse non ricordo l'ultimo tuo intenso sguardo.

Farfugliavo pensieri scomposti per dirimere austere questioni e la potenza del caos interiore con fremiti vividi vinceva ogni timore.

Adesso che si legge come una pagina spersa l'interiorità, la tua più splendida essenza, ora che attendo ancora le tue risposte sono adagiato su questa panchina adombrata a fischiare motivetti d'oblio perenne.

E soffia il vento, forse questo ci ha aiutato a capire che l'intenzione a volte è più dell'azione.

Mi arricciavo su tetti a strapiombo per sospendere gli ariosi nel vuoto e in me cresceva il desiderio furente di scrutare quell'abisso di foglie e di frutti, di fiori asciutti.

Adesso che sospiri lievemente inclinata sulla mia spalla non un dubbio percorre il mio essere, ora che mi sfiori e mi sorreggi la spada tratta è la nostra candida e invincibile potenza.



L'orma del nostro destino



Quando la passione è briosa, la temperatura del tuo corpo un refrigerio di parole, ci uniamo in visibilio con le palpebre semichiuse a sognare, abbracciati stretti nei nostri sogni che man mano prendono forma e luce.

Nella stella più distante della nostra costellazione il brillare puro ci spinge oltre ogni labiale declinazione.

Credo che questo sentimento sia il delirio più intenso che le nostre menti possano concepire, credo che varcheremo i limiti dell'ignoto con la noncuranza dei passanti presi in riflessione.

Quando si arresta l'andatura inclinata dei nostri sguardi incrociati, nel tuo portamento io mi ritrovo rinvigorito, forze nuove ci inebriano e inseparabili ci legano brame d'abisso.

Credo che non dimenticheremo mai questo nostro sogno e che come silenziosi attacchini stamperemo nell'eterno dell'etereo l'orma del nostro destino.


Quando scorre la penna



Quando scorre la penna mi percorre un brivido, mille pensieri affiorano e si aggrovigliano inestricabili, sono passi di luna i tuoi che alteri stridono col vento alle pareti, i miei occhi scorrono sulle pagine inaudite della nostra vita, decifrando codici perduti tra le onde del mare.

E sono silenzi quelle tue parole che mi scuotono in un attimo, mille luci invadono le coperte attonite che si inerpicano in astruse simmetrie a cui non credi più, le valige pesano ogni giorno e ancora le tue notti da brigante di Artemide sono simpatiche e funeste, placate solo dalle grida di periferia di un vuoto senso dato dalle immagini, ma io ti sento sempre più vicina generalessa dolce e un po' ribelle.

E passerà del tempo ancora ma il mio sguardo all'orizzonte non si perde, prudente ti attende, sono tante ancora le battaglie, tante le pagine che non ho riempito di disillusioni, tante le cadute, tante le tue palpitanti riflessioni, sono un po' le mie queste sincretie a cui dai il peso di una piuma impaurita, e dunque passa il tempo.

E chiuderò le porte mai così lievemente aspettando il suggello del tuo corpo, del tuo misterico intoppo sulle vie della speranza, ma ti attenderò, te lo ripeto, forse è solo per sincera introspezione, io lo farò, tra le valanghe chilometriche dei giorni attenderò.



La luce soffusa che inebria


Sentirai una voce nel profondo, un'incudine rimbomberà come la quiete estiva e tediosa dell'asfalto alle tre di pomeriggio.

L'erba alta era una passione fitta di illusioni, in sé celava il manto astrale della verità divina, copriva come un velo le potenzialità celebrali ed affini al tuo corpo in procinto del godimento.

Poi l'urlo si fece più intenso, squarcerà una stella nel subbuglio del tuo caos interiore e ti perderai nel canto melodioso di settembre.

Ditirambico l'affronto a doppio taglio dell'orgoglio, incantevole il felpato movimento adagio delle dita sul piano con clamori fuori dalle onde sonore nello scettro sacro della bacchetta dirigenziale.

E passa, credi, il tempo non ascoltando il magico accordo che hai dentro.

Sentirai una fine empatia che sprigionerà sinaptica energia, percezione al di fuori del comune quella che pizzica la cetra con l'ortensia fissata dal tuo sguardo nervoso eppur incantato.

Allora dal fumo delle città in rovina sorgerai da piccola fenicia, le tue palpebre saranno spalancate per cedere al tuo stesso femmineo dominio, sei la luce soffusa che inebria.




L'intro pensa sé stesso



L'intro pensa sé stesso nel giardino colmo di frutti dolciastri e il silenzio del mattino è un lemma perso nel labirinto del destino.

Dalla tua mano ponente la verità e la snellezza dell'essenzialità il tanfo di uno schianto tra spiriti elettivi è trasmutato in melodia mozzafiato.

Amore ricordi ancora il paesaggio gotico? le cattedrali della perversione? le spoglie dell'illusione? La luna appariva all'orizzonte varcando del tuo pensiero silenzioso il monte.

Il pregiudizio estetico disincarna l'estetismo stesso e siamo ormai quasi orbi alla vista del bello.

L'ondeggiamento è qui e lì.

Amore ricordi ancora la folle impresa, il viaggio verso l'assoluto per radure brulle e freddi aurore, credi sia giusto cancellare o fingi di non guardare?

L'estate brilla, il tuo sguardo rarefatto come uno spasmo, in preda all'entusiasmo profumi di un effluvio silvano e il tuo carezzarmi è uno sgocciolio di mandragola (pagine dischiuse aperte per distrazione, pagine profuse). Sei sempre in me!

Amore non puoi dimenticare quello sbirciare alla finestra che senza arrendevoli deposizioni illuminava le pareti, poniamo un nuovo limite nel nostro illimitato universo parallelo.

Amore, mia vita, mia unica.

Manterrai dentro te la nuova stagione che è lo specchio del nostro passato.

Vita nata dal plasma onirico, vita nata dal plastico dei sentimenti.


Piccola e muta tra le mie braccia



Era mattina inoltrata quando la brezza estiva portò i tuoi cinerei capelli all'indietro, arruffata di ghirlande sfioravi i miei polsi nel sentimento di un'estate che finalmente sospirava.

Ascolterò muto le tue parole, nel silenzio dei risvegli senza tempo, disinnescherò i tuoi sospiri rendendoli sublimi.

Dillo ancora una volta che la forza della parola è il tepore più intenso che risveglia spiriti ormai dimenticati, dove alberga il nostro più perverso sentimento.

Era mattina inoltrata, non avevamo voglia di alzarci dalle lenzuola, restammo abbracciati ancora qualche ora, il sapore del caffè stuzzicava l'intelletto nel momento distorto del tuo sguardo che mi ha sedotto, ti ascolterò ancora parlare.

Dimmi se il vuoto delle nostre angosce può essere superato scegliendo davvero, dillo che siamo le pietre più preziose che il mondo possa vantare, quel sospiro d'universo che gli altri sanno solo bramare.

Quando le labbra sfiorano i perniciosi anfratti del tempo, non esiste passione che regga all'intento, parlerai ancora con la tua dolcezza? Lo farai?

L'estate preme sulle nostre spalle, isolati dal vento percorriamo il sentiero all'inverso, le vie più brevi sono con attenzione scartate e il tuo portento cosmico un prologo sesquipedale.

E poi non basta altro verbo a definirti, piccola e muta sei ora tra le mie braccia.


Un nuovo labirinto



Per questo richiudi il libro, la tua schermaglia per il silenzio, assapori con gusto le tue dita come fossero ottoni percossi nell'animo delle mie indecisioni.

Estasiata al clamore di Wagner, fai segnetti nell'aria mai più assurdi eppure da me comprensibili, muovi sul tavolo giocando le tue carte migliori, ti diverte parlarmi all'orecchio con la nonchalance di un prezioso nonsense.

Improvvisa ti volti e assopisci la lezione, diciamo questo per non dire sorbire, apri di nuovo il codice segreto e smarrito e in un tratto di penna scarabocchi un sorriso illuminando il cielo turchino, poni assedio.

Discuti del tangibile e nell'imperfezione trovi scampo alla passione, mostri furbetta la tua recondita arma segreta, dominatrice dell'aria dai comandi a questi tenui ventoli, mentre parlo gonfi le guance pronte allo sbuffo e dal visino scorgo il tuo nasino buffo, l' indelebile assonanza sintomatica di grazia.

Allora per questo ti imprimi come stampo di gesso, resta tempo.

L'ebbrezza dell'alcol ti ha raggiunto le vene, fai due trottolini che direi un po' amorosi e dadaisti, comunque hai voglia, riprendi a parlare, dialoghi universali quelle frottole vaneggianti ma preziose.

Mostri allora l'odor dell'aurora, la mano è ferma seppur nella tua follia, mi scopri il corpo ormai in preda ad eccitazione corporale e contemplativa sul tuo seno la mia guancia rende il risveglio soave.

Allora sei la guerriera degli angusti sentieri migratori del cosmo.

Infine ti beffi come divertita, l'allegro del grammofono è all'epilogo, prendi la tua incandescente soluzione di cloruro di zinco e scorgi nel domani un nuovo labirinto.



Germoglierà un fiore, forse, tra le mie parole




Il desiderio sorse quando l'alba schiariva il cuore come impresso sulla sabbia, le tue parole erano vento per l'inverno, da conservare un ricordo come assenzio.

Le indecisioni frutto di un calore che se non scalda, è forse l'impossibile che bramo, puntare tutto quel che ho non può servire, perdere e poi ricominciare con l'entusiasmo di un mendicante di brillanti.

Il sale sulla terra e sul tuo corpo, magico intralcio quel tripudio di parole, scrivere tanto o forse poco a penna d'oca, nella follia di un domani che non scolorirà mai le mie passioni.

Se l'albeggiare non è ciò che si intrufolerà nell'animo mio ti ricorderai soltanto di un addio, le parole sono vane, si vive di illusioni, tra la gente le intenzioni vaghe, l'egoismo e il narcisismo di chi cerca sé stesso è forse solo il vuoto che ho dentro, quel ricordo malinconico di un accordo che suonavi ondeggiata alle mie corde ma se ti do tutto me stesso il restio rifugio è un asso capovolto dall'azione.

E d'improvviso si impose la realtà, fatta di sogni, una vita vissuta forse solo per metà, distrarsi è facile e c'è chi ha vinto già, c'è chi rimane all'asciutto della viltà.

Non restano forze neanche per sussurrare quelle parole che rabbrividiscono il nostro corpo, è tutta vacuità dell'assurdo, si cerca sempre qualcuno che possa darti qualcosa oppure muori nelle tue sensualità di bolle acustiche che esplodono a metà.

Se le delusioni della vita sono quello che ci resta, guardarsi allo specchio e trovarsi cambiato, è facile definire l'introverso di un saluto come asciutto malinconico addio, i pensieri sono questi mentre la vita piano si consuma, un'altra parola solamente è il nascondiglio delle braccia.

Come disprezzo le facili sensazioni materiali, forse la paura dell'ignoto, come vorrei elevarmi oltre e disincagliare il gelso con la grazia del mattino, ma quel che penso è solo un inutile vaneggio vespertino.

Il tramonto di una storia è l'attimo che schiude come occhi di marmo il cuore, questa vita è una finzione, un caos decifrabile soltanto dal pallore audace, ma continuo la mia lotta solo, germoglierà un giorno un fiore, forse, tra le mie parole.




Giusto solo a metà



Allora è questo il punto, l'intorno della questione delimitato da un accordo, un po' sviolettato questo bordo, come sempre, come segno del vissuto, un sentimento atroce che passeggia qua e là tra le parole e i sogni virgolettato da uno stonato la, potresti disegnarlo oppure ignorarlo oppure magari sciuparlo di verità.

E la canzone scorre, lei sì, è il tempo che ci circonda e a cui non credo fermamente, di cui non spendo neanche l'estimo del vuoto rintracciato da un vistoso saluto.

Io sono saldo su due piedi in bilico tra i colli di marzapane, le vallate di pop corn e di vandalici scippetti decollati dalle penne schiuse a guscio d'uovo.

Ed ascoltare poi il lamento diffuso della remissione plenaria di foglie spoglie e scardinate, violate dai tuoi baci di fiele e miele.

E continuo ancora, la soglia della mia sincerità è il nascondiglio nostro per le sensazioni, mai lasciarsi andare in sensualità.

La scollatura a V, poi magari anche le tue calze blu, tre o quattro sigarette fumate con il maraschino stampo del nostro destino.

Orribile la metrica, l'hai un po' sconvolta come capelli destinati a mari innamorati del tuo corpo nudo sul dorso di una conclusione scanzonata e mai più dimenticata, magari respirata, sospiri in profondità, vai dicendo all'anima che è solo assurdità, idiozia la mia, se vuoi recito la mia parte, uno, nessuno, centomila oppure forse unica molteplicità, siamo tutti uguali, questo forse già lo sai, siamo tutti strumenti stesi e tesi verso il sole che è simpatico giusto così, giusto solo a metà.



Nell'atrio del castello degli Spiriti Magni



Nell'atrio del castello degli Spiriti Magni una penombra lucente da Campi Elisi,

passioni condivise.

Il poeta con la spada calliopea, l'amore provenzale di ispirazione ovidiana corretta da catarismo scandito da un furente sorriso.

Camilla, Pantasilea, armate di tutto punto nel De bello gallico fanno figura sussurrando promesse a Cesare e Cleopatra già avvinghiata ad Antonio.

Poi la storia naturale dell'indice proteso verso il reale descrittivo e categorico il manoscritto vocale, la maieutica unica reduce di una malattia incontrastata per la morale, tante idee nell'iperuranico amplesso platonico che non ha niente a che vedere con l'amore carnale né col contemplativo, è solo freddo pensiero.

L'acqua scorre in refrigerio, il tuo spirito calmo in preda all'intellettuale orgasmo, il fuoco riarde nell'eterno ritorno eracliteo,

l'infinito del segmento 

violato da passi attenti di tartaruga.

Mi soffermo con discrezione, non voglio disturbare in divagazioni, incantato sto ad ascoltare le imprese del pacifismo bellico, del presunto veltro, dell'amore, unione indissolubile della rivoluzione, credo sia meglio continuare a giocare.

D'improvviso con la lira l'amante della fanciulla spersa nell'Ade si lascia tradire, amarezza nel non poterla vedere, lui che è maestro ed allievo della suprema bellezza femminile, cardine della violacea speranza.

Declamando al foro il retore repubblicano ha lo sguardo altero di un sovrano ma cade in contraddizione, l'actio e l'elocutio è sublime, ha perso punti nell'inventio, sta sciorinando baggianate da mercante mentre lo assiste l'integerrimo maestro di Nerone con le vene ancora tagliate, sembra rimpiangere l'errore fatale.

Poi gli arabi medici e matematici greci con le formule troppo perfette per essere rare e reali, Euclide ricorda un'idea distante dalla terra e dalla oscura rimessa.

Tramandando il sapere astrologico si scuote il chiostro, abbiamo accesso, ma ora non posso.


Caro Gheddafi



E tutto cominciò con i tre passi d'uomo nelle savane cibandosi di frutti e poi di carcasse, si stanziarono poi presso mari e fiumi accrescendo la massa celebrale.

E continuavano estrosi flussi migratori, per luoghi nuovi desideri di scoperta e di potenza, si scontrarono con nuove popolazioni per divine maledizioni, ma forse i tempi stavano cambiando e attendo ancora.

Caro Gheddafi, sei un paranoico e tornerai ad una polvere ancestrale. Senza pietà, senza gloria.

Caro Gheddafi, morirai nel tuo stesso guscio vuoto di vaneggiamenti. Senza meriti né complimenti.

I fascisti italiani bombardavano i civili della Cirenaica usando gas e bombe compivano esperimenti bellici, avevano ottenuto la loro Guernica solo per essere al pari di altre potenze occidentali dimenticavano la gloria della pace e della libertà.

E poi stringevano alleanze con stupidi leader dagli atteggiamenti atroci che sconfinavano e razzolavano in un positivismo darwinista e sedentario colmo di errori grossolani e segmentato da totalitarismi ugualitari che non scorgevano la bellezza e l'essenza della diversità, l'unica forza per la conservazione della specie umana.

Caro Gheddafi, chi vuoi che ti stia più ad ascoltare? Mentore di manicomi.

Caro Gheddafi, chi vuoi che ti dia corda se non la sete di potere. Mentore di stolti.

E Bob coi suoi spinelli sognava per davvero un'Africa libera, un'Africa di rispetto e reciprocità, un'Africa libera dal giogo occidentale del potere e dagli sguardi indifferenti ed economici dei signori della guerra.

Gli sbarchi a Lampedusa, gli sguardi di speranza delusi dalla paura di perder tutto, la famiglia e i propri cari per sempre lontani e come contropartita lavori massacranti e xenofobi atteggiamenti altezzosi in ricordo di un nazionalismo vuoto d'ideali.

Caro Gheddafi, puoi pure scomparire.

Caro Gheddafi, ormai è giunta la fine.





Passeggiavamo per sentieri




Passeggiavamo per sentieri tra la vegetazione ed avevo impresso il nome tuo come se non ci fosse altro nel mio cuore, mentre tu ti distraevi, guardavi altrove con la grazia di una bimba dispettosa.

Era estate, forse la più dolce mai assaporata sulla tua pelle disarmata, il tuo corpo come disegnato nell'eterno di un bacio stampato e travolto di passione, eri tu che mi pensavi, eri tu ed io che ti seguivo come vento stretto tra le tue stesse mani.

Non si può dimenticare in un attimo una storia mai iniziata, non si può sciupare un fiore dal chiarore tenebroso, luminoso quel tuo volto, il tuo visino, il tuo piercing, il tuo simpatico respiro sul mio collo.

Poi io che mi perdevo nelle mie insicurezze, nelle mie paure, nei miei sogni, nelle mie disillusioni, hai voglia ancora di giocare? lasciati ti prego accarezzare, guarda il sole all'orizzonte, guarda il nostro domani dimenticando ogni pudore, lascia scorrere, ascolta l'animo mio sperso tra le tue braccia.

E passeggiavamo come assenti assaporando i germogli del desiderio, un passo, un altro, un pensiero capovolto, le tue mani ancora, carino lo smalto consumato, non dirmi, non raccontarmi il tuo passato.

Scorre il ruscello dei miei pensieri, ci sei tu che ti imponi come sasso nella vita, mi confondi e mi rispondi, ma cos'è che cerco non l'ho mai capito, so solo che i tuoi capelli sono petali che non dimenticherò, che mi riportano il destino a portata di mano.


Abbraccio universale



Il tuo corpo che mi ispira nell'abbraccio universale, scorgo l'attimo del silenzio e lo assaporo.

Non penso più, la mia mente è annullata, si espande la mia anima al contatto col tuo velluto carnale.

Al di là del limite della sapienza c'è un'infinita conoscenza, ci sono fiori incontaminati, come i tuoi polsi profumati.

Non penso più, guardo solo te, l'acqua scorre negli anfratti, siamo ultimi reduci edenici.

È un pensiero solamente quel che resta di me, sperso tra la gente, la nostra storia si innalzerà oltre ogni dualità.



Dietro ad ogni MA con BI c'è sempre un' acca



Per chi suona la campanella? Siamo unici in quanto soli a questo mondo che ci appartiene e conteniamo e ci contiene, sinceri e a volte scaltri, troppo spesso indifferenti.

Per chi suona la campanella? Forza entrate in aula che l'orpello culturale un po' ci aspetta e un po' ci schiva, lo sguardo di quella ragazza che ha ancora sete di sapere e di apparenza in questa vita di evanescenza.

Cara Sofia dai mille volti e dai trecento aspetti.

Per chi suona la campanella?

Cara Sofia del mio desio.

Per chi suona la campanella?

Cara Sofia donna del destino, del palpito, del respiro.

Ecco, potresti anche voltarti socraticamente verso questa incandescenza, la luce di traverso già ti illumina l'intenso, non ti sfioro perché sei già colma d'alloro come la Laura petrarchiana tra le acque limpide e perniciose, angeliche e boriose.

Per chi suona la campanella? Per un miscuglio di gentaglia inconcludente, o solo per il tuo corpo che già manifesta l'anima di questo incontro?

Cara Sofia dall'andatura ondeggiante.

Per chi suona la campanella?

Cara Sofia con l'occhio strizzato.

Per chi suona la campanella?

Dietro le barricate della rivoluzione repubblicana spagnola a scambiarci promiscui baci ridendo del disciplinatore fallito.

Ecco, potresti voltarti ancora un altro po' e farti vedere di dorso, il fichtiano incontro dello spirito libero dall'essere e sovrano ha tolto dal destriero del mio percorrere altitudini andaluse molto più del dovuto.

Ecco, potresti darmi un altro bacio, non aspetto altro, lo scambio di gesti come baratto primordiale, non c'è valuta che ci possa separare.

Ecco, scordiamo questo sole scolorito ormai è finita, strusciamo la lavagna, sento ancora odor di gesso, dimmi un po', per chi suona la campanella?





Per te parole



Per te parole, ancora fumo, quando passerà il turno del nostro dolore?

Ho chiuso gli occhi stringendo le tue mani, tu mi hai sorriso, mi hai accompagnato ai bordi di un sogno desto e rubicondo.

E l'ora dei sensi si è imposta incandescente sul ciglio di una passione mai finita, travolgente e giuliva.

Per te, piccolo soffio, per te, docile accordo, per te la sensualità del carnale godimento lenta mai sfiorirà la bellezza del tuo corpo.

E l'ora delle decisioni lievemente ma con ferocia si impose, tra le tue Winston ed i tuoi capelli anche un altro sorriso scuote il mio viso.

Per te, solo parole, per te, solo il mio corpo, il mio sangue, la mia pelle.



E sono steso di sbieco



E sono steso di sbieco, guardo le tue spalle e il tuo dorso marino, sei la regina di questo misero acquitrino.

Sposto un po' i tuoi lunghi capelli alla Isotta, sei capovolta, dormi con grazia di una ragazza indomita e fiera, mai sottomessa al gemito della sera.

Posso consolarmi anche solo nell'ammirarti, nel dipingerti come tatuaggio il fondoschiena, il tuo magico ormeggio sconosciuto che mai mi ha deluso, parole per te ancora tante, dissi, mia potenza divina.

E poi le tue guanciotte rosse, capricciosetta e un po' perversa, cavalcando i miei sogni e pensieri sei il più attuale ieri, sei destinata a lodi schiuse che magari fioriranno col vento scaltro del nostro autunno, e dici sì, me lo sento, il celestiale turbamento.

La vita vissuta tra inchiostri sbiaditi e fumo di sigarette ormai consumate, la cenere che cade dalle scale escheriane, e tu continui a sorridere sopita.

Le capitali europee d'un tratto si imprimono sul tuo corpo, non c'è recondito impulso ma estroso desio contemplativo, giacere con la tua anima e la tua materia ormai divina in un solo incontro, in un solo melodioso accordo, dormi un altro po'? È già l'alba! È già l'ora del nostro spirituale risveglio, di imprimere per sempre il vero e il verbo, a squarciagola ad un concerto d'usignoli per stonare, per sognare.

E sfoglia il libro al capoverso quattro, hai già impreziosito il tuo scalfito palpito e in refrigerio sembri voltarti ma è solo un sussulto notturno di questa prima luce del mattino che seduce più del nostro pensiero, è più sgualcita dei miei libri perfino.

Vai avanti amore, resta in un angolo, non ti voglio svegliare, i capitelli, le campate, i fiumi, i ruscelli, i monti, gli astri, le passeggiate sul lungomare, le nostre serate sono raccolte in quest'istante, in questo tuo ulteriore respiro, non scomparire.

Entra un fascio dalla finestra chiusa a metà e le ombrette lucenti sono già suoni.



Vuoi per davvero dimenticare?



Magari anche mi.

Oppure si.

Entrambi, legamento

Nel vento sento te, fuoco incandescente, dal brivido sulla mia pelle diretto al cuore.

Per distrazione.

Magari la.

Sei tutta dentro me, sussulti con lo scuotimento delle mie vene spianate, sei già tutta mia.

Ti stendi contenta del tuo turbamento, hai in mente un accordo.

Ma noi chi siamo, profeti dei pazzi, ti domandi e rispondi, poi il la.

Vuoi per davvero dimenticare i nostri corpi stesi supini, mai tanto vicini, le nostre acrobazie di penna, i nostri vaneggiamenti? Non siamo poi così diversi!

Nel tempo lo scolorimento delle cicale misteriose, è già estate, non te l'aspettavi?

Magari ancora si.

In un bemolle mi rizzi al cielo il mio manto oscuro, schiarisci un po' la voce, dai.

Vuoi davvero dimenticare le giornate e le nottate tra i silenzi ed i baci intensi che inumidivano i nostri corpi violetti?

Anche il destino ha fatto al nostro canto l'inchino, e noi ora soli quaggiù.

Do e poi si7.

Vuoi per davvero dimenticare le serate all'imbrunire, il tuo volto sulla mia spalla, il mare e la più superba stella?

Magari mi e ancora si, dici.

Vuoi davvero dimenticare? Io non posso, sento ancora il tuo sproloquiare, il dolce sapore ancestrale delle tue labbra.

E dimmi sì.





Senza fiatare



L'entusiasmo incontenibile da un soffio di vento stroncato, irrefrenabile desiderio di vendetta, i tuoi sorrisi, le tue intense carezze, tuttavia è sempre vero che la felicità a volte è troppo lontana e chi crede di averla trovata sprofonda nuovamente nel suo dolore.

Le tue parole oramai a poco possono contare, tuttavia mi rimane il palpitare nel guardar le tue foto sbiadite, ma a volte occorre non lasciarsi troppo andare, non cadere tra le braccia di una passione.

Come ci guarderà ora il faro di Alessandria? Ci saranno mai più le passeggiate mano nella mano nella reggia di Versailles? Avrai ancora voglia di bere la limpida acqua del sapere e sbiancare di fronte al soprannaturale, piangere per Paganini fino a lasciarti sfiorare dalle sue corde? Scorgere il mare dall'ermo colle senza fiatare?

Senza fiatare!

L'aristotelica tua categorizzazione non ammette vie di mezzo, tuttavia cerca di fissare nella mente quelle mie tre parole.

Cosa penserà di noi ora il Colosso di Rodi? Godremo ancora distesi nei pensili babilonesi?

Ricordo come era dolce stringermi i fianchi mentre sbarrando gli occhi mi dicevi di sentire l'odore del mare, il ripiano del nostro influsso al astrale, il ricamare della sabbia tra la pelle nell'infinità indefinita del tempo, il tuo parlare ancora senza fiatare. Senza fiatare!


Le conclusioni



I ti voglio bene, i ti amo, i baci, gli abbracci recitati come mantra ad una shiva un po' femminea dai capelli arruffati.

Le conclusioni sapienziali di cui tratti, dal centro dell'intarsio violaceo del flusso di potere del tuo candore alla giravolta del rancore, le conclusioni speziate ed impreziosite dalle dolciastre parole di chi ha consapevolezza, fluido a incandescenza, emette un sospiro come fosse naturale respiro, questa non è una pipa, oppure metti al vertice del monumento funebre di Cheope una sigla.

Ritmata la cadenza dei greci un po' rock, degli andalusi un po' delusi, degli elvetici sempre ingaggiati come spie di guerra, non è così che si scuote la testa, ho il tuo numero di cellulare, ti posso chiamare? hai un attimo per divagare?

Le conclusioni del liquido ancestrale sono gorgheggi di piume scolorite, l'evoluzione descritta da un medico mancato, la profusione, l'eredità dei geni, sono tabula rasa ricettive le nostre caste verità interiori, e Agostino direbbe è lei che ti verrà a cercare, e D'Agostino con l'eurodance ci sa fare.

Non hai parole? La bocca resta asciutta, l'accademico di accademia alcuna, l'apolide filologo dell'Università di Basilea, aploide il rigurgito scolastico, incrocia pure le dita e mettiti in posa per la miniatura, mi raccomando, con fare austero e disinvoltura.

Le conclusioni, le tue passioni, spulcia un po' di rimmel dagli occhi, sì, guardami di traverso che mi fai impazzire, nel godimento intellettuale potrei anche morire, scandisci le parole, muovi bene le mani e non solo per accompagnare la retorica, anche e soprattutto per i tuoi giochetti eroticamente confusi.

Le conclusioni. E poi direi, altro da raccontare, ma concludendo, le conclusioni.



Alice fantasy



Parti in quarta con una quinta da dio, accovacciata sei sulla luna con ali tinte di gridellino, ti specchi con purpurei capelli, narcisa d'altri venti e da te stessa sottomessa, fiori attorniano l'anima e il tuo corpo da messaggeri dei nostri rimandi all'astratto.

Vento, dicevo il vento, il vento e te stessa, in principio era solo questo, a volte ho paura che la tua melodia sia troppo ardua per me da seguire, ecco penna e calamaio, plasmiamo con un ghigno, una nuova glaciazione.

Rimpiangiamo un po' fanciulli quell'autunno che ricopre come piume il nostro corpo, tu padrona, mio tesoro sconosciuto, mio irsuto vaneggio, sai è da un po' che mi manca il suono della tua chitarra, il tuo canticchiare di traverso come sull'orlo di una tazza di caffè scolorita dal tuo languire e dal tuo esplodere giallognolo, accendi un'altra sigaretta.

Sull'orlo, dicevamo o dicevo, ma capisco che sei tu il mio abisso ed io sospeso tra paura e voglia d'avventura, ossia timore e libertà, una nuvola si impone imperiosa, il tuo sapore scorge l'astuta rocciosa scogliera, agitazioni motorie come spasmi naturali di tettoniche a zolle, maree di assenza di te.

Sbocci dalle tue stesse ali in metamorfosi ora candidissime accompagnata dal tuo fedele liocorno in miniatura e dalla tua artistica bravura.

Una cascata improvvisa dalle colonne corinzie ti ridà la limpidezza di un giglio immortalato dal mio sguardo ed immortale per tuo stesso gesto.

Forse questa stradicciola di campagna è un po' aspra, un po' adirata, alzi un po' la veste, non ti scuote fermamente il fango della gente, ti senti credo come Alice nel tuo mondo fatato, più che introspezione psicologica o critica sociologica, realtà cosmica.

Congiungi le mani ed è la luce, le divarichi ed è chiaro l'invisibile.

Ho capito forse di volerti, come l'elmo in battaglia, ricca di colori, stendardo novembrino di un amore mai sopito.

Guarda credo sia passato tempo, non è vero, è per dispetto, suonami, ti prego, ancora qualcosa, non sfiorire come rosa.

Oh! Non hai mai assaporato la mela della perdizione ma sei comunque maledetta, si crea il buio nella mia mente, darkettina mia e un po' insolente.

Ti deponi tra il silenzio e l'ultimo fascio che ci accende, ti intravedo un po' lilla un po' trafitta ma sempre fiera e mai sconfitta.

Vola la farfalla perché io, senza te, non saprei che scrivere, non avrei motivi per vivere, non ho più inchiostro, scrivo col gesso ma te ne prego, non violarlo con la mano.



Il treno dall'infinito



Una sigaretta accesa distratto alla stazione. Un coro di allodole e decoro alla Gondor.

Non mi muovo, sono immobile al secondo grado di noia heideggeriana.

Giusto un po' agitato, svilito, sfiorito.

Cambia come il suono stridulo il tempo.

Dorme accovacciato un cucciolo col suo padrone dai capelli rasta a elemosinare.

Non mi muovo, quasi mi stenderei nell'oblio di questa panchina mattutina.

Alberi ortodossi e commossi mi adombrano il fiato, non ho voglia di parlare e prendo a scribacchiare.

Lento.

Quanta voglia di tenderti le mani, di congelare il ricordo e renderlo attuale, senza sconto il tuo visino dolce e seducente.

Non so neanche più dove andare, la mia vita da gitano di cristallo, basta un soffio di sentimento ed in frantumi do tutto me stesso al vento mentre tu non ti tagliuzzi, sopporti le mie assurdità, le mie paure, le mie vili scommesse alla roulette, un altro giro e ho perso tutto.

Così, dici, il tempo è come il mare, sponda da lasciarsi andare.

Chiara l'acqua del vissuto, magari gli dedico un pensiero se rimane a flutti e gli occhi da sirena si perdono nel volto, il mio, sono qui, a desiderarti, a bramare quel tuo corpo da piccina ardita.

E poi sorrido, l'afa mi imprime un tepore di giorni andati e mai più scordati. Oh cara!

Potrei ridarti le mie mani, incrociarle alle tue, dirti ti amo sulla spiaggia fino all'alba.

E non voglio respirare senza il tuo fiato da bambina che mi inumidisce la pelle come ardente rivolo puro e suadente.

Tempo, penso ancora al tempo maledetto che fugge reo confesso et non s'arresta un'ora, ma poi è solo il profumo dell'aurora nel nostro amplesso che ci scandisce ardimenti che neppure l'entusiasmo dei sentimenti possono glorificare, solo umori disillusi, ma io non ti scordo, un giorno ti prometto, sarai sull'orlo di un cuscino a dirmi ancora sottovoce, ti amo amore.

Arriva d'improvviso il treno dall'infinito, la destinazione mia quale sarà? Un luogo dove forse la mia parola splenderà.




Abbracciati per l'eternità



E quando non hai più voglia di scrivere o pensare e un brivido t'assale, cerchi di starci dentro e scorgi il sentimento.

Alle volte la paura è un'arma che ci impedisce di varcare i muri della verità, altre volte è solo insicurezza, viltà e vanagloria stupida.

Non capisco come si possa odiare guardando negli occhi né tanto meno come si possa girare il coltello di traverso e con un colpo assestato tradire un amico oppure un nemico, tradire chi è della tua stessa carne, togliergli l'amore e la libertà.

Nel frattempo noi due abbracciati per l'eternità. Ah come sussurra il mare! Ah che voglia delle tue labbra, che voglia di baciare!

E assaporando nuove sensazioni nella nostra introspezione, siamo in simbiosi con l'umanità.

Poi più chiari e più sinceri (puoi pure baciarmi ancora, se vuoi), stringerci ed assaporare l'universo intero.

Ma proprio non lo sentono quegli altri il dolce vento che spira solo per la loro pelle?

Noi sulla nostra isola deserta mai siamo stati tanto a contatto con la vera umanità.

E stringimi, ti prego, fallo ancora, il nostro è un abbraccio universale, panteistico il pensiero, l'unico che mi sfiora, noi, due passi sulla sabbia, la luna, la nostra ridente padrona con la freccia nella fodera da cupido non scaglia che eros e amore.

Se guardi ancor lo specchio ci puoi veder diversi ma siamo sempre i soliti fanciullini, i poetini che piangono e al tempo stesso lanciano giavellotti al cielo.

Non credi sia importante divagare, saperci fare, lavorare, non credi sia più importante stringere una ragazza e saperla amare? Sì ho detto amare,

amare lei sola, unica al mondo, la tua meta di sempre finalmente raggiunta che con fasti dionisiaci è stata imbandita ad un orfico rito sbiadito ed è lei la pulzella ardita, la ragazza più sbalorditiva.



Traendo somme



Traendo somme con gli amplessi complessi dell'algoritmico tuo fiato sul selciato rinchiusi come albori delle clorofille in bolle di sapone dal superbo odore di marzapane.

Una funzione lineare un po' ondulata è l'ascissa del sentimento sul tuo corpo, coordinata alla maniera leonardiana e stralunata da un'incudine bislacca leopardiana.

Non so se la risultante sarà una decisione, una conclusione importante, termine caro in giorni d'imperio ortodosso sulla tua pelle di colori variopinta e dalla luce come lancia nell'ultima remora inflitta, ad ogni modo il vizio di punteggiatura è la distrazione, damasco dell'altopiano a ridosso sulla stessa epidermide salata.

Le melodie di ogni mattino stese al sole hanno posto assedio ma con pudore, il diluvio universale del nostro sproloquio ha ottenuto clamore grazie alla seta del tuo candore.

Ed alla fine mi chiedo se la storia senza capo e coda è un disarmante diversivo per il tuo volto giulivo già scordato ma al suono delle sfere accordato.



Aspettandoti sul nostro ramo




Aspettandoti sul nostro ramo, quello più fiorito, ricordi?

Aspettandoti prima di partire, per sempre lontano come il tuo incanto svilito dalle mie parole, un canto intenso di cicale.

Sei l'illusione dei miei domani e al tempo stesso dunque la speranza qui tra le mie mani, converge passato e futuro nel tuo sorriso ora immaginato, degli anelli fluorescenti ed altri decorati di alabastro sono approdo per i miei pensieri, i braccialetti stesi come guanciali sui tuoi polsi oramai consumati.

Ah come è lieve l'aria questa sera!, come vorrei potessi goderla qui al mio fianco! È tutto scritto, mi dicesti un giorno e confermasti il libero arbitrio in paradosso guardando me come giullare decorato nell'ultima battaglia contro la massa.

Forse nel vento a noi amico ci rincontreremo, i tuoi percorsi saranno segni tracciati sulla sabbia delle mie voglie, le tue, le nostre, il nostro cambiamento rinverdito, le cose cambieranno ma forse con moderazione, con la dolcezza che nei tuoi silenzi scorgo in fondo al tuo bel cuore di diamanti.

E come da tarocchi sortirà la sorte, puoi pure dare un nome alle mandrie o alle scale musicali, così da confondere l'inizio con la fine, il tuo corpo al mio fianco disteso e le mani intrecciate, sogni destati dall'albeggiare del tramonto, ed ora comincia la storia per davvero, quando non hai raggiunto altro confine che non sia quello tracciato sui tuoi bordi dall'eccitazione frastornati, sul ramo penso a te.

Fiorisce, è un attimo, poi disappare quella tua immagine da incorniciare, le spiagge mute ai nostri passi nudi, il lambire delle nostre discussioni è l'acqua cheta della tempesta senza rumore che corrode la scogliera.

Ah potessi sentire con me, qui al mio fianco questo intenso profumo estivo! Potessi lasciarti andare e l'intenzione ricamata indirizzare all'istinto razionale, in una sincretia d'affetti mai provata, forse perché da troppo tempo tralasciata, da millenni ormai dimenticata!

Forse nel tempo a noi nemico ci scorderemo, si convincerà anche lui della fasullità delle nostre sensazioni lineari, magari comprenderà che la descrizione di un ellissoide vale anche nel suo dominio e non solo in quello spaziale, poche parole ardite, il circolo non è perfetto perché non esiste sulla terra un vero triangolo ed un vero cerchio, sono approssimazioni ed illusioni i baci tuoi ed i rapporti umani, ergiamoci in alto, ti attendo ancora qui, sono sul nostro ramo.

Una viola del pensiero si posa sul mio palmo improvvisa, ti ho intravista, non mi hai dimenticato.



Tutto ciò che resta



Mi ponevo quesiti appostati sul nostro discorso, isolati noi due un po' dal mondo, ora che è finita non ci sono più domande, strisciamo nella certezza del nostro domani come insetti.

Non ce ne erano motivi per scomparire, forse solo l'abitudine di una storia che si consumava e ti avrebbe distrutto, ah mi ricordo negli amplessi di noi distesi! I tuoi capelli che coprivano il mio volto come tele di velluto indiano!

Poi arriverà già un altro, un sostituto come per gli addetti ai caselli, meccaniche le attese, sporgente quel tuo seno che le mie mani capienti avvolgevano al tuo ansimare come preda del tuo desinare, una storia mai finita, non tornerai ma sei ancora nella mia mente vivida e viva, un sussulto di campane, quelle che ci risvegliavano al tramonto, per Paesi sconosciuti, Monaco e la Baviera ai nostri comandi e noi sugli attenti.

Una passeggiata in bicicletta sul suolo partenopeo, rovinammo a terra per campagne e ci avviluppammo come allodole al far del giorno, io ero steso su coperte decorate, tu mi riempivi di ortensie profumate.

Tutto finì prima che potessimo soffrire, che un amore unico potesse ferirci, l'amore esplose in tutto il suo fragore quando con la tua mano carezzandomi dicesti addio.

Ci sarà qualcuno ancora che prenderà i tuoi polsi corrosi? che ti sedurrà con le parole e i sogni? traccerà forse come me il futuro ma non saprà mai dirti che senza di te la vita è un vicolo oscuro. Puoi pure piangere ancora sai! Noi a danzare di spalle come giullari matti. Chi altro lo farà e chi lo farebbe?

Parleremo forse un giorno ancora colmi di illusioni, le nostre che vincevano ogni patimento ed ogni paura, affrontammo il mondo intero ed ora soli ad allontanarci mentre la tua mano si distende e rompe l'intreccio con la mia.

Ti ricorderò per sempre piccola ragazzina che usi le tue iniziali invece del tuo nome.

Ti ricorderò come dolce audace ribelle che ha lasciato un segno indelebile, nella mia voce, la mia incudine su carta è tutto ciò che resta.



Un raggio di luna



Un raggio di luna penetra e crea orme austere sulla parete.

Un raggio di luna, ombra del tempo passato al fragore del vento.

La quiete dei giorni velati si apre al tumulto di questa sera incantata.

Nelle gelide nottate invernali sono rinvigorito al sapore della frescura diurna.

Nell'afa arida di questi giorni sto assaporando sieste sbiadite come la foto tua sul mio comodino riposta, tralcio di vite per la vendemmia delle nostre meraviglie.

Un raggio di luna penetra lieve, un po' mi accompagna.

Un raggio di luna, altisonante un cigolio continuo e incessante, poi più sotto un pensiero sepolto accompagnato dalla linea melodica a tonalità univoca.

Nelle gelide nottate di febbraio bramavo il tuo corpo come sedotto dalle tue poesie di fanciulla.

Nelle afose calure diurne di questo tempo ho cercato di dimenticare il refrigerio dei tuoi baci.

Delle tue parole resta il sentore di una storia destinata a non finire.



Tu nella villa comunale



Tu nella villa comunale stesa sulla panchina a mettere lo smalto lilla della sera, comunque il trucco di Gondor è svelato da un fantomatico Roll adirato.

Il rumore del sapore delle tue labbra è condito di lapislazzuli, marmi pregiati da Carrara ti immortalano adagiata.

Il rumore dei colori non si smuove neanche un po' dal tuo visino dolce come il maraschino.

Tu nella pace universale mi stringi stretto come fossi estromesso dalle tue cure, ma dopotutto quel frastuono nel tuo diario appunti una nota o due, arrangi un arronzato suono.

Il tepore delle labbra col lucidalabbra addolcite rende amara la sordina e non puoi suonare mentre riposi.

Il caldo (l'afa d'agosto).

Una sigaretta (due stecchini d'incenso).

Il tuo quaderno (macchiato di gesso).

Un paio di fumetti (Dylan che sorride).

Poi del ricordo la cornice.

Il rumore dei sapori è scosso come albori di cui vai ghiotta la mattina, alle sette già in cucina.

Il rumore dell'incudine batte forte sulle campane ed è un risveglio occipitale, lo dico per mischiar le tue carte migliori.



KLL



Io balbetto dinanzi a voi dall'arte somma perché il vuoto del silenzio con il vostro melodioso accordo avete rotto.

Avevo dodici, forse tredici anni e mi spinsi sul baratro della scrittura mosso dalla musica più che dalla scure della poesia, divoravo libri e fumetti ed ascoltavo estasiato le parole sibilline, quelle ribelli e quelle libere davvero, ero un po' un viaggiatore sperso tra i versi.

Non avevo forse sogni di gloria ma soltanto il desiderio di tracciare un solco nella storia con il mio passo insicuro, il momento preciso non lo ricordo, ma le muse di comune accordo con Apollo ed Hermes vennero a trovarmi, con Selene a sedurmi.

Vi devo la mia vita al di là della banalità di una mediocre disillusa pulsione fatta di rinunce e brilla al vostro suono la mia pelle che come un assiduo mercante cerca la sua perla.

Questa è la mia storia fatta dalle vostre parole, questa è la mia vita vissuta per il dolce suono del liuto a collo di bottiglia che mi spinge a suonare sulla scrivente le gemme della mia mente, voi siete stati tutto e sempre lo sarete, non dimentico le origini di una storia forse ancora tutta da raccontare, da folletti dei boschi spiegare, da comporre, da leggiucchiare.

Un groviglio di parole, un passo muto tra la folla.

Se le mie parole non lasceranno il segno come corpo si dissolveranno ma ne resterà l'odore di viola del pensiero, la dono a te più cara, a voi la mia simpatica orchestrina diretta dalla estiva brina.

Voi uniti nel bel canto, passi tardi i miei, seguiti dal loro sublime e superbo incanto, non so quale sarà il mio vero destino ma ho imparato a navigare controvento e ad ondeggiare come ubriaco sulle scale.

Vi devo un' articina imparata da carte sbiadite e malandate, dai miei orecchi attenti, dalle mie pupille dilatate al clamore di parole leggiucchiate.

Questa è la mia storia, sono solo fatto di parole, non attendo altro che un destriero possente che mi conduca sulla via impervia della vita come naufrago del tempo, invasore e cantore incautamente bellicoso.



L'esilio di Partenope


Partenope guarda il suo stesso paesaggio dal mare, le orde sannite invadono il magico borgo vecchio dall'incuria non protetto.

Lei ha cucito con le sue lievi mani bottoni sulla veste che ricopre il corpo di sirena incantatrice, ma si è innamorata del suo sguardo sbarazzino come una bambina, tuttavia le orme delle orde sul suolo interno si appropriano del suo fascino senza remore né paure.

O mia principessa della poesia, i cantori anche dopo la tua morte li hai saputi incantare.

Certo, sicuro, è vero, la nostra cultura è oggi schiaffeggiata dalle mani di stranieri egoismi ma, ne sono sicuro, qualcosa cambierà in questa città che è simbolo di una nazione e della bellezza del mondo città nuova.

È questa la ragione per cui non ti voglio abbandonare e resto mite ma qui con te a lottare senza tregua.

E siete ancora seduti rannicchiati per maledizione tu e il tuo amante a Castel dell'Ovo in dolce e atroce esilio, in attesa che le cose cambieranno.

E siete ancora chiusi come in gabbia a scambiarvi baci salati e leziosi, baci timorosi.

Ricordo le leggende che circolavano sul tuo conto, che cara ragazza dal trucco vistoso e dark in mezzo al mare coi pescatori!

D'un tratto raccontasti tutti i tuoi misteri allo straniero sannita che lo trasmise alle iannare, rinunciasti a tutto per avere lui dal bel volto.

Ma il segreto più grande, o piccina, non lo svelasti, lasciasti in tuo potere le vibrazioni dell'amore che il mondo possono cambiare.

O mia principessa della follia, gli artisti di strada in Piazza del Gesù Nuovo suonano ancora i tuoi motivetti e tracciano i tuoi disegni.

Certo, è vero, ne sono cosciente, ne sono sicuro, la libertà vera non l'abbiamo mai ottenuta ma abbiamo saputo serbare nei nostri cuori le culture del mondo intero e sappiamo ancora innamorarci davvero, nel guardare una ragazza negli occhi essere sinceri.

È questa la ragione per cui sono anch'io innamorato dei tuoi sussulti e dei tuoi frastuoni tumultuosi, di questo popolo dal cuore immenso.

E siete ancora lì, a guardarci tutti stupiti della nostra incuria e della nostra noncuranza.

E siete ancora lì, abbracciati a vedere come noi ladroni siamo cechi dinanzi ai nostri tesori.


Erminia



Erminia, et in arcadia ego, tagliuzzate le vene più di un anno fa, non la musica dell'mp3 mista di canzoni d'amore ti soccorse.

Nuda sotto la doccia a cercar così la tua felicità, uno sprazzo sereno poi le pupille dilatate.

Il treno che ci accompagnava nei discorsi vuoto è ormai, le tue amiche troppo distanti dalla tua realtà, un filo solo si addipanava, qualcuno diceva ci naufragava verso incogniti prati azzurri.

Le tue amiche non erano ancora pronte ad i tuoi cori serali, ai tuoi lamenti mattutini e le grida di rabbia erano voci velate, un po' offuscate.

Fumammo insieme dell'erba, ed il tempo passava, ti distraevi con poco, ma perché ti hanno abbandonata?

Erminia la regina nuda e morta.

Erminia io direi dall'oblio sepolta.

Erminia che il candore della pelle non ha saputo il vento smorzare.

Tenuti insieme per mano tracciavamo costellazioni e poi sognavamo.

Tu eri felice dei tuoi dolori, dei tuoi dispiaceri un po' meno, della noncuranza nemica.

Forse ora soltanto ti ho capita, il taglio è stato più profondo perché, muta, la società la risposta ai tuoi desideri non l'ha data.

Erminia la principessa delle serate.

Erminia la nostra amata ormai andata.

Erminia nel mio cuore, carta stampata.

Erminia resterai nel disegno di ogni costellazione, nella melodia del mio ultimo accordo.



Discorsi folli



Pioggia toccante e cinematografica nella tua mente.

Sete giallognola e aspra tra le gengive e gli incisivi sporgenti.

Stracolmi di euforia gli ubriachi della sera ondeggiano a sinistra, lieve il caduco introito di destra, spalmati come la marmellata i neuroni o pronti all'assedio bellicoso, un grappolo d'uva.

Messaggi telepatici ed incanto bilingue della nazione destrimane e cilindrica, sensazioni di quiete.

E la tempesta a volte segue questa calma nell'incrocio di sguardi, pensieri ovattati.

Il vichiano corso e ricorso dei bestioni e degli umani, dei villani e dei baritoni, privi di titoli accademici, i maestri distratti dalla natura, pensieri malandati dall'incuria guizzante della paura.

È la follia la molla della storia, è questa la verità neanche amara, ha un retrogusto dolciastro.

Siamo in simbiosi. Ci esuliamo come assediati ma siamo noi lo specchio del destino.

Il mondo è sbarazzino, lo sguardo tuo non è da meno, mangiucchiamo qualcosa, hai fame?

Prendi una tennens tanto la fame si dissolve come un fantasma, comportamento alimentare da adolescente sbadato a ingurgitare patatine vertigo.

Il nido d'uccello è il nostro fisso sguardo, un'altra fissazione.

Discorsi folli come la storia che si muove come quei tre ubriachi.

Una sigaretta accesa, l'odore del vento si confonde con quello del tempo ed ora leggi a ritroso quello che ho scritto e quello che scrissi.

Il circolo indo-nietzschiano è l'inizio dell'origine e la fine del principio finale, è un susseguirsi di invettive contro poveri cagnolini che si mordono a trotto la coda, se l'immagine è il serpente nella dannazione edenica il re del mondo ha maledetto anche il tempo che dissipa e consuma i nostri corpi giovinetti.

L'astrazione matematica delle cose naturali perde il contatto con la realtà, ma nel paradosso è quella l'unica certa verità.

La matematica infallibile dà più volte segni di resa. Il vero iperuranio è nei pensieri dei poeti non nelle quattro assurdità del teorema dei carabinieri o del coseno di gamma, cercalo piuttosto nella pioggia sulla sabbia, astratta ovviamente dalla mente sensibile e cordica, la mente dell'anima.


La sedicente saracena



La sedicente saracena con un velo che le copre il capo e le spalle sorride timorosa alla finestra.

Federico il mecenate nella corte siciliana a comporre sonetti e canzoni coi suoi notai ed amministratori, fiduciari di versi.

Tartari che scendevano come nebbia, beduini sepolti dalla foschia del fumo di hashish o dalle sostanze oppiacee che inalavano in sostituzione per mistica ascensione.

È l'inverno che tarderà quest'anno, che mostrerà il varco montaliano ed atteso, è l'autunno che libererà il giogo delle catene, senza pretese.

Lungo il tratturo antico al piano si abbeveravano i pastori mentre D'Annunzio sorvolava Vienna con manifesti inneggianti alla patria e al pacifismo.

Proprio mi stanno sul cazzo i viscidi avvocati, i medici che si credono unti del signore, gli ingegneri e i palazzinari, gli economisti, i manager ed i puritani, non parliamo poi dei politici e dei burattinai.

È l'inverno che si spera libererà dall'oppressione afosa dell'indifferenza, è l'inverno della speranza, della mia assurda pretesa, quella di viver la vita, la pretesa folle di felicità seppure solo sfiorata, colta in un attimo di verità.



Alle porte del destino



Alle porte del destino di nuovo io e te mano nella mano, con le bocche traboccanti di bacche balbettanti e claudicanti per i temuti incanti, parlare a stento, come assordati e respingere le insidie della paura cogli abbracci reciproci e remoti nella loro attualità.

Esser pronti per un lungo viaggio in una difficoltosa foresta, temere la tempesta, il vuoto e qualche naturale vendetta, poi perdersi allibiti dallo spettacolo dei pini, degli abeti, delle querce e sentirsi come ginestre sperse eppure coraggiose.

Dici no, dici che nei sofismi sull'essenza un ricordo può servire, alla ricerca di quello perduto non trovo resa.

Passeggiare per le strade di Vienna con il calendario tra le mani ignorando itinerari, domandarsi la conservazione caratteriale se può avere quell'influsso astrale di cui tu mi parli sempre, poi capire che la scrittura, il cielo è tutto e dio con lui, sì è così le scosse telluriche, i maremoti, le maree, le temperature e gli aspetti caratteriali ce li dan le stelle nel loro superbo danzare.

Oppure no, dici no, dici non generalizziamo, c'è l'eccezione.

Ma ti dico, è questo il punto, non c'è regola che tenga, le nostre vite sono solo anarchiche eccezioni figlie però di un sincretismo universale.

Hai da accendere? L'accendino l'ho dimenticato.



Incedi con passo leggero




Incedi con passo leggero coperta solo del tuo velo, il mare scosso dal tuo adagio e l'erba cresce ad ogni palpito, sboccia un fiore ad ogni gesto.

E poi ti vedo tracciare le parole che non sai ascoltare, con la grazia delle piante rampicanti ti adagi sul mio corpo e gli dai vita.

E sono in preda ad un affanno, ma le tue mani già lo sanno, sapienti carezzano un sorriso che dalle labbra inonda il viso, un'esplosione di colori.

E continui a tracciare storie che non vuoi raccontare, e continui a ricoprire questo vento col silenzio.

Poi tra i flutti sembri scomparire, come Venere a ritroso ritorni sirena generata da una conchiglia innamorata.




Ed è ancora sera



La sera stende il suo manto, un sole rossiccio m'illumina, è incanto.

La sera stende atmosfere celate agli occhi degli orbi, della dualità trinitaria persa nei borghi scanditi da chiare pupille della docile ragazza con le cuffiette alle orecchie e un refrigerio nella mente.

Sembra che non bastino parole a smorzare i silenzi, sembra che non bastino silenzi ad incutere i tuoi tepori serali.

E dallo sguardo sperso scruto rimasugli d'incenso, le nostre serate sono leggere ed estive, indimenticabili ed indimenticate, come due natanti all'incrocio di piatti suoniamo melodie nell'afa sbiadita, può darsi la penombra un mistero ditirambico ci sveli.

Ed è ancora sera.

La mia passione è svilita, sembra infittirsi la voglia di abbandonare tutto.

Ma come può un germoglio sfiorire senza appassire, può nel ricordo vivere senza svilire, ed è la memoria che mi salva dal tedio e mi affligge come rovescio di medaglia celtica e incisa su bronzo restio all'incrocio di sguardi, e tu ancora mi guardi e strizzi l'occhio.

Ed è ancora sera.




Restò una dolce rosa candida



Le fondamenta del mio pensiero tracciavo con cura, vittime dell'arsura del lavorio incessante come sciami di formiche, fisso in maniera salda il trivio e il quadrivio come cardo e decumano, la realtà triplice come pietra di volta, quella d'angolo una giravolta etilica e candidamente rubiconda.

Poi mi assalirono mille dubbi, tutto da capo, tutto da rifare.

Poi mi assalirono mille problemi, il tutto è già scritto con piume d'oca, ma ne varrà la pena?

La salda pietra sotto la scossa del reale perse il barlume di vero e a colpi tellurici rovinò a terra.

Restò una dolce rosa candida, restò solo una dolce rosa candida.



Conosci a fondo le mie paure



Si lamenta nel tormento atroce di un'età senza più voce.

Conosci a fondo le mie paure più segrete e già scrutate dagli attimi fuggiti, adolescenze in bilico, passeggiate in bici.

Potrei ora divagare, potrei sfiorarti con le mani.

Potrei ora silente fiatare il mio ultimo lamento.

Ma credo che la prospettiva del domani si imponga inaudita, mi stia fuggendo tra le dita.

Conosci a fondo, amore, ogni mio dolore per questo corpo vittima del vento, del passo tardo del tempo.

Potrei parlare.

Potrei dimenticare.

Ma la mia voce muta continua a sognare, tra un po' è già autunno, qualcosa cambierà?

Potrei dirti ti amo di sfuggita e poi baciarti e perdermi così nell'oblio dei sensi.



Il peso specifico è annullato



Il peso specifico è annullato da un possente fluido appena condensato, col bagliore degli occhi creerei le immagini e la matita è capovolta.

Insula in flumine nata, la tua sveglia nel dormiveglia, la tua curva sospesa da elettrochimica resa d'intenso incenso gettato a quintali su muschi e licheni, dai, diamoci un altro bacio.

E attraverso il ritorno ondulante, non è musica quella che esce dai lobi auricolari, la tua chioccia è punta dall'anello di roccia che solo l'aere profondo e tenue dà, la tua incudine ed il tuo martello, la falce e il grano cosiddetto.

Giallognole avversità in tramonti di verità, sopita sei un po' svilita, non ti fa più effetto il tossico detto, non una sola parola, non una speranza, non una motivazione se non melodie perse nel tempo che vogliono farmi continuare.

Continuare a ondeggiare, come pazzo in sulle scale, sto solcando un'epoca nuova e la gente indifferente muore oppure passa e sorride, qualche spicciolo per le sigarette, le meno costose, qualche danno collaterale per poter continuare.

E finirei con un bel, nel blu dipinto di blu.


Irrequietezza malinconica


Un'irrequietezza malinconica e trasognata la mia al di là della realtà, magari un cenno del tuo dito o un allettante invito intellettuale potrebbe di nuovo tracciare speranza nel mio animo in frammenti, eppure l'ansia che mi uccide, il tedio e l'accidia dei giorni sempre uguali, sei eterea a due passi ma mi sfiori appena.

Magari mai tutto è perduto, nella mia gioventù potrò ascoltare ancora silenziosa, leggere le tue poesie in riva al mare con quel clamore calmo delle onde che ci accompagnava, manteneva il tempo la notte che in refrigerio ti raffreddava e tu sul mio corpo accovacciata, io ora invece mi domando che ne sarà del futuro, dei miei giorni, davanti a scelte sempre più sbagliate, non ne ho azzeccata una, ma il risvolto della medaglia c'è sempre, sono un frammento d'uomo alla ricerca di una luce soffusa e di parole scritte anche alla rinfusa, sei eterea dinanzi a me e mi sfiori, non mi abbandonare!

Qual è la verità? Lei dove è se è vero che ti cerca.

Tra di noi dei segreti mia forma priva di sostanza che rifletti solo bagliori mattutini ma ti manca l'assonanza con le tue parole, sfiorami ancora, te ne prego, sono nulla senza te.

Qual è la realtà? È solo la nostra immaginazione, un triangolo sperso e maledetto dall'illusorio tempo, io ti cerco come limpida acqua di sorgente, pura mia assidua brezza mattutina, ti dirò come sempre le mie parole gettate in aria da un sorso di vento.

Potremmo fare i sofisticati coi sofismi e magari avere pur ragione, potremmo continuare a disegnare questa nostra vita separati ma un filo labile ci lega e non possiamo farne a meno.

Spero solo tornerai ragazza destinata alla più somma melodia.

Qual è la sincerità? Due parole dette di sfuggita, dimmi quale è il tranello per uscire da questa miserrima condizione umana, trascendere noi stessi?

Guidami tu, o mia ragazza, dall'armatura alabastrina e il volto paonazzo e i capelli mossi di quel carminio così intenso .



Mentre la gente guarda distratta



E mentre la gente guarda distratta il libero airone palustre si lancia al di là del confine terreno, mondi sotterranei lo attendono, trema già la mano al pensiero.

Un caffè di casa ormai tra angusti rifugi,

svogliati e disincantati, 

volati come cenere, smascheri il volto ed è già autunno, il volo di chi va via in migrazione è un balenare di lucciole ormai abbandonate nelle tetre follie cumane.

E poi i papaveri rossi, sangue lucido ed oblio, potenza dei sensi, espansione mentale, rigurgito come al solito astrale.

Vola nel cielo resistendo alla calura e vola che la stagione sarà un groviglio vago di temperatura, già vedo le stelle, il vino rosso nei bicchieri, mille palloni poetici in trotto nell'aere, mille spume, mille effluvi d'incenso, e vola, dimenticando quanto ardore il sole sprigiona intrappolato nelle sue redini sottili.

E l'afa rimane.

Giocare a tresette tra uno spaghetto e un sorso di vino con nosferatum che è sazio d'assenzio, potrà vivere già da oggi, con un cambio di rotta, la mia più sublime speranza, il desio del domani.

Ed è silenzio.

Maschere di ghiaccio sono sulla spiaggia, rendono oltraggio all'ultimo notturno spasmo, e che pace l'aurora, l'amore e i colori.

Non so se è sentimento il brivido che ho dentro, ma puoi guardare languidi gli occhi al crepuscolo, plasmati come violette.

Vola su ripiani desolati,

avvoltoio di pentimento, 

frescura, frescura, tu mi dici e sorridi, ma lo sai, già lo sai che cadrà l'ultima stella confusa e noi saremo in preda ad una nuova serenità.

Stella, vola che si attutiscono i miei timori, le parole e le esplosioni di incertezza, vola, non smettere spauracchio del presente che sei nella mia mente, un sorso d'acqua pura ed è subito mattina.

Volano i colori, nel cielo temperato, vola il tuo ultimo desiderio avverato, vola e non trova pace l'euforia della giornata ciclotimica e daltonica, vola e l'incanto scolorisce nel momento più intenso.



O mia Regina



E se volessi cambiare argomento, un fiume in piena arresterebbe il turbamento, in fondo un tantino assorbo quelle parole, poi ne invento, poi le scordo.

Cosa c'è dentro me, un falco in volo possente e incatenato che della vita ha percorso solo qualche fiato sfumato.

Un vortice, il solito maestoso, quello che spaventa, la rimessa, la stupida paura è come assedio che mi storpia quando in temperature avverse muto rotta e dovrei disincagliare il raggio luminoso e porgerlo al di là dell'ultimo fuoco,

hai visto? è già scaduto il biglietto del tram, il viaggio della mente un treno in salita che abbassa l'attenzione ed attendo la tua profusione, l'importante è dire assurdo quando ce n'è bisogno, gira a vuoto l'ultimo accordo.

O regina nella polvere celata ed improvvisamente illuminata, sorgi coronata e districata tra risucchi di biancospini.

Ed io da falco cerco libero attracco contro il mondo e per il mondo ad un tempo, carino il tramonto dei nostri sogni è la rinascita per nuovi giorni serali e imbellettati.

O regina nella cenere riarsa divieni ad un tratto materia eterna, un flusso d'amore sgorga nelle vene ed è già passione il bacio in tensione.

Perdendo il filo un po' per vizio un po' per capriccio, ti scrivo altre due righe, è già un impiccio, ti chiedo e poi mi schiudo pronto a ripartire, o mia regina.



Ad altro non penso



Sai, mente annebbiata, mentre mi concentro ed entro in contatto coll'Un invisibile che prende forma, ecco,

comunicazioni celebrali introito restio dell'inconscio collettivo, allineata la nostra costellazione con il bacio che dai in riva al mare, damigella decorosa eppure così viola il congedo delle piante che tramite angusti sentieri percorriamo, senti già il trastullo delle onde, il mutamento ciclico, il nostro allibito confronto.

Le spiagge dorate son granelli della tua vita, l'eternità l'abbiamo conquistata lottando con schiere di draghi e cavalcando liocorni d'oro bianco, il piercing è uno spasmo, una noia vederlo cadere ad ogni movimento del tuo nasino intimidito, unione di spirito e corpo.

L'estate schiarisce e tra un po' i variopinti colori degli arbusti saranno pensieri di domani, saranno speranze e respiri profondi, come l'anima che ascolti, la musica respiro della stessa, la musica spirito manifesto, ti bacio e ad altro non penso.


Parole al vento nel silenzio


Parole al vento nel silenzio, nell'intrigo destinato ad un sussulto per un bacio sul tuo collo scoperto, incandescente.

Quale è il senso delle tante frasi sconnesse, dei periodi campati in aria come atolli od emissari di una nostalgia canaglia o di un effetto a collo di bottiglia, filtro per le stupidate fatte con l'intenzione di cucire abiti spenti dai tuoi occhi sempre più accesi.

Tanti sogni e poche speranze ma nell'ostinazione il sentimento che permane figlio dell'ambizione e non di rampantismo come luce un po' soffusa nella nostra dimora ambita, un arredamento etnico e tre canti al mattino per svegliare i dormiveglia che scrutano la nostra vestigia di figli di un dio dimenticato eppure così vivido e sentito nella nostra interiorità.

(Pochi grammi di zucchero nel caffè, pochi baci ma buoni, io in realtà non smetterei di stringerti a me).

Il viale sussurra nell'estate, c'è un vento freddo nel ricordo, il materasso con l'accordo primordiale della scintilla universale.

(Pochi grammi d'assenzio, vino caldo, un letto su cui dormire con te, un altro canto).

Piccolo scritto vai tra paesi, monti, colline e città, urla come il tempo che passa e rendi vivido il ricordo della sua fascinosa bellezza che esulta come un mare in tempesta o come lo scorrere di un fiume all'ombra della cresta.



Ipotesi astruse sul tuo polso



Ipotesi astruse sul tuo polso perché la pioggia ci risucchia in un vortice abissale, soli io e te, inauditamente la questione da logica diverrebbe estetica e passerei ad una estrosa epistemologia ma del metafisico.

Ti vedo un po' stordita sarà l'effetto della polvere e del polline tra le dita, credo meglio riprendere dal basso per puntare al cielo candido.

Allora con sospetto guardo un oggetto od un soggetto e scopro l'identità, tra l'uno e l'altro non vi scorgo diversità, non sono utensili heidegerriani ma soggetti dotati d'anima, lo senti il dolce romore della macchinetta quando sale il caffè, sembra gridare, sveglia!!! non sono solo qui per te?

Ma d'improvviso sarà quel tuo profumo che si impone sensualissimo e allora lo confermo è un'anima cosmetica la tua dolce essenza di cobalto.




Tutto cambia in mutamento statico



E sei affacciata al balcone della scuola, fumi un'altra sigaretta in silenzio mentre lo spirito del diamante, supremo ardire, sfacciato ti sfiora un po'.

Alzi un poco la testa nello sbuffo, chissà a che pensi, se al tepore dell'autunno o alla congiunzione astrale dell'inverno che riporterà tutto alla normalità.

Riflettendoci sopra un po' d'erba cresce sui piedi fatti a conchiglia, i pensieri assorbiti, un eco lontano, mi sfiori la mano mentre si agita la maretta della rivolta studentesca.

“Siamo noi soli”, dici e sorridi e tremi, hai voglia di me.

Ed allora un abbraccio plurimillenario, un approccio geologico e atmosferico dei nostri corpi che si sfiorano, la pazienza delle tue nobili trincee, le placche della Pangea che si dividono ma un giorno in congiunzione questo eterno movimento sarà la libertà tanto sognata dal nostro fermento, poi un sorso di vino, mi stringi un po' più forte, ti do la mia coperta ma restiamo mano nella mano avvinghiati nell'abisso.

E finalmente dalle tue parole tradirò un ricordo, sarò sempre più libero, un Icaro distratto ma fremente come il segno che hai impresso sul tuo polso.

E in silenzio prolungato, quasi meditativo, scompare dalle cose e dalle persone ogni tratto negativo, i valori hanno fallito, guardiamo ad una nuova filosofia, lo studio sistematico dei fondi di bottiglia, fondi dove alberga l'anima più pura e che deve esser solo manifestata dallo spirito.

E stasera, ti dico, tu lo emani.

Tutto “peace e love” il nostro incontro, bandiere d'Assisi con la pace, spillette trasversali con i teschi, un po' un “memento mori”, un po' pars destruens.

Ed allora zitti costruiamo con un bacio arrogante nell'etimologia distruggeremo questo inferno di schifo, questo impero claudicante.

E passa il tempo, ormai un ricordo lontano, fondo di pietrine di fumo e di rimasugli di ciliegi sottospirito, magari tu che sei la mia nuova amante, dimmelo per sempre, dimmelo tesoro che ti adoro e ti rinnovo i sentimenti come clandestini a bordo, perché sei la più bella, tira un'altra wiston e scorgi il sole che sta nascendo ad est, ci illumina l'intenso, ci apre le porte al mondo sconosciuto del domani che poi altro non è che una nostra speranza, includibile nel presente.

E tutto cambia in un mutamento statico, sei la dolce essenza fluorescente della vita, sei il pensiero, l'aurora del mattino, sei il mio sonno, compagna di Morfeo nella notte, mia dolce Selene, Artemide cacciatrice e Pallade rivoluzionaria, ti coprirei di baci come fosse pioggia al sole.

Ti amo così, un po' pateticamente, domani tradirò e tutto il resto sarà un surplus ma immanente nell'animo nostro.


E' scesa l'ultima goccia


E' scesa l'ultima goccia giù del tuo sapore blu, credo che sia il motivo della nostra trattenuta nella stiva pleonastica e fantastica.

Il gran cerchio del tempo più lungo di così, da pi greco alla sponda del sollievo, in realtà sei il mio sogno per metà, sola contro il mondo sei tu.

Non ti aspettavo sai, stasera più che mai il mio corpo è proteso alle tue gambe intrecciate ai mie capelli.

No, non farlo, non distruggermi, nel tuo pensiero lascia spazio al mio futuro.

Poi ritorna quel nostro circolo perverso menato per l'aia come fondo di grondaia, i tuoi occhi dal luccichio insolente, i tuoi sogni da bambina un po' invadente.

Nel puro, intenso godimento.

Godimento.

Agitazioni spastiche, tardo rock.

E passi di sfuggita, mordicchi un po' le dita e mi dici, sono stanca di viaggiare, posa l'auto all'autogrill.

Posa? Un panino e poi, cento lire nel juke box, ondeggi a stento quando premi il cuore lento, sei bella sai quando sospiri e alzi le mani, come a dire non lo so.

Tra gli accordi sei distesa come arresa e me lo dici come pupilla dello stelo un po' inclinato, un po' svogliato, dai tuoi sogni agitato.



Novembre 1968


La marcia ingranata nell'accelerazione infestata, qualcosa da dire, erbetta da fumare, pensare col tempo agli errori e all'ipocrisia per scoprir se il domani è congelato e insicuro, poi ad un tratto dirsi che non ne vale la pena e sorpassare senza accostare.

Ti amo e lo sai, vado via e ne soffrirai, resta pure a fianco a me, non arrenderti mai.

Porsi degli obbiettivi a colpo di chitarra, schiudere le porte, sorseggiare una birra scura piangendo della tua frescura autunnale.

Poi le violette sedentarie ma attente, i baronati e gli inciuci, le chiacchiere da comare heideggeriane, in questa riunione sovversiva cogliere l'egoismo dei fiori, scroccare un passaggio se va in fuoco l'autovettura, sentirsi immortali, e rider di gusto agli errori, poi piangere di nuovo ed aspettare te.

Ti amo e lo sai che mai ti dimenticherei.

Impastare del formaggio per rendersi utile alla comune incrociando nuovi sguardi ma lasciandoli alla deriva per tornare da te che sei la mia vita.

Passaggio inconcludente, fine deludente.



Gradisci del latte nel caffè, amore mio



Una parola non la puoi mai consumare se sopra l'acqua volteggia a dorso come un crinale, e regge il mondo su queste circostanze indissolubili mentre io e te passeggiamo come due stranieri,

quanto dolore è esploso in un attimo in me, che confusione hanno generato le tue azioni, ho studiato a fondo le intenzioni, capendo che è l'attimo che conta, la nostra pura apparenza che volteggia in aria come un pallone a incandescenza col gas nobile e stizzito che ti fa perdere per un momento, solo uno, il fiato.

Sgocciolano come arpeggi le parole e cerco appiglio nel mio cuore docile, ma sei in riva al mare, il cielo minaccia un temporale, le onde investono il succinto vestito che mi fa impazzire, ho creduto a fondo che fosse l'infinito, non ti so scordare, anima graziosa.

La spiaggia imbevuta e tu tra il telo imbacuccata, credo che metà del sogno l'ho già scontata.

Partono prorompenti i treni alla stazione, senti il fischio e immagini i vagoni, i nostri pensieri fuggono ed è già ieri, tutto statico e immobile il destino, due dita incrociate, la follia del mattino.

Mentre continuo a scrivere e parlare al vento i tuoi capelli sono mossi al mio fermento e mi stringo questa volta un po' più forte al cuore.

Guardo una foto e si scatena la rimembranza dell'attualità, le scorciatoie rese viole del pensiero per raggiungere un sentiero in cui io ti tengo la mano, tu mi dici di sentirti strana, sarà colpa del tempo o delle Parche il lamento.

Magari il futuro cambierà tante cose perché figlio della nostra più intima speranza, ma devi crederci, amore, anche se a volte rallenta il cuore, Davide disse, fermati o sole.

Sgocciolano altre parole al muro, impresse con l'acrilico della ripetizione, lo sciocco riff dell'azione, un abbellimento per la colazione, ho creduto e vincerò anche se resto attento, solo, in un mare di frumento.

Parole sulla tua bellezza e sulle nostre perversioni,

gradisci latte nel caffè, o mio amore?


Riff


Penso dunque volteggio come solfeggio e vado all'inverso, la percezione extrasensoriale è fluido nel fruscio degli spiriti, Dostoevskij al bar, non è sperimentazione l'emozione ma prova pratica pronta per essere ignorata dal passante incurante della musica, un altro gettone nel juke boxe e pochi spiccioli al mendicante col violino elettrico della relatività, o almeno credo.

Cosmico il ricordo fisso in me, una malattia la linea bianca tra genio e follia, si accavallano le gambe nel discorso che saltella come la civetta da un posto qua e là, bene dove canta male dove guarda e tu non consideri per niente il fatto che siamo soli, l'io presuppone un relazionarsi finto e a metà, ciò che guardiamo negli altri è solo proiezione della nostra assenza, credo.

Il traffico della città all'ora di punta è un coltello teso alle mie braccia che solca la verità due tre olivastre vestali e vergini di clausura in contemplazione come ad adorare il sapore di un bignè, buono il crauto di prima mattina all'aeroporto di Bruxelles mentre il parlamento di Strasburgo è bilingue esclude il bel sì, magica speranza.

Ok, va tutto bene, due parole e poi, e poi, stop.



Intro estroso



Intro estroso.

Dentro noi c'è l'entusiasmo di uno spirito beffardo.

Intro estroso.

Non sempre vale la pena, non sempre è giusto continuare.

Intro estroso.

Parla con lo status divino, sei apparenza sublime e stemperata, puoi tacere senza essere ignorata.

Intro estroso.

La paura del nostro abisso muterà solo se ti fisso.

Forse il silenzio dei tuoi occhi non è che pura fantasia, forse il temperamento del tuo dito sollevato in meditazione è sintomo di eccitazione al di là della sensualità già insita nelle orme che mostri con pudore, forse dal nulla nascerà un sussulto, quello che avevi senza dimenticarmi, gira il verdetto della nostra poesia scevra di senso e pure così concentrata in mille navicelle notturne.

È giunto il momento, è venuta l'ora, cosa sono io per te? dillo senza fiatare, è giunto il momento di realizzare i sogni miei, tuoi e di noi tutti.

Intro estroso.

Sono ammutolito, dal venticello allibito.

Intro estroso.

Credo di divagare, ma saltando da un pensiero a un altro puoi anche tu volare.

Affinché distruggessimo la materialità della violenza con l'amore dell'anima nostra ormai incandescente mi spiegasti il sistema avviluppato su sé stesso.



Guarda il vero



(Nella Terra di Mezzo un rombo sul tetto a strapiombo).

Ero fermo alla stazione con l'intenzione di mirare treni nella noia heideggeriana e avevo il viso pieno di furore

(guardavi tanto mentre ti raccoglievi nel pianto)

nel sentirmi vivo come non mai nel disquisire con la panchina una qualunque (piacere tangente) ma a volte anche le scritte rendono l'inanimato immortale.

Solitudine,

( soluzione), beata inquietudine

(dannata volubilità).

Continuavo

(la tua vita è diversa se senti l'odore di una donzella),

se mi vuoi sono tuo allunga le braccia

(ma se poi lo perdi)

solo se lo vuoi però

( non arrenderti),

non perdere in divagazioni quello che dice il tuo cuore è puro e semplice e lo conferma

(guarda lì) il tramonto partenopeo.

(Il pub era pieno di gente) qua usano pinte dipinte (ordina pure un doppio jack) e due crodini serali per le future prossime invasioni nelle aurore boreali.

(Guardati attorno rischi di perdere il controllo).

Mi colpisce diritto al cuore il tuo pudore e quell'occhietto ribelle ma anche il silenzio tenebroso delle apparenze,

la donna perfetta

(le invasioni continuano nella Terra di Mezzo)

che brama in tutta fretta.

Guarda bene, ripeto guarda il vero.

Nel sorriso del mattino riposi ancora, che carina, mia sbarazzina.

Guarda lì, ripeto, sona il bel sì.

(La notte trascorsa da un locale a un altro, la birra a fiumi, prego esula per i drink il ghiaccio, così mi piaccio, riposa pure, domani c'è da fare e tu sorridendo chini il capo come a dire sì).


Il lieto rumore delle tende



Il lieto rumore delle tende mi rimanda sincero a te.

Tra le strade viaggia l'anima tua che non risponde ai miei quesiti come un soffio della guardia di frontiera che controlla il desiderio perverso del mio intento.

Viaggia la mente e ritorna a te, alle serate erbose tra i fumi dell'incenso.

Ed è solo un momento che vedo la mia adolescenza sfiorire nell'età matura, vorrei che una foto prendesse vita e ritornassi magari un po' tu, ragazzina dagli occhi colore del cielo, anarchica per semplice complessità, penserai, chissà, se qualche volta di sfuggita a me.

Sta arrivando il nuovo anno e chissà se qualcosa davvero cambierà o sarà solo il frutto di una nostra più illuminata umanità.

Nella mia stanza un sussulto e c'è un'immagine di te, mia maestra e allieva.

E fuori il collocamento chiudiamone un altro, siamo soli io e te e non te ne accorgi nemmeno, passa il tempo e siamo cambiati ma qualcosa dentro te di me ancora c'è.

Il lieto rumore delle tende mi ricorda le tue gambe divaricate al vento dell'estate.

Poche parole su uno scrittoio antico, questo sono io oramai, eccomi qui, tante abitudini che non ho perso, fumiamo ancora la stessa marca di sigarette?

Il lieto rumore delle tende mi sussurra che darei ancora tanto per te.



Candido



Una speranza inviolabile, sigillo impresso sulla cartapesta delle tue emozioni, ascolta il silenzio, la via eccola qua, legami indissolubili, passioni carnali intrise di spirito sgocciolato come dalla nebbia intriso, sembri ciò che non sei, come a dire violetta, la passione svanisce in fretta.

Candido, il canto di cicale nel paradosso invernale, sei luce che sorprende e inaspettata promessa, sei il vuoto di una stanza che è ricolma di te.

Candido, se l'ottimismo è un fuoco che riverbera, la sensazione pulsionale è la risposta che cauta e paziente ci attende, un saluto, bacetto estroverso.

Dici e sorridi che ripeto sempre le stesse parole, ma quando le hai impresse nel cuore l'acqua raggio non distrugge il colore, tuffiamoci dagli scogli che c'è il mare di sapienza che spalanca le braccia nell'attesa, siamo soli ancora io e te, che tramonto stupendo inzuppato nell'acqua come biscotto proustiano del ricordo.

Candido, se l'eroico furore ci porterà oltre il confine del sapere, se la mente si espanderà oltre il tuo pudore, due parole te le dedico e tu per me che fai? Sei gocciolina perversa e già lo sai.

Candido è solo quello che blocca la scrivente, dai continua a scrivere parlando col tuo micino dolciastro.


Tu animal grazioso



Tu animal grazioso, tu senza ormai più suono, dipingi gli ultimi istanti come nebbie atroci e beffarde, sale il mi minore della nostra storia e rappresenta lui in silenzio la nostra stessa clemenza, la nostra verità.

Un carillon suona per rimembranza o triste rimando, al posto di cose ci sei tu.

O animal grazioso, o fulgida sordina.

Passa trionfale l'armata letale e noi ridiamo del gioco di parole, anacronistici in questo mondo parallelo, c'è un sentiero dalle mille biforcazioni e poi c'è il tuo dolce volto e poi ancora tu, mio passato, presente e futuro a un tempo.

Passa e non dà scampo se non guardi nello specchio quel che ti ho detto.

I cardi questa sera struggeranno l'atmosfera.


Teologia sperimentale



E vaghi per il deserto senza spalle coperte.

Ti sorge un dubbio intramontabile, le statue non sono più le stesse senza il sorriso di terracotta.

Le anime sperse negli anfratti, le scorgi facendo trentuno e si salva il rifugio mentale.

Cosa vuoi che conti chi tu sia in questo mondo, l'esser sé stessi più autentico è per il parallelismo non euclideo.

Ammide di nucleoside proteso al vento contrario, l'introito netto della meccanica, il quanto ed il bosone, la gemmazione delle piante, le betulle e la fotosintetica interruzione delle stanze poetiche che in un attimo ti rimandano al creatore, la vita nova è vuoto contenitore aperto ad altri contenuti sconosciuti, etica etilica, nel vuoto si ripropongono situazioni estrose che non sai rifare nella realtà annullando l'esistenza della stessa, se l'infinitamente piccolo altro non è che infinito allora è massiccio il peso dell'elio nel comunque infinito cielo dove vola per dispetto il palloncino e tu bambina.

Dcotgx=-1/sen2 x.

Se sei furbetto nelle regole di derivazione non scorgi mica la biologia del sogno, l'onirica teoria del sonno.

4ac-b2/2a; e =mc2, la storia sta sempre lì.

Suoni dolci come le mandorle e il lillà.

Dimmi amore il passo tenero, dimmi dove sta.



Cerchi le parole



Cerchi le parole, quelle nella giusta ondulazione, va bene così non va, ma se sposti il tuo sguardo il fiore sboccerà.

Potremmo periodare senza verbo, no che non ha senso ma bastano le tue labbra, sarà che senza te è tutto più difficile, anche quella dannata parola, che volava sui campi di grano, nelle nottate medioevali su boschi fitti di lupi, ma io oramai ti conosco, guardo quel tuo viso, quello che sogna di navigare sulle nubi e condottieri da distruggere.

I piccoli aforismi, ne abbiamo fatti tanti, generici e bislacchi, specifici per ogni occasione, ossequi alla signora, e allora tu ti volti come sai fare con le lenzuola da violare.

Ma questa volta credo sia la definitiva, non hai altro da espormi, mi soccorri, ma non è solo della tua carne e delle tue parole che vivo ma anche del tuo profumo delizioso, quel profumo che inebriante sboccia come fiore tra le piante.

E se proprio vuoi sapere qual è il segreto, ti prego stringimi ancora con tutti i miei guai, perché lo so, lo sento, tu ci sei, prigioniera scalza nel tuo tempio, ed ovemai di me dovessi ricordarti strizzami l'occhio e manda sopra il mio respiro quel tumulto come quando ero ragazzino.

Ora mi guardi, sorridi come sempre e sempre altera sei, io sotto il tuo manto sapiente sarò un piumino incandescente, ho voglia di una birra doppio malto per smorzare un poco la tensione e tu che sei ovunque la dipingi ed io già sorseggio quello che è il mio piumaggio.



Ponendo un punto fisso


Ponendo un punto fisso e ben nascosto sul tuo profilo ingiallito mi accorgo attonito che le parole sono lontane dai gesti, risuona nel mio inconscio un pensiero sepolto ed è questo il motore delle mie assurde confusioni.

Ti vedo ancora passeggiare incappucciata per le nostre vie e chissà se ancora ti ricordi di me.

Passa un altro giorno nel tempo che non esiste ed allora ti chiedi insolente se sprechi cosa, diamogli un nome a questa inesistente dimensione vissuta e cresciuta coi nostri patemi d'animo e con le nostre gioie inconcludenti.

Non so davvero se ancora mi pensi se il tuo mondo così vicino al mio si è ormai dissolto senza mai venire al dunque.

Nel silenzio tu, chimera eterna non ricordi e gira la banderuola, il pensiero è sempre di traverso dove quel punto è l'unico immisurabile granello che ci tiene ancora uniti e di cui tu forse non hai più memoria.

Non puoi dimenticare quando schivavi i miei passi d'amore, quando non c'era altro tra noi, quando assaporavamo l'anima dell'assoluto quella notte da soli seduti, quando ascoltavamo le nostre parole, i nostri monologhi erano inconfondibilmente l'uno per l'altro, con te tornerei a quell'epoca lontana, in un attimo le cose cambierei, ma il passato è dell'oggi il domani.


Tutto è nostro


Sul piano su un abisso ti miro, tu sei dissacrante come sempre ed io coi miei occhi ti investo, c'è qualcosa che mi insinua, è il tuo pensiero anzi il vederti così chiara nella mente, tutto si è adagiato ai nostri piedi, tutto risponde solo ai nostri comandi, tutto arriva dall'assoluto, tutto può essere nostro.

Ascolta la melodia del sempre dalle pupille sgorga l'incenso, sprizzi di nubi oscure per chiarire il nostro punto, tutto è nostro, tutto ruota attorno a quel segno, tutto anche l'amore più urlato, tutto anche l'amore mai esistito, tutto anche me e te.

Tutto!

Sogni astrusi ma convinti per sanare le tue indecisioni, guardo ancora più giù con vertigini audaci aspettando tu dica sì, è pronto l'ormeggio del desio intramontabile.

Tutto è nostro solo per amore, tutto è nostro solo per capriccio, tutto è nostro per delizia tutto anche me, il mondo e te.


Due o tre parole



Due anzi tre parole nel vuoto, aspetta un minuto che guardo, due o tre parole nel vuoto, aspetta ora scendo.

Le storie di signori

incontrastati dal dominio, 

nelle ore perse tra il Danubio e il reverse, si avvicina la festa di Berecyntia, allora Lilith pone un guanto nello stagno con la dolcezza di una quiete maldimessa.

Gli orologi a pendolo con il cucù, l'integrale inverso che scapita sulle scale.

È tutto un caos, ci pensi tu?

Due o tre parole e salgo su, guardo all'orizzonte il mare, due o tre parole e mi tuffo nell'immensità del cielo di Modugno.

Sognai passioni inconfessabili che in limo litis agli opposti fisici delle sinapsi fecero da giudice, io ti invoco, scendi o dea dai mille volti, il tuo gesto è scaricato dall'iva.

Ho perso il sonno in questo sogno dall'incenso adorante, le storie non si inventano, scendono da sé come calzate da febbraio accanto al rimario.

Parlami un po' di te e delle passioni, io ti invoco Brigith, e mi scordo della 7up.

Le ombre della polvere umanizzate dal soffio di vento, oh passione, passione eterna, rigira l' LP da te in mancanza di THC.

E la musica va. Trallallero trallalà, banalmente ti amo, dimenticando i fiori.

Due o tre parole, un tiro my friend, ti adoro Hathor delusa.


Ah!



Son coriandoli, quelli tuoi, buttati all'aria, vibra il suono, penso o no, la mia base musicale che si perde tra i grovigli di storie serie e mai inventate, sentirai la verità che ascende quieta fin lassù, dammi il mi, nel bel sì, tutto fatto alla rovescia e lo dico, ti sei svestita, campata in aria la pretesa, e non val la pena sprecare altri fumetti se fai l'indiana sulle scale tutta dipinta tra le tue stesse brame, ok, d'accordo va bene, scacco alla regina.

Ah! che bello il riporto! lo stavo aspettando in questa realtà frazionata quoto perfetto, e non parlo del social network.

Ah! che bello l'inverso! Lo componiamo e poi facciamo il reverse, credo che così ti senti perfetta.

Questo è il ricordo, da sfiorire e da capire, poi aspetto Godot, poi mi perdo nella tundra adagiata a dessert del desio, e siamo alla frutta.

Questo è quanto, suggerimento, ascolto ancora, quel folletto,

gira nella mia penombra 

il monacello un po' ubriaco, è prima mattina, pensa al tempo, non ci sento e non penso.

Ah! marasma perfetto! se lo dico e scrivo ti oscuri e dai senso al flusso di parole, ulissico e filmico, ciak al primo arrivato.

Ah! che bello così! Dai non ti spostare dall'asse cardinale, vedo che ci sai fare.

Questo è quanto penserò quando in silenzio per non svegliarti me ne andrò, e non è un tabù, che ne parliamo a fare.



Te lo dico così



L'antropologia culturale dell'atomo di idrogeno che esplode per contorno, forza, dai, continuate che le storie sono semiserie, c'è il fondo di verità nella follia, puoi pure rimarla.

E cosa vuoi che dica del mondo che mi aspetta, delle persona che passeggiano indifferenti e dispettose, tal altre vanagloriose, piene di sé e senza rimpianti cancellano con un colpo di spugna la gente che diventa fluorescente fluido da rigettare per i gomitoli di lana che non sanno tessere o aspettare.

Te lo dico così, senza pudore e farneticando un po', la folla che ostacola i miei pensieri mi sta in sordina se penso fremente a me stesso incandescente e pronto ad esplorare ciò che voi non sapete vedere.

Un'altra apparizione, la madonna e la pietas, nella tundra oscura una ragazza che addomestica la lonza, la lupa e la leonessa sbronza, le rivoluzioni culturali seguono soltanto la stima della musica e son frutto di una realtà sfiorita.

Cosa pensate che vi dica se non c'è più fiato dalla mattina?

Sono un semplice balbettante dinanzi alla verità divina.

Che dolci illusioni atemporali, ah! che passioni! Il pensiero nuovissimo non lo riesco a scorger.

L'epoca della vendemmia è giunta all'ora terza, pensaci un pochino, se vuoi faccio l'inchino.


Sei un miraggio come reggia diroccata



Sei un miraggio come reggia diroccata, la tua immagine che riflette sul mio corpo e vive ancora in me.

In un giardino fatato io appisolato mi immergo nel verde ma non dimentico te che sei in ogni cosa stupore e disincanto.

E per un attimo ho una vertigine assurda e mi viene la voglia di ritornare a un passato indefinito e lontano.

Un sapore disperso e spaurito sono ora io.

Nei roveti roseti turbati e tanti diademi trapunti dalle dodici costellazioni ed immensi come un retrogusto d'infinito sono i giorni miei che trottano a ridosso di un eterno ritorno.

Nella foresta nera un'atroce rimessa di fiati che accordano la voce ad ogni tuo passo felpato, come pioggia il manto che hai appena tracciato.

E come vorrei fissare questo momento su filigrana ma passa il fluido nascosto del senso della parola ad una velocità superiore alla luce ed ogni tempo si confonde.



Piove



Piove sulle tamerici riarse dal tempo perdute e dal senso delle tue parole confuse.

Averti è ormai il passato ma sei atroce.

E sento che non c'è più il verso di ogni lacrima che ha perso direzione, ti schiarivi nell'autunno mentre l'estate mi aiutava a conoscerti ma come eri e sei veramente lo avevo solo sospettato e, credimi, fa troppo male il sole del mattino quando sveglia tu non sei più al mio fianco, e ignorami, inventa un'altra scusa ancora ora che non siamo più insieme, spreca una parola maledetta ora che non mi puoi far male perché ho già sofferto e questo non lo puoi sapere mia cara amica.

Piove ancora nel campo dove i fiori germogliano malgrado te.

Averti è ormai solo un sogno ma adesso che non ti ho più al mio fianco forse sto meglio.

Potrebbe essere il futuro, un sentimento che sgusciava via dalle mie mani e credo che era solo un sogno.

Piove e non so aspettare.


Aspetto


Ma sono solo fitte speranze quando respiri piano appesa a un punto di domanda, oppure all'angolo di quella strada, così, giusto un po' immersa dentro i tuoi pensieri mentre un attimo di sfuggita mi guardi, come un passante che attira attenzione chissà per quale misterioso rito ti ascolto e ti sento a me un poco più vicina, saranno gli occhi o forse il tuo cappello, sarà il tuo volto che sembra da ragazzina, così, dicevo, ti ho più vicina, guardi l'orologio come fosse l'ora determinante in un rapporto e poi ti accarezzi il polpaccio con la suola, guardi a terra rimuginante, è solo fiato sperso tra le piante, credo sia questa la tua conclusione, scisso lo ione come fosse indivisibile iato, sillabeggi come fosse niente, e me ne accorgo dal tuo dito sospeso che come in bicicletta ondeggia e divide con sapienza le mie parole in sezione aurea, rispettando metriche duecentesche, è solo un attimo per le chiare acque fresche, adagi infine il tutto su un pentagramma, il rigo musicale lo leggo e un po' mi piace, ricorrono le stesse parole ma le note sono così disilluse da farmi sognare di andare distante, su una nuvola lontana o in altri paesi, lo vedi che non ti sei arresa e neanche io, è un balaustrino che ci rende perfetti leggendo le nostre balbettanti imperfezioni ed una nuova marca, un marchio, un simbolo od altro racchiuso dentro al libro, per pudicizia sempre chiuso e sigillato, me lo porgi con longhissima manu, sembri avere ius vitae ac necis, che bello quel pensiero di rivolta, giochi col fuoco, cara, e si sta facendo sera, in piena notte so che leggerai o con un dito in bocca solo immaginerai, e giro l'angolo e non mi hai più in traiettoria, ogni balistica è stravolta dai tuoi sguardi che piegano palazzi e sassi, in un attimo è la confusione che ti raddolcisce, ma poi sicura prendi e sfoderi la spada triste dalle tue labbra in movimento inclinate, pallida e dolce in un secondo, e te lo dico topomasticamente, non ci giro attorno a quell'intorno costruito, ma come fai a pensarci? miri il dito ormai trafitto, sembri morente quando tutto è chiaro, su per le scale del gaudio inesistente e vago, ecco, vedi, sei sullo stesso piano e non ti inclini con la metafisica di un autotreno, sei irrigidita ma sorridente, hai solo un attimo per i pensieri in fuga mentre ti sento trottare e roteare come dardo astrale.

Comunque se non vuoi è lo stesso, aspetto.

Come ti posso contenere con la musicalità delle mie povere e sempre le stesse parole? Potrei provare a disegnarti se il tuo volto non mi sfuggisse, ma in ogni istante di questa primavera anticipata germoglia già il pesco e non te l'aspettavi, germoglia dalla mia finestra e giuri che non ci credevi, con un atteggiamento sbarazzino sai socchiudere e lasciare immaginare le porte del destino, quest'amore appena nato è come mandorlo confuso, verrà il giorno e avrà il tuo nome, impresso sulle soglie in declinazione, santi numi mi pensi! è tutto appena appena sperato e nato, mi sai confondere e come te poche ci riescono, bellina mia, mia dolce, per te sta calando il sole, per te le stelle e la falce di luna che sorride beffarda ma silenziosa e fissa ti guarda e sa capirti, ecco che scende la scala musicale, con la chitarra proprio mi vuoi cercare, guardi diritto e sai di avermi trovato, ma poi ti fermi e non sai finire e così dici ho poco da spartire con i miei stessi spartiti che viaggiano da soli, partiture come flussi di coscienza, è l'attimo della tenerezza.

Comunque se non vuoi è lo stesso, aspetto.



Ah! o mio dio!



La musica governa ogni evoluzione culturale, e così lo puoi capire, cari adoremici che credete nei numeri senza contare nella loro intrinseca unicità sonora.

Non credo sia dedotta la frase che ho scomposto, Hegel era un coglione, Aristotele lo sa pure fingendo che ad un certo punto l'uomo si fermerà, ma credo, e qui Darwin non lo sostengo, che non è mai iniziato un mutamento che la realtà è unica nella sua staticità.

Ah! o mio dio! Fingendo indifferenza, la tua incredulità mi fa un baffo, sai. Non mi tange la tua stupida verità, gli ideali, il matrimonio e la famiglia, che realtà imborghesita e monocromatica.

La benedizione fa un ammicco alla reale condizione di castità, ci credi per davvero all'inscindibilità?

Le tue rivelazioni a mezzo tono sono sempre le stesse.

Che pensieri sociali, odio la società preferisco una comunità d'intenti non viziata dal pregiudizio dialettico della tua imbecillità parascolastica e parascientifica.

Ah! o mio dio! Ci credi veramente? È una follia la mia vita, ma mi sta bene così.

L'evoluzione culturale dipende dal tuo gusto musicale. Non credere neanche un attimo di poterne fare a meno, è la sfericità delle iperbole sonore come Venere strabica che ti rende perfetta.

Ah! o mio dio! Ci credi che basta un dito. Ah! o mio dio!



Piccola Selene



Gli odori soffici della nuova stagione balbettante, appena appena stonata.

Gli odori mi invadono le sfere eteree.

Passeggio tra le strade gustando infusi di marzapane, in sul monte della verità rivoluzioni eterne, c'è necessità di incubi svelati per divenire esseri entropici dei sogni.

Gli odori dal vento cullati nel mondo inclinato di questa dimensione di cui non sempre vediamo la sfericità imperfetta, sto bene senza, dici impiegata come un bosone solo, questa frase è falsa.

Gli odori della realtà di Maya.

Pulsazioni destromani e perversioni mancine e strabiche, qual è la verità? nulla indulgentia sine scientia.

Custodi un po' stolti dei misteri egizi, introiti in sé incupiti.

Gli odori dal senso svelato nel verbo.

Gli odori per te piccola Selene.



Bacio di Giugno



Quando il sapore del canto inviolato stringeva nel volto una nuova incursione del logos che dal fiato come indomita brezza portava al concreto io stesi le parole e rimasi in silenzio ascoltandoti ancora pronunciare le tue superbe dolci effusioni.

Era di maggio oppure di marzo che il tempo stringeva ed andavi veloce, più chiara ad ogni incitazione ed era solo l'inizio del vanto che a notte si fa.

Tu mi premevi il corpo col ventre dicevi

parla ancora 

ma io più mi chiedevo e più non sapevo.

Era una storia scalfita dal fuoco e ora è solo un miraggio autunnale, una scusa, qualcosa che non so più ricordare.

Stringimi più forte dicevi invadente ed io lo feci soffuso a palpebre dischiuse mentre il canto proseguiva ed io imbavagliato un accordo continuavo a seguire.

Era il sapore del bacio di giugno o un precluso venir mano mano nel senso di questa attuale, spietata eppur incantevole primavera che i fiori rinchiusi liberare mi fa.

Era o è, cosa mi dici al semaforo, era l'ultimo sguardo, una storia che nella genesi trova l'epilogo, era o è ma così è sempre stato mentre cambi aspetto, pure tu coperta dalle rose o dal pesco, era di marzo, era che il giugno fiorì.

Io criptavo messaggi segreti e tu li decriptavi paziente e indolente, dov'è l'arpa? dov'è il pizzico o il volo d'augello? dov'è il mantra incastrato? oppure dov'è il mio rimario? Fa un po' tu, io resto sullo scoglio a guardarti.

Era di giugno e non me lo scordo se il marzo inviolato è passato col rosso.



Goccia di te


Una goccia di acido acetilsalicilico nella mente in giro solforico, ogni cosa a collo di bottiglia tra le mani agitate nella soluzione.

Un ricordo inconciliabile con la tua celebrale iperattività ma non mi rispondi se voglio cercare la fonte imprevedibile dell'elisir filosofale aureo, come dall'imbuto su posto fluisce lo scritto di ogni libro e il certame di ogni libero pensiero.

Ecco là, ecco lì, che si può continuare anche solo sì o solo no, comunque trovando le risposte a quello sconfinato mondo che hai dentro sopito e che si vuole risvegliare. Pensaci ancora! Suvvia inoltrati e non aver paura.

Ciò che poi nascerà dal mondo nostro sepolto non è ritrosia imperiale ma sapienza sesquipedale e chiara come la tua mossa fulminea.

Abbracciami! Suvvia lasciati andare.

Penso a te ed ogni cosa è stoltezza e miseria. Penso a te ed ogni rivoluzione è fatta solo a tua immagine e somiglianza. Penso a te ed ogni intrusione è solo vispa abbondanza. Penso a te!

Ciò che è in subbuglio in me è frutto del tuo sguardo introspettivo e di ogni cosa che riguarda il volto e te, l'aspetto linguistico di un gioco intramontabile.

Poi improvviso un raggio di sole e un incontro desiderabile e post meridiano e direi telepaticamente sconnesso.

Adorabile!

Scaglia ogni vuoto inesistente perché stracolmo della tua magna intelligentia quasi al di là di ogni umana comprensione, potresti anche stare in silenzio, intuirei comunque il tuo verbo perché spirito della tua immensa apparenza manifestabile.

O sì o no è questo il dilemma, scegli un teschio per porti sul baratro, ma non sai e non vuoi varcare il confine se trapunto ed infestato da insuperabili spine.

Ciò che per me rappresenti è l'oltre limite,

è il limite di ogni destino 

ridotto a cenere restia ad ogni insensato mutamento, statico è il tuo essere divina.

Penso a te e si apre il cielo perché sei in me ed al di fuori mia illuminata rappresentazione.

Penso a te e credo fermamente in me. Penso a te e spero solamente in un tuo inclito sguardo traverso e perciò stesso immenso.

Penso a te!

Ciò che ascolto dentro te è la paura del domani dileguata e fondata su un pensiero che irriducibile affonda ogni flotta avversa e la rimette a pacifica resa intermittente del tuo saluto in me gaudente.



Profumo di pollini altezzosi



Potrebbe essere vera la conclusione in confusione, le spiagge già dicono di sì con brezze primaverili.

Potrebbe essere anche vero che sull'asfalto si intravede la luce della concupiscenza e flotte ingiallite di sigarette e gomme atomiche di stile corinzio come colonne piazzate a punto fisso su un filo di Arianna piantata in Nasso e solitaria sull'isola mentre assurge il drappo nero e il Minotauro si rincresce dell'accaduto attendendo soluzioni o continuità curvo e spaurito alla fermata del treno, regno mai più violato.

Il profumo di pollini altezzosi incupito dal vuoto dei tuoi silenzi, silenzio alessandrino e in codice mattutino di finte speranze vendute a poco su piazze giganti e restie a compromessi dialettici e immensi, sviliti, traditi.

Le mastodontiche sentenze dinanzi a un rifiuto smantellato d'assenzio, le prime scorie di basalto pongono assedio.

Il pianto si confonde col clamore e si accende di soppiatto.

(Le guardie in tenuta da spola guardano intralci alla deriva generale).

Nel porto un sapore ditirambico, sguardo nuovamente perso alla tempesta che si affaccia in orizzonti troppo lontani, è solo apparente la momentanea quiete, sogni mai sfioriti e divertenti, prorompenti.

Lo zoo di Berlino



Io ascolterei il lento soffuso tepore di te in quanto piangerei vedendoti ancora.

Io annuncerei motivi di strada perché la tua essenza più non svanisca.

L'ago trabocca un poco interdetto e scende a lambire la tua pelle svilita, la ascolto e ascolti anche tu la mia melodia, la vivi al di sotto di ogni vera passione.

Io spenderei altre due parole perché in preda a questa mia follia ti veda ogni giorno nei miei gesti puerili.

Io continuerei per farti pensare ad un anarchico Nietzsche che fissi atmosfere e con i miei occhi ti squadra.

Riascolto di nuovo la tua voce, vanagloriose memorie sospese che raccolgo da inutile stilita ritirato sul Monte Ventoso, ogni sua incitazione mi freme nel cuore al punto che non la so più scordare.

La sento e si trascina sotto pelle.

Ancora, sì.



Il pensiero è senso



Ho posto condizioni in giorni a ciò protesi, descrizioni minuziose di mosaici in sé imbalsamati.

L'atmosfera incline a rendimento, tra le viuzze dei tranvieri del triumvirato, cardi e decumani attendendo i passanti stanchi.

“Dixerat astrologus periturum te cito, nec, puto, mentitus dixerat ille tibi”.

Il pensiero è senso di Diocleziano, dei compendi e delle istituzioni di Gaio, Giuliano è l'apostata del significato ed è imbronciato nel contemplare divinità silvane.

Si discute di Platone scambiando le battute tra i salmi della Thorà, si prende posizione tentennando un po' all'inizio e poi sciorinando versi di Ovidio.

“Ecce, recens dives parto per vulnera censu praefertur nobis sanguine postus eques. Hunc potest amplecti formonsis, vita, laceris?”



Vero è ci credo



Il vento tra le finestre, mille colori la primavera in città, per le strade ragazzi a giocar, pochi spiccioli in tasca.

Vero e ci credo che la tua essenza trascenda l'umana comprensione per la bellezza che comunica a chi ha occhi per guardare, il tuo volto intrepido dagli occhi vispi e sognanti.

Un tempo eri mia, amica di ogni giorno.

E il vento continua, un brivido caldo dietro la schiena, sembra spingermi a buttar giù le tele per guardarci di traverso, il vero essere di te.

Nei tuoi jeans e nel capello un po' scomposto, nel tuo corpo di quando eri diciassettenne il cinabro tra i capelli, più ci penso e più ti immagino, ogni lingua tremando muta si pone ai tuoi piedi e la diatonica diventa stupore universale.

E quando chiacchieravamo all'ora di rientrare era notte inoltrata e già lo so, non fummo mai prigionieri delle convenzioni né lo siamo tuttora, io e te unici al mondo sincretisti senza aporia di leggi universali, coscienti almeno per pura spinta spirituale del Karma che ci governa e invade tra le nostre labbra in visibilio che fremono amore.

Il vento è irrefrenabile, urlo soprano sulla settima corda per precedere la nona, una quinta diretta con grazia tra le tue mani, e sì, raramente ti incontro di sfuggita ancora, anche se il mio verbo esulta è difficile comporre parole dinanzi a tale specchio ribelle.



Rimarchi la pretesa



Rimarchi la pretesa nella duplice scoscesa spiaggia ondeggiante tra le prove e tra le bisacche, le mie tasche.

Puoi dimenticare oppure non fiatare.

Chiedi scusa, posso passare, due lire tra il crinale, nella guerra persa dalla pianta che protende rami al cielo.

Puoi passare, ok hai voglia di gridare.

Hai il ricordo impresso come cartongesso nella mente, gomma pane ad impostar la voce senza vocale impronunciabile e vitale.

Nell'aria rarefatta ti pieghi tracciando la circonferenza e senza dualità cominci a fumare.

L'inviolabile dittongo è un miraggio nel giorno afoso ed infossato, un po' carino mia biondina dai velati arpeggi inconsistenti.

Ok parla pure, ma giusto due parole.

In ogni verso scorre senza resa il flusso illusorio del tempo.

Scaturendo in sensazioni, vai aleatoria, con la tua unicità superi le tue stesse insicurezze.

L'elmo in capo è corona d'alloro nella pax universale, triplice ardente stuola capovolta nel trittico intonato, la musa e l'atomo si scindono in energie sovrumane, più del vuoto può il sussurro dell'amore tra le grondaie festose.

Le passioni che riponi si tramutano in legge.



Distrattamente



Distrattamente tra la luce della finestra speravo in una futura ascesa, primavera due o tre pagine della mia stessa chimera, sogni sfiniti sui libri.

Forse mi chiedevo se l'inverno è valso a qualcosa, forse non sapevo ciò che so ora che sono in confusione.

Ti guardavo con occhi puri.

Parlarti non ha oramai più senso nei miei deliranti discorsi controvento, parlarti era un po' tutto.

Ora tu non sei più la stessa mia cara, non sei come ieri.

Distrattamente sporgevo lo sguardo più in là del monte, le storie velate, le tue splendide trame.

Forse era il dominio tuo eguale sul mio, forse non era l'ora, ma ti ammiravo.

Parlarti era ciò che credevo fosse vero ma in preda al panico nasceva la tua indifferenza.

E così non sei più tu, e così non sei quella di prima, di ieri, dei giorni di splendore.

Non sei più tu.


Ciò che penso e vedo



Ciò che penso e vedo è il ricordo di un silenzio teso all'alba senza redenzione.

Ciò che penso e vedo è quell'innaturale gioia delle persone tra le mie dita.

Ciò che penso e vedo è il buio totale nelle parole a vanvera della gente, è un dissenso come restio all'intramontabile destino.

Ciò che penso e vedo è un rimbombo di tuoni lontani, un fulminio di auto usate e consumate come tamburelli zingareschi ed eclissati dal tempo in cui non c'è più bisogno di senso.

Ciò che penso e vedo, sì.

Ciò che penso e vedo è un po' un essere desto nelle notti in bianco è un po' un dimenticarsi di dormire vivendo nel tepore, girati come girovaghi nel letto ad inumidire gli occhi.

Ciò che penso e vedo come il passare dei giorni e l'offuscarsi dei sogni, come un incubo in realtà mai così denso e le glorie di delirio folle ed infine il suono lontano di una viola come unica cosa che resta all'estate che si appresta e già scioglie la veste rovinata infondo al mare.


D'altronde



D'altronde questa baraonda notturna è influsso lunare sul mio umore.

Nell'incandescenza spiritica un che di spirituale nel flusso notturno in subbuglio.

Nella temperanza dei tuoi occhi accesi come foco, ci basta poco per volare su strade trascinandoci a colpi di libeccio etereo, non c'è la giusta premessa ma la creiamo nell'evasione.

Credi pure a ciò che senti, non dar peso alla vista fugace.

Credi pure alle sensazioni, lasciati andare.

Credi pure al di là di ogni immaginazione e con sapienza sguscia tra le parole col tuo far felino.

D'altronde nella confusione pensavo intensamente ai tuoi sguardi abbaglianti e puri.

Nell'entusiasmo si incendia lo spirito amante.

Nella verità raggiungiamo i più impensati sentieri della conoscenza, non c'è spazio per ignoranza o errore fatale.

Credi pure alle mie illusioni, sono il senso, l'unico reale.

Credi pure alle deduzioni dal particolare nasce ogni giorno un fiore sbocciando irreale come germoglio tra i nostri discorsi.

Credi pure a tutto, credici fermamente.

Dopotutto è questa la strada, l'incubo non ci avvolge, non ci tocca ma sfiora sul filo dell'abisso.

“Sicut amaracini blandum stactaeque liquorem et nardi florem, nectar qui naribus halat, cum facere instituas, cum primis quaerere par est, quod licet ac possit reperire, insolentis olvi naturam, nullam quae mittat naribus auram, quam minime ut possit mixtos in corpore odores concoctosque suo contractas perdere viro, propter eandem rem debet primordia rerum non adhire suum gigundis rebus odorem nec sonitum, quoniam nil ab se mittere possunt, nec simili ratione saporem denique quemquam nec frigus neque item calidum tepidumque vaporem, cetera, quae cum ita sunt tamen ut mortalia constent, molli lenta, fragorosa putri, cava corpore raro, omnia sint a principiis seiuncta necesset, immortalia si volumus subiungere rebus fundamenta quibus nitatur summa salutis; nec tibi res redeant ad nilum funditus omnes.”



Da sopra a un albero


Da sopra un albero mi traccio l'incoscienza e l'anima la sento nell'applauso e nella gloria sfinita, parlerò ancora e ancora mentirai guardando questa scena come spettatrice esterna, sarai in preda a questo spasmo tutta dipinta di fragole e di albori nati da poco.

Dall'abisso mi vengono idee testarde e inutili come clamori che vengono man mano in disuso, frasi sconnesse eterne estese lacrime dal punto di domanda del tuo fare interrogative retoriche mai così vive come quando fuori piove o trama tra le squame bagnate e traspiranti dell'assenzio.

Banalità ripresa distruggi ogni correre qua e là come tremiti intensi tra vespri e libertà, due nastri grigi tra le labbra e la follia, soffici bolle decorate al mio maggiore incanto stonato e posto come idea dalla tua veste scintillante più purpurea dell'intenso scadere tra pagine fenice.

Non fuggire tra i cespugli e i cespiti ingialliti, non sfiorire mia eterna unica follia.

Poi in silenzio ti prepari al viaggio, non hai sincerità che possa chiederti a quando ma soltanto quell'intensità di chi partendo non saluta e resta lì sospesa a vanità nello specchietto riflessa e santificata con l'incenso del perdono, nel mio ricordo frutto di doni imbiancati.

Inutilità paonazza posta un altro ciao tra il cablaggio stanco di inestricabili domani vissuti già da oggi da questo istante che già piange coperto delle velate ortiche che incutono timore nel buio del tuo cenno turchino come occhi ormai dimenticati, vai via davvero e non so decifrarmi più.

Non fuggire come cerbiatto tra i licheni, non sfiorire mia inutile verità.



Chiuse le porte della conoscenza



Chiuse le porte della conoscenza spalancate nella prima metà del secolo per coscienza, nel tepore lunare mi svestivo.

L'erba della quinta ondata sparsa nella celebrale dialettica entità.

Credo nella mia incoerenza con tanta clemenza, credo a volte a ciò che dico per temperanza.

Sapori deliziosi nell'alabastro delle coppe, miele mischiato ad ambrosia per colorire il senso, la mia vera personalità nel fumo della stanza incalzante e musicata.

Credo che questo pensiero sfiori corde dissipate, credo per sentito dire nell'anima del mondo che come vortice in ascesa risucchia lo spirito della resa ad occhi chiusi e fantastica nell'assurda meditazione sul cobalto, presenza intensa di ogni promiscuità eclissata dalla purezza del tuo sguardo e del tuo strano cenno.



La passione



La musica col suo riverbero ha spaccato, nella penombra del mio passato, comunque le sensazioni sono all'ottavo grado nello sfinito astruso mio fiato.

La passione è un'illusione che vampa con grazia innaturale e accende un fuoco indissipabile sulle nostre sensazioni.

Nelle tue dolci lentiggini da fiore sbocciato sei protesa verso confuse irrealtà, hai bisogno di svelarti come sei o rimanere chiusa nel tuo guscio inaccessibile e misterioso.

La passione mi manda in confusione e stordisce come intatta sul tuo volto, tiene un po' di tempo preso al volo.

Il fumo sulla cattedra. Pensare all'oggi. Voglia di fumare. Parlare all'inverso. Baudelaire e l'assenzio. Il baldo sul fuoco. Leggere Dilan Dog. Sembrare un po' assorti. Piazza del Gesù. Creare letteratura. Poi assopirsi.

La passione che sfiorisce è il nostro sommare intenzioni spoglie e tiene viva la pretesa della nostra vita intensamente e un po' ripresa.

La passione primordiale non perisce.


Per te, solo per te



Il quesito scucito e preciso.

Le civette affacciate sul parquet domandandosi a tratti perché, la ragazza spara, ha già dipinto il vestito e si è scurito il viso del dilemma cavalcato nel lemma aforistico e senza pietà,

potremmo sognare, continuare a farlo, residui della vecchia guardia a fumare sorseggiando vodka come fosse caffè, forse erano le tre.

Per te, solo per te.

Il fiore ormai è trapassato ed il moderno è quello che era stato, dolce la fragola nel gin accompagnata col bignè, santi sono i numi, canti sono i lumi tesi in inversa processione audace sulle mendici trame, questo è il punto o Lou von Salomè.

Per te, solo per te.

Con le bastardate i caini del soufflè, con i piedi nudi in ascensore scavalcando il giocoliere che fa a pugni con me tra dardi e birilli sordi come trilli, poi all'improvviso un' ombra sul tuo viso, disse qualcuno, vasto il melodramma della mia volgente flemma all'interno dei sogni

e allora se è per te sono al corrente del dessert, visioni si materializzano nell'inconscio ormai deriso e io sono qui per te, e piove.

Per te, per te.

L'alba era rinascita ma la nuvola mi fa capolino e l'alma nel mattino piange attendendo la sera nello stesso istante in cui parli di me, l'intervista al rostro imperiale, parlare con oltraggio senza aver timore reverenziale e ponendo sotto i piedi il sordido principio d'autorità, ecco tutto questo è per te, potremmo scriverlo o magari masticarlo ovvero sorseggiarlo un po'.

Per te, per te.



Cromatura dark


Parlando a briga sciolta nel deserto infausto del silenzio e del tormento trovo te.

Come stai? Che fai? L'età? La tua dualità e poi che segno sei? Va bé diciamo se l'intenso inverno si nidifica e le tensioni moltiplica. Ok. Vai così,

strofinio.

Da beata fonte sorge il mio languire, Artemide è già qui e tu in ritardo sacerdotessa sei, volessero gli dei mi ti ci penserei, vorrei, farei,

sciogliti.

Cromatura dark.

Mi basta già la penna che possa scrivere e te con i tuoi urlettini audaci amore mio già sei perché dicesti lo dipingerei il volto tuo su filigrana e tu compari e vai, ti spargi nel via vai, ripetizione sei.

Bagliori.

E puoi partire con il biglietto obliterato anni fa, che dolce sei, che belli gli occhi per cui perdo il senno, ed è tutto ok.

Io ti guardo desossiribonucleica mia, sei proprio tu.

Ok, lo so che gli anni passano e come cicatrici qualcosa lasciano e la partenza ormai incombe su, non fossilizziamoci, un cambio c'è. È tutto ancora ok. Momento propizio,

sai.

Cromatura dark.

Vai così sei perfetta nella giravolta che maledici e fai lo stesso in vertice e muretto scavalcato schizofrenico l'ardire un po' frammentato dei nostri progetti protesi verso l'attimo che ora rappresenti ed è.

Cromatura dark.

Come stai? Ti va, siediti un po', sciogli pure la neve, piove già mentre ti asciughi il colore dei capelli e pensi a me. Va bene così? Mantengo l'elastico mentre ti snodi e fai. Già troppo dai. Te ne ravvedi ed eclissi tutto sul rimmel. E come va? È così ancora?

Tu sei splendida stasera, manca qualcosa, un nome o una persona ribonucleica.

Stasera splendida, ok, va bene, sei fumante ed io ti ammiro.



Aprile 22


Ciao, mi faresti accendere per piacere? tre litri di atroce alcol nelle vene, due spose e tremila deludenti, scadenti tridenti per sognare notti al mare, lascia stare, fra le scuse nelle frasche sono a respirare aria da centro sociale, sale sulle scale delle tue vocali la mia mano intrecciata dal legame intenso del senso.

Vedo, ciò che vedo, è solo un bacio quello che ti chiedo, fallo, ti prego, ci spero, non trovo pace nelle discussioni intramontabili mentre ti penso, sei densa come erba, ti sgretolo tra le mani, preferisci se faccio subito ovvero aspetto,

d'accordo.

Pensi, tu davvero, ti rincorro per averti in cartolina, risentirti mentre scruti la mattina, i tuoi piedi intorpiditi nel risveglio, tra la nebbia delle mie sigarette ci credi, ancora speri in me, strizzi l'occhio come avorio è il braccialetto, l'estensore ti strofini e dici mai mi alzerei dal letto, vorrei dire le assonanze vespertine, ripetute come respiri del male, mi concentro ancora per due ore, sei davvero complicata con stupore, guarda fuori come è bello fa capolino il sole, se rimani ti richiedo, vuoi restare? è aprile, se sul bordo della sera facendo un altro tiro ci pensiamo, abbiamo navigato troppo con la fantasia, c'è la scuola domattina o forse no, mi sai dire il giorno e l'ora con precisione, si sottende ad un pensiero ma si stende una vocale sul sale.

Io ci penso ancora, anni tanti, ci vedo ancor quel poco di tenebra, i nostri sogni apocalittici e gli uguali segnali del destino, ti direi ti amo, ciò che voglio non so.

Io ci penso ancor a quel raggio che sei tu, un raggio oscuro che investe e tutto copre con dolcezza e delicatezza, col tuo solito fare moine ed effusioni rinate come catene che apri e poi richiudi nelle occupazioni notturne.

Ciao, per favore, mi sfioreresti le labbra con la tua solita grazia? prego, sono pronte, manca poco ad un intrecciarsi di illusioni, sia gentile mia amata, lo faccia subito, bevo un sorso di angelo azzurro pur inumidendo il resto ma è un residuo del mio nulla, allora? Sei pronta?

Caravaggio sembra l'incisione del mio cuore, tu come sei precisa questa sera, ognuno di noi ha da fare, ma adesso per favore non ci pensiamo, proseguiamo con le prose liriche in chiaroscuro, che docile, cominci a danzare ma sei pronta ad azzannare le mie labbra come fossero ciliege, miele, ok, d'accordo, leggi ancora manca solo qualche ora.

Io ci penso ancora, ci penso tanto ed è assurdo lo so, ci penso per ricordare le strade.

Io ci penso ancora, ci penso per guardare i fari delle macchine e le dita ingiallite dei freni roventi sulle sabbie mobili del tempo, ci penso.

Io ci penso come se attraversassi il sentiero dei mie giorni, vapore l'erba si consuma.



Nel trapassato soffuso



Nel trapassato soffuso ricordo oscuro, di pomeriggio, l'afa ricordo ancora, con il pensiero rivolto a te ti ammiravo mentre guardavi la leggiadria delle correnti avverse, delle ondate iconoclastiche di pietà mondiale e spirituale, l'anima la tendevi già verso l'infinito, per le tue rose in pieno agosto andavo pazzo, eri la più bella, sai?

Era ciò che poi è stato, tu mi ascoltavi mentre fingevo e ti porgevo la mia innocenza rivestita di cazzimma amara, il tuo ritorno al paleolitico ingorgo imbalsamato, non lo ridico per non sfiorire ma l'attimo davvero ci fu, poi si annidava sopra i nostri occhi stesi nel godimento la passione e ciò che restava della serenità, forse è per questo motivo che l'intento ormai è svanito ed il tempo è passato senza conseguenze ma prendendo con sé ciò che resta del mio tributo, o cara amica.

Una parola viene o non viene, lì parlava l'umidità delle nostre labbra esplose in un bacio, sì ti pensavo mentre ti vedevo ed era passato l'attimo dell'abbraccio, ti adoravo senza gloria come un forsennato e il momento venne da sé, ti desidero ancora, sai?

Ed ora che sono all'ombra del ciliegio e penso a quanto ancora sento, le sensazioni vanno e vengono, mille pulsioni mi rinvigoriscono.

Le tue splendide giunture e il taglio degli occhi riflessi come su specchi d'acqua bramo perché sei sempre dentro me.

Mia cara, dove sei divisa ormai da me? Dove sarai e che farai senza poter mai più rinnovare il cenno col capo come quando dici no? Ti desidero e lo ripeto.

Fuori da questo illusorio tempo ci lambiamo ancora come due scampati all'ultimo sbarco della vita.

Perché non mi appunti più le tue iniziali e le conclusioni sulla pelle?

Hai steso il sogno un po' sbiadito e l'hai riposto nella valigia pronta a partir, all'improvviso ti ho chiesto se il ricordo è più forte del pianto e tu sorridendo hai chinato la testa.

Ed ora ti voglio più che mai, lo sai?

Ci penso ancora alle tue stupende sottolineature sopra i nostri manuali da sbirciare come facevi tu quando disegnavi distratta e vanagloriosa.

La tua voglia era immensa e non dimenticai perché così è la vita, ti imprime le parole e i gesti su filigrana, mi fa bene un poco d'aria.

Mia cara ora che si fa? Dove è la verità? Noi siamo legati da indissolubili trame.

Al di là del bene e del male viaggiamo con la mente ancor, sei qui, ciao, sei davvero qui per me?


Potresti uscire col vuoto della sera



Potresti uscire col vuoto della sera.

Non pensi di me per incisione statica.

Una soluzione ibrida e tenue, un pensiero e un ricordo come dissi e sempre dico, un sogno desto per illuminarmi di immenso, senza paura e senza panico.

Siamo nati dal disdegno del futuro intrecciato con le follie della notte che ricorda fiumi d'autostrada, solchi tracciati e poi sepolti.

Parli.

Prepararsi con ritegno, fare il bagno al mare e non guidare spiriti avversi affogati in tracce di benzodiazepine.

Bruciare di passioni mai arrese, correre a perdifiato senza più fiatare.

Nell'ingorgo americano cercare melodie londinesi e sciogliere il ghiaccio nell'infuso, intruso.

Ascolti.

Accendo una pall mall e spengo il cuore.

Profumo di vaniglia invade l'olfatto tramutato il tuo sospiro in candido felino.

Duplice parossismo.

La carestia di parole ed i concetti, guarda, sempre gli stessi, avrei bisogno di mutare il trambusto, di guardare fisso negli occhi il mio gatto per ispirazioni a perdifiato.

Come adulati dalla sorte, in bilico tra cielo e monte puntare il dito indicando la prima stella mattutina.

Ancora, stop.

Andare come un vaporetto, forza scendi dal mio letto, stai esaltando ciò che non ho fatto.

L'incrocio.

Lo sgorgo.

Canti mia upupa nella calura atroce.

Ah però!

Aspetto un po'.



La canzone



Sosteniamo quelle assurdità leggendo noi stessi per imparar a scoprire il retrogusto delle rose e del lillà.

Spingo al massimo l'acceleratore per calcolare la tensione nel momento preciso del disturbo allo stomaco come la colomba che vola seguo la verità.

La canzone rispetta la struttura petrarchiana e non respinge la modernità leopardiana della vacuità, noi siamo sempre noi, tu l'asso nella manica sul molo a guardar le stelle, io e te sul far della sera dicendoci, ti voglio.

Desidero una birra fredda, assaggi la vendetta con la calma lucida, poni assiomi che son fiori germogliati come al cuore i chiodi.

Ti ricordi se mi guardi con un bacio da questa realtà evadiamo con l'abuso di sostanze o soltanto delle musicali stanze.

La canzone pian piano si consuma sotto le gocce violente della pioggia, noi due non siamo più una trinitaria stessa cosa.

La canzone sta sfiorendo mentre il mio amore sta gaussianamente crescendo, e tu mia cara dove sei? Tu dolce anarchica ribelle che guardavi me mentre ti ammiravo, noi due che il rapporto hegeliano servo-padrone non ci ha fatto mai capire chi fosse il governato e chi il governatore.

“Agli ordini generalessa”.

“Son pronta mio unico ammiraglio”.

Quante amare delusioni ma che intense passioni nella nostra bohemian vita controvento.

Quanti idola e quanta morale abbiamo distrutto per poi costruire dadaistici valori dai frammenti ed approdare al nostro sogno surreale.

Quante quelle lettere ingiallite e tu lontana mentre guardo la luna che selenica risplende sulla mia parete e si rispecchia nei tuoi occhi cobalto.

Quel che abbiamo fatto è talmente potente e assurdo che nessuna forza, neanche la nostra potrà eclissare o soltanto obnubilare.

Noi siamo stati e sempre saremo quel che resta del controverso mondo intero.


Continua



Continua, scriverono e controfirmarono le tre uniche, indissolubili, fuggiasche e ribelli, era l'estate ed io neoterico mi approssimavo ad appoggiare piani, idee mie arricchendole di me affinché fossimo ciò che resta del futuro.

Molto futile l'incontro ed il saluto della dama dagli occhi blu, dolce ragazza crudele sbarazzina cazzimosa piena dell'acido che si calò abbigliamento a punkabbestia, tre spille sulla borsa etnica, un tossico innamorato metteva bombe sull'asfalto.

E dai cani scortata e tutta impasticcata percorse a ritroso piazza del Gesù, si raccontò da sé aneddoti e fato e scrisse decisa sulle affinità elettive che Goethe era alticcio ed Hegel un ciarlatano,

la battaglia continua e niente dividerà storie intrecciate fuggite e rubate come saette tra la vendetta e la noia del meriggio.

E dai sogni guidata con la tennens ondeggiata un sorso di vita sul libro fotocopiato con cura nella calura lasciò, fotocopiò con cura ogni pagina nella calura, riscrisse oltraggiata la battaglia mai finita



Dovrei guardare negli occhi per decifrare



Novembre rinchiusi in una bolla di vetro io ad annusarti, la pioggia che batteva con disinganno e distaccato, credevo che tutto andasse meglio.

Dopo dei mesi, forse il nove, rinchiusi in un cinema con te piccola ornitologica indovina, nasceva un amore destinato ben presto a finire.

E tendevo silenzioso ad un ideale irrealizzato, pronto dalla strada a passare alla quinta musicale.

E tu carina e rivoltosa, nella macchina indecorosa ad espiare qualche colpa un tantino incasinata ma ci credevi nel profondo al cambiamento di costume, alla cultura ed a citare le mie stesse informazioni che io medesimo mescolavo con le mie, mi daresti dieci mila lire?

E sciorinavo paroline a perdifiato cosciente che sarebbe un giorno tutto finito ma consapevole altresì che il legame covalente che ci ha uniti ambivalente mai si sarebbe scisso in quanto quell'elettrone a noi comune era la forza sovrumana di una potenza vincolata.

E poi l'estate un po' annebbiata e seduta sul sediolino di dietro, sdraiata poi e mezza nuda come se colta dalla spuma.

Torna il tempo incatenato, seduti da mozzare il fiato, quel bacio c'è stato o non c'è stato, la situazione incandescente si ricreava inconsistente, davamo la sostanza a quella nostra forma, dualità nell'abbraccio, sviavi discorsi e discutevi di strade, vicoli e palazzi.

E così imparai ed imparammo l'odio nel riscontro delle fonti che musicate da un intorno scolavano litri d'alcol delimitati da un integrale.

Ed ancora, ancora il tempo che restio all'accidente era noumeno tanto invadente che noi riuscimmo a governare come incenso liceale.

Dovrei guardarti negli occhi per decifrare.

Ed oggi è oggi, riporto solingo del ieri mai così com'è, altezzoso e inutile, bastardo quanto te, bastardo quanto me, imbarazzato e sensibile, specchio lontano del percepibile.



Un tantino furiosa



Un tantino furiosa nell'altitudine barometrica, sale la pressione enciclopedica, io sono qui, calmo al tuo fianco, tu che sei l'eternità, il mondo e l'intero universo in brume trame, ti aspettavo fuori scuola come se t'amassi in segreto come eclissato ribaltavo continuamente i tuoi pensieri, dove sei? Picciola, dove sei?

Tanti orripilanti sogni in cui noi due sguazzavamo, servi solo di noi stessi, il mondo era inquietudine, sfiora l'alba nel decoro.



Io e lei unici



Io e lei unici, tre coppie alternate mai ripetibili quella sera di luglio, il mondo è ai nostri piedi in un bacio.

Poi un umido soffio di vento e l'amore lieve discese le musicali scale.

Noi amanti intrepidi tra accordi inutili, al di là del tempo, della storia, dell'umanità, io e lei unici.



Porgevo già l'adolescenziale velleità



Giugno tra le adolescenziali biciclette, l'ora del ricreativo orgasmo incatenato.

Dai tuoi discorsi il provinciale incanto, era l'ora della libertà, leggeva su di te la mia mente progetti al di là del reale, assurda voglia di cambiare il mondo, così credevo era la nostra missione, così credevo era la via del vero.

L'inverno e già più non ti sopportavo, speravo di vivere l'esistenza più autentica, mi daresti un bacio, per favore?

E già di qua guardavo alla mia assurda vita e poi splendevo della più eterea dignità, andiamo, ora è l'ora, a comperar le caramelle gommose fuori dal liceo.

Nella birreria tra la cerveza e la sangria per cominciare, ti radevi i bordi dei capelli, eri carina, o mia piccina.

L'autunnale LSD ci faceva andare fuori, tra illusioni ed allucinazioni, gli ippopotami e i bagni al fiume, gli sguardi persi e tu simile ad una graziosa immagine mai sconfitta e nella lucidità disfatta.

Delusioni ed intenzioni, porre questioni era normale, possedere il tuo spirito e il tuo corpo.

Porgevo già l'adolescenziale velleità, desideravo la verità ed eri fantastica, o mia rivalità.




Lilith



Pensami distratta e cerca di apparire corrente rifratta, ora ho bisogno di te, il polso ed i diademi sono umili giacigli di pietà, conosci ciò che è scritto, nel vuoto il mio polso un tempo relitto, ora ho davvero bisogno.

E fingendo ancora non raccogli più gli occulti segnali, l'avido e l'ipocrita a cerca di complotti serpeggiano contro di me, conosci ciò che è scritto, verrà il tempo e sarà ricordo approssimato all'epilogo del senso.

Reciterai ancora cantando e pensando alla graziosa sintesi di te su corpi gentili che come risvegli d'aprile si addensano e sfociano in voci sottili e bianche, nel microcosmo dell'alluvionale pulsione momentanea del bosone.

Lilith guarda ad Eva e dice quiete e tempestosa, almeno io non sono una serva, non sono sottomessa.

Sei molto importante colpita in diagonale da flash e da lampare ottocentesche, Lilith mentre abbandoni il tuo trono verbale ti affianchi al sapere astrale e all'intimo ritmo mancino che sai conquistare, padrona di terre ormai perse.

Ti prego dimentica la autunnale vendetta succosa e slancia da tetti un po' ebbri l'aneddoto mentre siamo accanto, mi riconosci?

Lilith!

Non sempre comprendiamo il potere che ci è stato donato!



Tu



E tu sull'approssimarsi dell'onomastica aurora, della topomastica tua indecisa ora, mi guardavi senza saper più dell'onirica mia dignità nel livido stile tra vita e realtà, fumante e controverso il decorso della sicula spiaggia che pone al folle sbarco dei giovani e forti tre spietate verità nascoste, senza dirlo arriva il momento del tuo manto che incute al vento la sua traccia di sincerità, mentre tu continui ancora a guardar.

Tu conoscevi in fondo più di quanto credevi, sapevi eclissare le parole con due algebriche intenzioni, seduta in sul crinale del muretto, scorgi una disfida a Caporetto e segni col dito un'austera parola che come sabbia mentre ascolti ti divora, io chi sono e tu chi sei?

Beh è vero, io ci avrei pensato come feci divorando la realtà caprina e illogica del tuo profilo, avendo spasmi folli in digestione, occultavi segnali e mi stringevi strizzando l'occhio, era il traguardo ma più sconvolto.

Tu intanto a sorseggiar passaggi con schiuma marine e tennens ad oltranza, con l'oltraggio mai commesso che senza il tuo impronunciabile suono era il volto della nuova stagione.

Io non scordo chi ha avuto un meandro di posto ardente.

Beh è vero, io avrei vissuto per qualche giorno senza alcuna coscienza di me stesso se solo tu, oddio così!, se avessi soffermato il tuo repentino sguardo.

Cosa farei nel presente con il passato stracolmo d'incenso e il futuro degli estivi baci d'inverno, mi avresti ispirata te del quale nome poco fa parlai, ti avrei baciata dunque e lo sai.

Tu hai forse freddo se senti la pressione calare, avremmo entrambi avuto paura, avremmo entrambi posto sorriso di sfida in essere estatico e prolisso, avendo paura che faccia giorno occultami nella tua borsetta sporgendo la mano intrisa di remore, stritola foglie e scrivimi di parole, con sguardo inclinato e basso sul diario, con sguardo perso nel volume del senso, è luglio e il sole non tramonta mai.

Ti prego tu, non chiedermi come mi chiamo.

Beh è vero, io un pensierino tra il colle divino l'avrei fatto, ti avrei posta come regina sulla sommità più alta della mia stessa spina che mi buca le vene.

Tu, sai per caso che ora è questa sera? Guarda un po', penso a te, e ho bisogno del tuo volto, dei tuoi polsi, delle tue gambe, di odorare la tua essenza per nutrirmi di vita intrepida e traballante, puoi pure lasciarmi il tuo numero inciso sullo specchio col rossetto, puoi pure, fallo con ritegno ribelle, fallo pure prima che sorga il sole.

Tu non mi credi se ti dico che mi sono innamorato, non mi credi se ti dico che il flusso di queste lettere è per te, non mi credi se ti dico sul serio, sono io, sono sincero.

Tu, se anche mi stai pensando cercami tra i sogni tuoi mai dimenticati, tra le frasi perse in un libro, tra la metrica e il suono ghiacciato di partiture fitte come il passato.



Puoi pure continuare



Puoi pure parlare senza pudore mentre ti strusci sull'orlo del vuoto.

Chiedi perché.

Dai ciliegi l'illuminazione del transito dall'umana follia al varco della disturbata divinità, gli studi di teologia a Tubinga con la voglia matta di crauti e pizza fritta, una teoria per cogliere l'essenza non solo nell'umano o nell'animato ma anche nel rigurgito vegetale e nella staticità minerale.

Un po' da ribelli un po' da serpenti stritoliamo senza assaporare l'atroce fascino della morte.

Prego, fai la ripetizione per antonomasia del grido mentre ti sdrai e mi guardi dall'alto.

Non credi più a niente, così un'atea da due soldi fa di me stilita e sé attrice inconcludente della nostra rima deludente.

Buco fino a non respirare ed adoro di farmi inquisire dalla grande meretrice.

Tra le sbarre di un edificio abbandonato o sopra ad un selciato armonizzo il fiato con il sabba alle quattro di sabato pomeriggio.

Puoi pure continuare a leccarmi mentre chiedi perché.

Mentre si suona il jazz andare in un safari con Cole Porter nell'Africa occidentale.

Oppure tirare ad Harry Potter il gonnellino scozzese come lesione occipitale.

Il tuo guardar la sabbia mentre sorridi e con tenerezza scocchi un bacio fulmineo ma temperato dalla tua estrema indulgenza nella tua visione globale della tua tenuta estiva minimale.

Non dimenticare la scrivente mentre parti col tuo ridente saluto da villaggio infestato.

Porgimi l'intimità di un sussulto tra le note e il tuo scrivere assurdo.

Tra le macerie del rigore un animo non può e non vuol volare.

Puoi pure continuare...



Risvolto umano assente



Dalle correnti avverse della strada ricordo il volto e la rugiada che ascende consistente, dal doppio nome stile ed epiteto nell'oscuro del domani , potremmo parlare del nichilismo d'incenso occulto ed estrosamente esoterico.

Dai libri incastrati sugli astri gemelli nel circolo il centro del doppio raggio pone congiunzione tra ultimo cancro e primo capricorno, e tu dopotutto profetizzavi il vacuo candore del silenzio.

Filosofie che passano con gli anni tra le ante delle memorie, come canoni e stilizzati diagrammi, chi vuoi che ispira chi?

Intanto designi il trono.

Forse le passioni eran questioni di natura prettamente spirituale che nel tridente da rima astrusa corporale e madrigale rendeva meglio di un vocio di sovra fiato, tra spiagge, gennai e giugni uguali, congruenti invece a slacciati intenti.

Ebbene lo sostieni, l'embargo dei diamanti in folle sbarco, stracci di vanagloria nel tuo assioma, un curioso chieder scusa, mentendo come voglio, come vuoi, come mi attendo.

Nella distrazione capimmo che non eravamo mai stati avanzati, soltanto la marcia del rigore del tuo guardare altrove avrebbe posto in balia dei marosi i tuoi specchietti decorosi.

Il parapendio e il fato, la remissione e il peccato, la pallida rimessa della tua giunta cresta d'alluminio.

L'aurora dei sentimenti è un volteggio tra spartiti e sparuti uccelli, camaleonti che si addobbano da sé, ciò che resta di te è il bisogno o il se.

Forse ancora parole, ingorghi e stantuffi reintegrati capiti e non spiegati, ogni notte ritorni accompagnata dal risaputo, dal fasto e dal veemente risvolto umano assente.




Tra i platani dell'Eden



Doveva finire, il sonno di ragione ha soppresso anche l'istinto, ed ecco che questo ha posto la firma al nostro esser noi stessi più autentici, come materie viventi, eccoci ora statici, un tempo divagavamo, non un fiato tra il respiro e il sospiro delle parole diademi del tempo, del nostro tormento dipinto, un po' finto mentre fingi, ti dipingi, ti schiudi riaprendo il ricordo, e pur talor dinamici nel movente del rimorso che già invadente mi fa, piroscafo arreso alle barbarie corsare cui stesi protezione con l'appoggio della corona e del raccordo ancorato, eccoci lì come a produrre solfati tra schiamazzi e scorribande notturne.

Ecco eravamo tra i platani dell'Eden e sorridendo ci azzuffavamo con dispetto nel dialogo tra noi aperto, appetibile il silenzio, e scorgevamo il soffio divino come spirito, lo sgorgo dell'aere mutato dal cupo, intenso vortice tra spina e capo, ed ecco che la nostra sintetica gradevole allitterazione divenne clamore condensato, divenne un altro incanto che produsse dalla materia l'intima atmosfera sapienziale, di scopo, fine, amore, stupore e caso.

Poi l'essenza dietro l'apparenza, nello studio ontico ci correggemmo, la vera essenza era nell'apparire, unico strumento del percepire e per questi motivi via d'accesso all'assoluto e all'Un visibile e in sé invisibile era l'arte od una parte d'intero, poi non dimenticammo il solido reso vapore, la risposta al dilemma di ciò che assaporiamo e di quello che strumenti nelle nostre stesse mani respiriamo, il reale ci mostra o no il vero? La logica guida i pensieri solo o anche le leggi naturali?

E che ne dici del fato, del servo arbitrio o della libera scelta, di traduzioni bibliche a Rotterdam, del greco, di Girolamo, del fenicio, dell'ebraico, del cuneiforme o dell'aramaico? Dici tutto questo non importa, guarda alla glossa,

guarda alla mela, 

guarda al relativo e guarda alla materia, è tutto un empireo di intenzioni, lo dico per le vie d'accesso al vero, lo dico sul serio, per altre situazioni, per ciò che ci spaventa, per l'intuizione senza erudizione, è tutto il progresso basato sull'errore, ed ecco di nuovo un'assonanza che appare e cancella il tracciato e l'intralciato silicato e il nostro duplice trinitario intento si dileguò a guisa di un serpente che punge e mente, che chiude la storia con volti e con memoria.

Ed eccoci che siamo manifesti tra i platani e le acacie ridenti della punizione, tragica e dionisiaca, sparuta ed Euripidea, e noi ci azzuffavamo per dispetto e con dolore nella polvere che mai fu creata, libera interpretazione dell'evoluzione, sulla quinta, il verde ed il calore, sui giudici e sui salmi, su Samuele, Sansone e Salomone, sul tempo, due tempi, Davide la parusia e la metà del tempo, poi sulla dignità e sul sentimento morale, etico, coscienziale e consustanziale.

Poi il nostro vocio interno e ditirambico, il nostro sentiero, il destriero, il vino e l'inviolato, il ritratto, il volto, il mare aperto.

Ovemai stridesse un sogno desto sapremmo se le nostre assurdità hanno riscontri.



Un solo istante



Un solo istante e mutò la sensazione tra noi, eretta dalla pioggia a dorso di colline, sette re di cui uno ha da venire, l'austera mossa, la sfera, la riscossa della solita onda dei capelli mossa.

E l'alambicco secerneva il tuo volto, così tutto alla luna ritto, si poneva il punto al centro del piano letargico a ritroso.

Ed è così che la dimostrazione alchemica si scinde, nasce l'amore, per pura coincidenza, disegno divino o parascienza, per tornanti di abbracci contratti come Ermanno, le spoglie sepolte nella sua Wight.

Rafforza sé stessa nella tua immagine stretta, le mani, un trafiletto, la sponda, l'arcipelago, il letto, consonanti atroci, pure e già spietate al binario sistema di fuga, non ci salutiamo, guarda, un po' m'ignori orma di te.

Come regole del tempio e Rinaldo in campo, come Goffredo del Santo Sepolcro, Riccardo, Federico II e l'imperio su Gerusalemme, Corradino e il suo legittimo erede fuggito nei vicoli di Napoli, e direi appare un po' sfocato il successore al trono che beve inebriato del sangue reale, dove è stata fissata la trincea nell'ultima Nicea, nella donazione di Costantino, ed è quella ragazza con le braccia a semianta che dice sei tornato, prudente, violente e saccheggiato, vittima dell'avverso fato, non ci pensava quell'aprile, non era nel cortile, il vento soffiava traversata dell'ultima anima volatile.

Questo è il punto: il flusso onirico del senso.

Un po' come il mare che si infrange sugli scogli all'impazzata con te violetta alticcia, con te prudente dama, con te prudente attrito di ogni rimorso, eccoti, torna tutto a posto.

È il punto trinitario di incrocio e il sator arepo tenet opera rotas, si svela la lettera tra i rovi e tra i capelli bruciacchiati e numericamente inversi.

Così ti desti all'alba dell'ultimo plenilunio, tra il trambusto e il gancio girevole da perno dell'ultima ragazza gradevole, graziosa, gravida e regina d'ogni ordine e grado, di arbusti notevoli, nostrani, antichi resti intatti, tauromachie assordanti.

Ed ecco ho detto il nome cerca trova nell'ultima ora.



I segni del corpo



“Quod superest, nunc huc rationis deluit ordo, ut mihi mortali consistere mundum nativumque simul ratio reddunda sit esse”.

Nello spazio, scorgi il posto più incitato al declino del senso quando il tempo considerato e delimitato nell'ordinata tratteggiata di per sé infinita, sbiadita, restia al mutamento.

I giorni, sempre gli stessi, un calcolo combinato dalla nostra ragione e dal tuo caso.

“Perfacile est animi ratione exolvere nobis quare fulmineus molto penetralior ignis quam noster fluat taedis terrestribus ortus”.

Puoi sprigionare la tua energia dalle mani protese nei quattro segni naturali, il tuo ricordo non sfiorisce mai.

Molte le sensazioni inutili in quanto la gioia è solo passata e futura e, come dici, hai paura di quest'inerzia che colpisce sfiorando sulla nostra pelle i vaghi segni dello scorrere fluido nella nostra stessa acqua.

“Del resto, per provvedere a uno o due casi particolari, i quali non sono affatto frequenti, che motivo c'è di darci pensiero per indicare le combinazioni che siano composte da più lettere?”.

“Iamque adeo fracta est aetas effetaque tellus vix animalia parva creat quae cuncta creavit saecla deditque ferarum ingentia corpora partu”.

È vero, puoi cambiare idea ma già sei nell'operare tal situazione delimitata dall'infinito piano Euclideo o costretta in altre costruzioni con assiomi vincolati dalla logica o più spesso dall'irrazionale.

“Ecce homo”.

Vento dal vento sfumato si innalza la terra da te stessa sognata nell'ondulazione sdegnata da una frequenza innalzata dal tuo palpito quando mi guardi inviolata.

Posti lontani, atolli, guardiani, tempeste funeste, rissose qualità di fragole e amarene, vermigli cuori nella notte boriosa.

“La gente mi passava accanto: udivo il rumore dei passi, a volte il brusio delle parole ma non vedevo nessuno”.



Il mio polso brucia ancora



Il mio polso brucia ancora per le ferite dell'aurora, cambiata la musica e schiarita da lampara, è stonato il ritmo incalzato, si pone su di un polline umano e sa mutare il pianoforte, la percussione e il fiato, un po' come un armadio che contiene ogni credenziale tra le rime della strada e l'aspirazione alla inviolata ragazza del meriggio, del tuo rifiuto inflitto,

forse stavamo guardando quando si distaccò un momento per distrazione il controtempo.

Il mio polso non lo sa se la mattina tornerà, un po' con fatica accende l'ultima sfiga della pluriennale siga, è forse incanto quello macchiato sul vestito, è forse pianto quello impresso nelle linee.

E guarda e taci e spingi il vuoto del tuo testo ingiallito, un po' rampollo del respiro.

Il mio polso brucia ancora, è un tormento infernale quello impresso sulla carta per virtuosismo virtuale, è un po' così da quando spingi a forza il tuo sentir, potrete calcolare il peso del rifiuto lasciando lo sportello del tempo ancora in disuso, oppure potrete sorvolare ad una falsa partenza, tutto il resto e l'inclita scienza, o forse, ancora, bloccare il mio volto e fossilizzarlo, ma lei già se ne è andata e la parola è sfuggita.

Ecco il fraseggio, l'atomo inchinato alle voglie del prato, steso come un'astronave su una radura stanziale, i nomadi del centro si spostano controvento.

E non pensarci più, è inutile, e lascia alla abat jour il rimasuglio del rito del guru.

Il mio polso brucia ancora e ti distendi allucinata col ritmo solito della strada, la tundra zingaresca è una mossa intarsiata dall'ultima giornata.

Eppur si vede, si muove, non ci rende altro motivo, l'estate sta finendo da quando hai perso il senso dell'incontro, del lucido, dello scontro, dell'ultimo tuo affronto.

C'ero anch'io, nel momento dell'assenso, nel momento dell'assolo, nel braccio ondulatorio.

E lascia perdere un'altra nota a sé.



E così sia


Era l'era delle consonanti, posaceneri persi in sulla via, ecatombi e vividi commossi mentre ci si accusa di vigliaccheria, nella vetrina affossata abbagliante il risorgimento orfico ed incatenato dell'ultimo senso antico, quando gridi commossa che non sai, non sei, non vuoi, non puoi, il respiro sul collo, il pezzo di fumo e il mite finestrino, attaccate le mie labbra a una bottiglia, l'intenso inverno di adesso è calura intramontabile, notti e giorni di buio e buoi cornuti aspettando la mossa vera o falsa, pusillanime e scossa dalla tua bocca, nell'ipnosi.

Il paradosso nell'atrio a ridosso, tu ora dove sei? dove son io? Mentre ti spogliavi scucivi il vuoto e poi lo respiravi e rigettavi il fuoco, va bene, è una tua scelta la mediocrità.

Il mio istinto mi dice che siete incompleti, vi manca qualcosa nello stesso istante in cui pretendete, di sapere un po' tutto, un po' niente, un chicchessia di conoscere non se ne pente, l'auto a ridosso della strada mentre buco ancora la mia pelle, sconfigge ogni dolore l'oblio dei mie sensi mentre ondeggio distratto appeso ad un filo tra palo della luce ed asfalto, in metropolitana sudato con l'istante bruto che dice accasciati a terra, guarda come è bello il mondo, mandalo a quel paese, se la sfiga al tuo sguardo si arrese, scegli almeno una vocale per dare suono all'impronunciabile, ma se inizi a finger da adesso non è un compromesso, scrivi, recita, dipingi, sorridi, fai lo stesso, quello che volevi dimenticare tra il roveto rovente e le leggi impresse su pietra, focalizzate da nomi segreti, poi si accende la radio, l'epoca è quella, guarda che violenta scossa di illusioni nelle tue stesse cittadine illuminazioni, forme inauspicate, inspiegabili e canute che ti dicono come un vegliardo, vai, vai, passa col rosso, è lo stesso proprio adesso mi trincia lo sportello un autocarro rimesso e triste, non distinguo più il reale, il senso, il tempo.

E così sia, mi alzo e vado via, scorgo il saluto in uso nel resto, oddio, mi puoi guardare come l'altra sera, castello in assedio, immagine mia, e così sia.

E sì però, io sono lì nel tuo ricordo che obnubili e mandi lì, nell'ombra tua, nel tuo esser l'opposto manicheo di te, il volume della tua regalità.

E così sia.

Con l'elettroshock o con un orgasmo seppellire mille bugie, vomitar sé stessi, quando avverti odori che ti penetrano le membrane celebrali, che sprigionano inaspettate dando fuoco ed attivando un recettore, quanti neuroni ho ancora, quanto c'è di vero, quanto scordo, quanto non voglio.

È finita la storia, eccoci qui, ora che siamo.

L'autostrada contromano, il nostro silenzio quotidiano, il fruscio delle foglie, gli alberi, le trame, poi trovarsi in un posto o in un altro senza sapere come ci si è finiti, ma chi siamo ormai, uno, due o nessuno, siamo tre raccordi rinchiusi nello specchio con decoro, con decoro.

E così sia, non posso negare la salvezza dei miei ricordi, quando sfioristi nascesti, creasti un non so che di me.



Follia alla deriva



Postato e prostrato col sudore alla fronte chiedo venia un po' da me.

Guardo in me scoprendo cose che già so, perdute nel via vai del mio domani.

È stato un lampo contro il velo, io profugo scalzo contro il cielo.

Pensavo ed era normale ma nell'illusione mi bendavo abbeverato alla fonte dei perché.

Credevo in ciò che vidi, sentii, ma non era mica così scaltro ciò che vien servito, idolatrato come un re e che di sostanza ha solo imperio sulle mosche e sulla scarsa immagine imposta nella vita concupita senza se.

Ero distratto, un po' incupito dal mio verso incatenato, dalle idee stroncato.

L'alba e tu, le solite cose ed i tabù, le tue storielle sull'effige intorpidita a dorso di dita fragili e scartate dalla stessa società fingendo un po' di pietà, ipocrita, falsa, bugiarda e che non valuta l'essenza della rarità.

Cosa dicesti? Che vuoi che sappia? Ogni ricordo è come sabbia, cambia ogni istante adattato al dì presente, non c'è oramai mai più passato.

Pensavo a spiagge lontane un tempo, alle fughe, al vento all'anima, allo spirito di ribellione ma mi accorgo che ogni battaglia è studiata e organizzata per cancellare l'orma del pensiero da questa poco astuta umanità.

Credevo ed ero miope del senso quando si scriveva contro te.

Ero distratto dal mio stesso tatto che non era per niente me.

Le stagioni e poi, i canti al vespro o alla mattina, le parallele ore in vetrina, i sussulti notturni, pomeridiani, i baci, gli entusiasmi, i sorrisi, gli sguardi, scrutare il cielo, sognare, non parlare, desiderare, crederci, tutte ipotesi schizogenetiche, la mia follia è alla deriva.


Tra l'indifferenza e l'oblio



Stesi da qua all'immensità vuoti e sazi ma storditi, quei piaceri ci distanziano dall'essere noi.



Parafrasi del verbo



Parafrasi del verbo, senso nel mio logos, religione nel mio introito emotivo.

Ascoltando.

Vento nel gaudio.

Pensieri del rimorso nell'atomo scomposto, nel roveto in fiamme legiferante, tante le emozioni con quelle intenzioni, pure intromissioni dell'ondata prima indoeuropea, nuovi sogni nascosti.

Seme sperso di Adamo tra Lilith ed Eva con la genesi di nuovi demoni, forza sciogliete la camicia di forza ai folli in manicomio, ascoltate i loro neologismi schizofrenici e le parole senza senso, detengono la verità, non è una disfunzione dei neurotrasmettitori, ma è la voce celestiale della terra.

Postulando Munch a squarciagola, orgasmo dell'aurora, Tzara e Duchamp.

Nelle orbite oculari allucinazioni, nella mia mente un vocio.

Lsd e mescalina, paranoia e desiderio, possiamo guarire dalle psicosi con un paio di tiri di skunk, rivoluzionare il mondo.

Do you remember?

Amnesia totale.

Teletrasporto di corpi violati, Tesla ed il controllo mentale.

Mentalismo, Gustav Rol.

Egis shows santis hi hi joint he doesn't show his force, he shows virgin, I'm thirty, I'm virgin emo, nine get, nine you, he's and shows word, double she and not double sense, u zuzu shows what you think and shut up.

Collassi interni e magici, aure magenta.

Per trovare le coordinate e la giusta posizione.

Poni la questione sul silenzio decoroso nel ricordo.



Cassie


Candele nella tua stanza al chiarore degli occhi che sinceri ed allibiti piangono ricordando il giorno trascorso in solitudine, non sai quel che sei, quanto il tuo guardare me speciale è.

Ah il tuo desiderio di vivere davvero morendo stesa in piedi su un rogo giocondo di modo che l'ilarità dolorosa potrà finalmente dal tuo corpo esile esplodere!

Sedici anni d'inutilità, qualche anno di follia, disturbo e crudeltà della gente senza pietà.

Alla finestra la notte è l'unica fuga dalla realtà.

E il sonno disturbato per l'inquietudine, il mascara sciolto ed il soffitto mobile per la vertigine, paradossi nostalgici di una vita che non c'è stata mai.

Eccoti qua, piccina a sognar, eccoti qua, che stile nella tua alternativa realtà vera onirica.

Ma piccina, adesso o domani mi ucciderai in silenzio, silenzio.

Ma piccina lo sai, verrà il giorno e mi tradirai, il mio sangue inumidirà le lenzuola dalle vene, le speranze tue perderai nel voltarti mentre ti parlo altrove, nel non riconoscermi mai più.

Passerà?

Cosa resterà, mia dolce amica?

Chiudi la porta, spegni la luce. Chiudi la porta, le candele illuminate dalla luna.



Romanzo secondo



Dove sei, tu che crei virtù dai vaneggiamenti decadenti?

Dov'è il tuo stile da brivido? La luce del sole nei tuoi occhi chiari?

Mi manca il tuo dondolio, il cocktail senza ghiaccio in estate.

Mentre fumo la penna sguscia e l'immagine si forma intatta sulla tua pelle, sei la mia poesia e le stelle, nell'ombra respiro.

L'aria trasuda di te, della tua follia, del tuo sguardo acceso, del nichilismo.

Pomigliano nell'aurora, occhi azzurri, gotici albori, dopotutto a guardare i suoi cirri di primo mattino, le sue mani, il mio volto ancora ad accarezzare in un albergo di provincia.


Ragazza al bivio



Passa un'anima intravista dal retro spettatore che lascia una scia sulla strada ancora un po' confusa per le scorribande serali delle tue inclinazioni mentre attendi ad un bivio per attraversare senza farti scortare, senza farti scordare, atonica ed impressa sulla stagione dalla vivificazione scossa, scaldi le guance come un motore, non credevo, non pensavo, non sapevo, proprio non ti vedevo frutto non invecchiato con l'abbigliamento dei giorni che furono, con il volto che non oso guardare ma che dentro lo specchietto di me stesso rimane, la tua anima, è proprio quella, mi sorridi, mi sfidi, duello atroce, posa quel fiore, cogli autentiche sincerità, dal cuscino, dal violino, da ciò che poi sarà, è già sera, non mi reggo, continui attonita ma sorniona a guardarmi per stupirmi, per stupire il tuo ego dimesso al soffio leggero del mio passaggio austero, credi alle coincidenze? eri proprio lì, sei proprio qui, lo giuro, cosa c'è di vero in ciò che scorgo? Cosa c'è disegnato sull'istogramma nel tuo polso tatuato, l'alba coi suoi rimandi, come dici? mi conosci? non sai chi sono? quello di sempre, non ti sorprendere, io vago e vagheggio, magus et magister dell'ultim'ora, la fine che tu hai dimenticato, riposta sullo scaffale, forse ti sei scordata, mia rovina e mia salvezza eterna, quiete tempestosa, è tutto finito, non c'è più tempo, ma voltati un istante, sono qui a sorseggiare anche solo quest'ultima apparenza di te, la parvenza di valore autentico di cui hai sete, sì lo so che lo sai, espurghi libertà, trai l'essere autentico, la millantata unica personalità restia che si presenta a tratti nei suoi abissali e vari corollari frutto di te, frutto della molteplicità, che ti ripeto, sai, vive in me, vive in noi, come un canto d'ubriaco sgorga pura e limpida, allora, mi dai una mano, segna con il sangue la mia gloria e la mia immortalità, l'infinito, taumaturgico domani, che non era, sali, sai, non ti chiudo in un semplice pensiero, perché è così, è tutto vero, andiamo in stanza, muti, muti a parlar, è così che si scrive il codice della fuga.

Cosa saremo non lo dici, lo fai e fai sul serio con quelle mani, lo spirito dissolto nelle rimanenze e nei passati, bucati come il miele nel cuore dell'illusione, sei così vera che smorzi l'intenzione, la rendi sana e mi sollevi, sei proprio tu, ora che ci credi, rinasco nel guardarti ancora, si ferma l'attimo e la gente passa e va, restiamo noi, soltanto noi, infinite palpebre che scoprono il mondo fatto di segnali occulti, siamo sacerdoti del controtempo, il solfeggio è l'incanto scosso da capelli, ottagonali i tuoi via vai immobili, marmorei i fiati, la sincretia dei gesti tuoi la sola realtà, guardi, ancora guardi qua, va bé, magari hai ragione, vista e lampo osceno nell'oscurità, saprai di me ciò che non sai, quel segreto sigillato aperto mai, l'assurdità, la fantasia e la follia, comunque è meglio che invecchiare morire nella luce della verità, e quale è il patto faustiano allora? mi son perso il resto, Paganini già lo sa.

Ciao, sei tu? pensavo a te, come dici? parlavo col cavallo o con la lucida realtà in bilocazione bicromatica e prismatica dell'immensità, “non fa niente, continua pure, il 2000 è il tuo secolo”,

un millennio di profumi, uscivi, con chi rompevi i leggiadri assoli tuoi unici?

Nessuno forse tranne te arriverà, un po' per indolenza un po' per stanchezza a questa riga qua, eppure nei millenni resterà la parola, il tuo verbo mai scisso o interpretato, fatto storico inesistente, è questa la novità, non porre fatti o valori ma imporre interpretazioni incancellabili e inossidabili

perché impressi nell'Es, 

o nell'essere forse dicevo, fa tu, suona la musichetta, scegli la nota giusta,

ok, quindi parlavi di novità, il mondo finirà quando ci accorgeremo che tutto è già accaduto, il giradischi in panne impenna in salita come acritica locomotiva esausta e irrobustita dal sole del mattino, cara mia principessa, vuota il sacco adesso, oppure no, lontano ti amerò perché un giorno sarai qui, nell'assunto rinchiuso nella fortezza sepolta ed oceanica, ecco qui.

E torneremo al concreto, dissolti e materiali tra i roveti incolti in autunnali sortite agonizzanti di chi ha perso i sogni e crede in una unicità ormai tramontata, positivamente dall'ideologia stessa seppellita, sfiorita mi ricorderai l'indifferente sordina fastidiosa squarcerò con punte affilate in melodrammatiche serate, comunque meglio del silenzio inutile.



Sogno di ieri notte




Lou von Salomè



Mentre penso scorgo il tuo volto.

Allora io tento di farti capire che nel mondo intero il patto l'abbiamo fatto senza accorgercene nemmeno lo stesso giorno, senti il respiro, vuoto il sospiro, allora fluida torna da me come non sei mai stata, sono la luce prima del mattino, il soffio inutile del vento, il ribrezzo di corridoi, il riporto all'animo sconvolto, la bellezza di un tempo scioglie le tue mani in gesso astruso e disilluso finché non diventino il frutto della nostra bramosia, ancella mia, padrona, intrisa d'aprile, serva prediletta dell'abisso.

Sogno di dei, Lou Von Salomè, dignità dischiusa sarebbe ciò che hai cercato, sconfitto l'inverno, vissuto ed oltraggiato l'inferno e agli altari sublimato, immortale risorto solo per un tuo ragionamento indotto, purpurea meschinità.




Hydra mentale



Passeggiando come traversando decenni diroccati dell'età dai sapori frantumati, era il mattino pronto ad arrivare mentre scendevo dalle scale, ancora buio sopra la testa occhi al vento con tellurico temporale scalfito e tragico che si approssima al rigurgito etilico della mattina, stesa la fessura delle ante e delle crepe come fosse vetrina, guardando le mie unghie tinte di nero, il resto del passato come schierato dalle truppe, dalla paura trattenni il fiato, si aprì il portone e fu un notturno fragore.

Guardai Milano e corso Garibaldi, scintillando in file entusiastico, iniziando a volteggiare come un airone che per non pensarci posa lo sguardo altrove, ti rividi dopo anni un po' per caso, un po' per violento nubifragio decorato dalle remissioni del virus scandito e nel lisergico chiarore claudicante zoppicai dalla cornice al pianto inabissato, mi stesi a terra continuando a fare scorgere immagini imperfette che dalla finitezza riversavano sbocchi verso affluenti inclinati scorrendo in ruscello riservato, come è stato ciò che è stato, allora non ricordai chi ero e nel silenzio rubacchiai un saluto come oltraggio al destino.

Presi un foglio umido e con l'inchiostro abbozzai il ricordo oramai troppo lontano di un uomo senza più gloria né rispetto, di un uomo nella sua anima persa, di un ragazzo quando il cellulare era solo paura della prigione, quando l'età era dell'innocenza e il futuro come ora già vissuto, poi con la tennens cercai di dimenticare per poter tenere bene a mente ciò che son stato quando non ero, ciò che sarò prima dell'ascesa e della caduta, prima del tempo di qualche venuta, così resi tutto in mille pezzi, il foglietto navigava nella pozzanghera appena formata, la pioggia nolana si dissipava.

Erano quattro quei cavalieri di parole, di romanzi hardcorde ricamati, guardai la musica ed ascoltai il sussurro dei miei libri che si districava nella corrente per elettrificare un quoziente approssimato dal rifiuto dell'assurdo risultato.

Risi di gusto davanti a te invecchiata.

Puntando tutto sulla conclusione persi e ancora, ancora ridevo, delle altrui imperfezioni, delle loro decisioni, di me sollevato come rondine che assurgo l'ultimo sospiro alla ragazza che mi ha dimenticato per un'indifferente conoscenza, per un ardito silenzio, comunque non la biasimai e in solitudine me ne andai.

Bucai quella voglia taciturna, ascoltai ancora l'immagine in sordina ma che non era mica smarrita, la via di ieri era in salita, la rimonta in differita, la spiaggia arrivò in ritardo quando c'era già lo spasmo dal cruente cuore d'arpilla, arpia di giorni indispettiti, mai così non mi ero indispettito, la rabbia impotente conduce alla follia se non sei auriga del tuo stesso sentire oncologico nel patrimonio intellegibile e istintuale, un rimbombo assurdo mentale, un ridicolo pentimento, ok, d'accordo, ora ti sento.

Guardai tutto come da un televisore, la risata intensificata e il foglio perso fecero scrivere i tomi della mia vita nell'animo di sconosciute usate a mo' di inganno celebrale, sull'asfalto restò il resto, conciso coll'indelebile gesso dell'indice accusatore della convenzione.

Schizai deciso come un sopruso e resi il giusto a chi è dovuto, me ne andai con il vento alle spalle, i tuoi capelli agitati, il pendolino e il numero di prestigio alle carte.



Viaggio astrale in riflesso di tempesta stellare



NR YH 'BTRŠŠ W GRŠ H 'A B ŠRDN Š LM H 'A ŠL M SB'A M LKT NRN L BN NGR LPHSY.

Alito inesperto sul ripiano al furor del vento.

Urla arcaiche balestrali, muschio, inebriamento astrale, viaggio selenico e segugio intarsiato nel metallo a forma aguzza, dente felino.

È sulla spiaggia l'attesa.

PDN L'ŠMNMLQR L'DN L'Š R ' ZP'L'Š MN'B BN'BD MNB N'BDTWYN BN HY D RY BN BDGD BN D'MLK BN H'B KŠ M'QL DBR Y.

Progresso progressive, clastico calcareo anacronistico nel proiettare immagini violette.

Paradigmatico l'incrocio complesso ed epocale come adesso, epica scissione psichica della realtà sensibile da quella intellegibile, uniformità teorica e superamento del quantico e del relativo nel flusso energetico imposizionato ed ultratopico presso l'orizzonte degli eventi inaspettati, violate leggi paradossali, occhio di Ra, ricordo, negativo parallelo, animosa penetrazione divina nella cordiale visita elettrica della memoria, inspiegabile è dir poco, piuttosto inquantificabile ma intuibile con successo scarso, causalità invertita l'accidente, l'effetto genera la causa ed il futuro modella il passato refrattario e con geroglifico sistema iconoclastico e binario, intelletto artificiale.

Fuochi accesi ed intrapresi rodono il fegato accostati ad appostamenti di relitti sprofondati, lo spirito aleggiava sulle acque, le nozze bigotte proposte e rimarcate deludenti pretese violate, la conoscenza civile ostracismo dell'ardire, domina da anni la lotta darwiniana senza genetica e malthiana, non è follia è semplicemente sbagliata.

Il bicchiere si ricompone dai cocci. Resta tutto normale.

Viviamo dal principio il circuito serpentino illuminato avulso a senso spaziale, parascrittura inusuale del logos stanziale, Dioniso umano morto e risorto, mito caananeo.

Rifiuto usurpazione.

Ellittica trasmissione. Velivoli d'oro, argento dei bastoni, navetta in terracotta.



Brucia Tiro, fiamme e mare eroico, le arpe e la musica contemporanea ha da sé, base di vermi, base di vermi, ha attratto a sé, base di vermi.

Non voltarti.

Sgancia intatto una miscela il Fato, dacci forma, urla isteriche, ossessioni, precisioni, il risultato mina basi, basi di vermi, cambieranno tempi e leggi.

Scelta Pallade alla luce del mattino, scelta furba tra le greggi, oggetto del declino, frastuono, armamentario scarno, mistico volteggiamento, pendente, non si muove, non si muove, spazio diagonale, la via più lunga per l'oriente, la via più breve cerca il vero, scinde il quark pusillanime, tra i Gesuiti il fisico, lingotti, liste destre, sinistre, guarda in alto la virilità, robotica, cibernetica, androide, tridimensionale, ologrammatica imperfetta, l'ecosistema non si conserva, termodinamica sbiadita e tramontana, quantico aperto, andaluso passo, stanza.

Urla da circa trecento milioni di anni, spara.

In periferia i barcollamenti, gli indumenti, stilisti attacchini, stiliti spazzini, latte, piante, l'arte, non si finisce, surrealismo, cerca un blocco, serpens caput, ophiuchus, sirpium serpin, canfora, truce struscio vorticoso.

Ecco ipnotiche soluzioni per sopire dall'esterno un vuoto interiore, maggiore il magone invernale, tremo alle ginocchia ai passi felpati cari, unanimi, incolore, inodore, psichedelici, stimolanti maggiori, macchie lasciate a caso sul pentagramma, base, falsetto, reverse, sintetizzatore proteico sonoro.

Venere nel nautico imbroglio trasmutato Baal in Crono, il signore dei signori reso accadico tempo trascorso non a caso e sferico da quattro punti concisi dialettici ed intensi.

Sogno, sogno.

Ricerca amore, ricerca del vero amore interiore, ricerca in contemplazione, canto dinanzi al volto divino ed unico e trino, mistero egizio, rito ittita, dominazione assira, Tiro brucia ancora, le arpe, le arpe, perdute, perduti gli accordi coordinati, ritmici, abbellimenti, legali legati in rappresentanza.

Dall'età non c'è più crudeltà nella pietà, ecco il punto, ancora tu.

Tre fiumi incrociati nel giardino perduto.

Eccoci di ritorno a lampioni spenti in periferie inviolate da atteggiamenti impulsivi e distratti dal via vai dei gatti.

L'occhio di Ra, l'occhio di Ra.


Ohimè!


Ohimè! L'inverno su di me.

Rinascita scarlatta della lacrima divina e infuocata presente nell'anima creatrice, come intelligenza, spirito intelligente, ma ridurre la trinità a bipolarismo sarebbe folle, nello stesso è insito, consustanziale, spirito corpo e dio son forme di energia, e l'Uno è ciò che comanda in noi come frutto benedetto di luce, dodici colori, dodici note, dodici odori, dodici sensazioni, da dove parte la scala nel tutto irreale, nell'assoluto irrazionale con piano divino e caduchi risvegli dopo la morte nelle transizioni per tratturo antico al piano verso pluridimensioni superiori, in principio era il suono, poi il pensiero e infine il verbo ma se la questione è senza tempo, lo stesso è convenzione, non esiste evoluzione, mai, semplice presa di consapevolezza con l'esperienza e la meditazione interiore, niente scorre e la nostra staticità è la riserva più affascinante perché ancora inconcepita, da qualcuno forse intuita.

Dove siamo diretti, verità 9903, il piano è cambiato e strano, non mi ci soffermo, la fulgida schiuma natale incrociata come segno vivissimo e splendente in cielo, incroci che sono già avvenuti, decenni masticati, millenni offuscati dalla nebulosa spaziale, teoricamente è tutto giusto ma manca alla scienza materialista di quest'epoca della modifica della materia, partita nel seicento, la precocità spirituale del vero, la riflessione e la dialettica è nulla senza l'arte e l'intuizione.

Le stelle da sdraiati sulla sabbia alle tre di notte, un fuoco dipanato, la musica da accordo infantile, un bacio profumato d'ortiche, l'abbraccio universale delle etnie, le razze superiori, tredici linee di sangue che spiegano a parole cose che neanche sanno.

Fratello mio, sorella mia, non c'è gerarchia ma se davvero non c'è dominio, non si può regolarizzare l'economia in base a scelte popolari del futuro prossimo e genetiche del nuovo comunismo, occorre compassione, partecipazione, sapienza e amore diffuso tra tutte le persone.

Movimenti come alberghi a cinque stelle manovrati dagli illuminati, fanno fumo e casino nelle piazze, politici mascherati di populismo che infrangono ogni aforisma, posti quasi alla pari di qualsiasi altro partito, coscienze di giovani pieni di potenziali manovrate dall'effimero, dall'ottenere senza percepire, né riflettere o capire.

Non ve ne accorgete che siete burattini? mai ascoltare altri che non siano voi stessi, voi stessi che se indagate nel profondo dominerete la rabbia e scoprirete che l'amore è l'unica possibile rivoluzione.

E se nel complottismo ci si accusa disillusi, chi critica in negativo è chi vi appartiene, chi critica in positivo è chi vi subisce, l'inverso se rifletti va bene lo stesso, il guaio è nel mezzo, una zona di silenzio.

Pensa, indaga, scopri te stesso, realizza gli altri.



2013


Il veltro del dispetto sgusciò dal giusto mezzo, il punk che si impostò, come penombra andò, digitando il pc che non lo vedevi che da qui, scoppiando dal bit bit più eterno, strampalato del surrogato orientale estremo e vivente in tecnica furbetta e sorridente, tesa a un filo la mia mente andò, forse è l'intenzione ma il mare si annidò nell'altro mezzo di cartone impresso da macroscopico gesso, e l'alba poi ondeggiò un cantico allegro ma non troppo, moderato e stilistico del sarò, e poi si increspò, dipinta fu la bolla clorofillica da erbe officinali ad altre più subdolamente ancestrali, il resto lo vedrai quando ti perderai.

Ed eccoti improvvisa a dorso di cornice disfatta e accennante, un po' imbronciata dall'era appena nata, ti stemperasti così e l'inverno la stagione soggiogò, ridicolo il tempo ci cullò, guarda ricorderai le acconciature da sdraiatella in piazza, da stracciatella e pasta canina e cinica cioè recitazione, il verbo dal frastuono si scostò e l'atomo notò noi spersi nel fiato e nel fumo calibrato dall'ansia e dal panico tinto l'alloro, da assetti nelle maniche e da i velate come cartine del decennio, poi l'alba tramontò, la storia si oscurò, e il verbo l'intenzione ormai evidente pronunciò, pensa a quante rinunce solitarie e scarmigliate abbracciasti con il cenno del sarò, l'estate ritornò, il palco e la gloria un nuovo giorno dall'abisso ricavò, pronuncia scomposta, rifiuto della scossa allegra e scoppiettante in sé, e allo specchio poi sorseggerai l'aroma di te stessa incauta e fortemente da fiati nati dalla natura ti disincanterai.

E intanto l'illusione accanita restò lì, di patrocinanti mai accuditi, e intanto fugge l'ombra e tu mi guardi assai, ridendo te ne vai, pasciuta all'età tua, il reverse che non c'è, la sfera che va nell'andantino, il flauto abissino, e l'elmo divino.

Infine penserai, io stessa, dimmi, dove sto? E infine ti risponderai, è andata bene in fondo e d'altronde il resto non mi interessa e manco lo notai.

Infine e dunque stop, l'emo dalla coda dell'occhio piagnucolò coll'MP3 lirico e psichedelico chiuse sé stesso ridendo dal finestrino della metro rimaneggiando l'ideale o forse teorizzando l'esistenza dell'idea in sé.

Adesso si che vedrai la novità.

Il vero è qui e si concentra in te, in me, nelle anime nostre incrociate a un bivio da vicino Niccolò e Ficino imbambolato nel quale e nel dove moderando i passi e le proporzioni in sensazioni veementi e ritmate mai più di così, ed il disegno scolorì, la nota si intreccio con te.

Finita la rimonta, inizia la realtà nel segno pronunciato il nuovo arriverà, pressato dai tuoi occhi prestati al disincanto vorticoso dell'illustre saluto un po' violato in sé.

La luna è sempre lì, il bosco setacciato da metropolitana viltà, i palazzi ingrigiti, forse non mi notasti nell'osservazione stesa contemplativa nella tua docile, dolce e ditirambica invettiva perversa.

Il nuovo lo vedrai.


Hasta luego canaglia


La macarena delle nacchere e del tip tap alla riviera tra tarante ritmate ed altolocate come morse dalla virtù in sé sciupata e dall'ondulazione a realtà declinata. E l'inverno crepuscolo intenso.

L'aria da nababbo nella conclusione impostata a ritmo un po' serale dell'estate che comunque verrà.

Profumo e barba fatta.

L'eremo della storia lo disincaglio tra i cespugli.

Magari parla l'intruso tra noi.

E gli uccelli ci guardano come hitchcockiani spettatori distratti ma accaniti, cosa farai?

Le suonate musici sono destinati al dadeggio incrociato tra aramaico e latino, tra assunzioni sul posto e terremoti che scuotono l'eterno etereo infernale e verniano magari da belve cretacee, giurassiche, triassiche, o magari dal mesozoico al cambriano cambiare impostazione, primarie distinzioni.

Dio mio l'arca e le bestiole a due a due. Un po' in senso letterale. Un po' in complotto abissale.

Magari vogliono trovare la connessione tra Magdala e Sophia. Dove andiamo e in che modo?

Provenzali merovingi, incutiate timore a falce di incudine gessata.

Da Carlo Magno al miraggio dell'austero conflitto austroungarico da chanson d'oil il nostro rigore affermativo talora con violenza celata vince sull'amore per orgoglio e l'Orlando da innamorato a pazzo il passo è breve.

Ecco cosa dovresti fare.

Cercare due consonanti e vocalizzarle in falsetto sghignazzante sul finale.

Hasta luego canaglia!

E nel ritmo invertito inizia la nuova danza, a carponi d'assoluto, sento il verbo intarsiarsi col tuo abbraccio sincero.

Qualcuno dice spoglie sul cantiere di una rivoluzione ormai assopita, ma tu ascolta quello che ho da dire, don't dead, dont'dead in the end of the time, punk don't dead.

E mentre sorseggi l'essenza del silenzio c'è un rigore scardinato dalla confusione di chitarre accordate al massimo che stemperano la temperanza dei borghesi.

L'immensità è ancora nei nostri occhi, dai primordi di una realtà virtuale, noi classe dissipata e derealizzata, nei concetti mal concretizzata ma nel nostro assoluto unica e sincera, noi generazione di transizione verso il nuovo, noi generazione di furente spirito, noi porte spalancate verso il vostro infinito.

L'energia alla lunga si impone sulla materia e la modella come noi rivoltosi rivoluzionari faremo nel nostro fracasso sillabato e mal accordato, mai sconfitto e sempre vivido come dai tuoi occhi trasversali e perversi.

L'immensità talora è abusata, talora si sfavilla conoscenza nerd nell'abisso ma noi siamo la realtà concreta, noi non moriremo, non disappariremo in intense sciorinature anglofone.

Ma siamo punto di non ritorno del vero oltre il limite illusionistico.

Hasta luego canaglia!



Amore da Belle Epoque



Nell'atrio del locale il fumo inverso sale.

E dimmi la verità questa volta tra lo spirito che esulta nelle tue boccate profonde che secernono la realtà intorno a te, intorno a me, seduto al limite ultimo dell'inchino col sapore senza uguali del campari.

E dimmelo ancora, se la vita è come dici tu, sto cantando e la voce si stanca, ti sento in me.

Dimmi ancora con lo sguardo perverso che il nostro rendimento netto è frutto di passione mentre strizzo l'occhio declini in iperurani sopraffini, ti sciogli e scendi dal palco e mentre canto ti abbracci a me, unico appiglio nel tuo borderline dell'assoluto, un bacio scocca ma declinato da eucliptus al varco oltraggiato dalle note sempre in mi.

Ancora ti stringo a me, per sempre e non fa niente se domani dimenticheremo.

La voglia sale mentre mi accarezzi e sincera mi squadri come fossi l'entusiasmo della tendenza del tuo desiderio.

Ripenso a te, a ciò che farei per te.

Ed ascoltami, ti prego, domani ti resterà solo il ricordo dello sbatacchio, del trapattare con la lingua, dell'ontico amplesso mentre penso in compromesso che il tuo corpo per tutta la notte giace sopra il mio interdetto, così godo nel tuo lamento, il piacere all'ottava musicale, elevato alla nona per simpatia tratta dall'attrazione di un pensiero campato in aria e da te lodato come fosse l'ultimo traguardo possibile della rivoluzione umana, esaltati ci poniamo in ingorgo ritmato, un altro bacio.

E ti penso come vuoi tu, è già mattina e il tuo capello si impone, voltata non mi guardi più.

Non ti sveglio, lo sai tu? Me ne vado e ti ricorderò come spoglia decimata dell'ultimo albergo, stretta al mio manto, muta nell'entusiasmo, amata per sempre, tu.



Adoro questa tua apparenza



Silenziosa e raccolta in magica apparenza ti scosti disinvolta lucente decadenza

da quei tuoi splendidi occhi mi trovo disarmato e sboccia disilluso come manto trapunto il tuo tenero saluto.

Poi mi poni a conoscenza di una realtà velata, le tue labbra disegnate in rosea fluorescenza.

Sogni ancora con lo sguardo, il pensiero è il mio vello che ti rende edotta dalla tua stupenda forma si illumina il tuo volto.

Armeggi con respiro profondo il tuo morbido capello scosso nella sua parca situazione designata dall'aula del ricordo sfuma sincero invadendo l'alma mia la tua frullosa vocale melodia.

Dal viola alla tua mano recondita e sopita si slaccia la scarica ardita:

profusione eterna e desta.

Dunque sei la più bella e banalmente dico ciò che tace il respiro.

Poi a mille il cuore scuote l'armata posta a conclusione e mi disarmo dinanzi a te infrange furente il mio desio, mentre il tuo sospiro è nei tuoi gesti gocce di rugiada pensandoti come aurora, come attimo dopo il fiore mai sciupato del sogno.

Rifletti ma poi sciogli queste rissose lotte vocali ti confondi anche tu e nell'incedere germoglia lo stupore ultimo floreale ardore.

Ti sciogli quasi invisibile ma all'improvviso scagli altrove il viso fai la graziosa con le mani e l'impianto del sistema universale di arzigogoli e massimi sistemi si riduce ad ultimo punto d'universo mia stella più risplendente del giardino del mio cuore firmamento.

Adoro questa tua apparenza!

Allora sei la lucciola che trema alla finestra pallida trema al vigore del vento, ti stringerei al mio petto pronunciando il tuo nome che non dico, stordito e giulivo.

E poi ancora pensieri, li trattengo per non sbiadire la tua effige.

Guardi a sinistra e poi me ti giri in ricognizione se sciorini altre due parole ti tengo ancor più stretta alla memoria.



La luna albeggia attimi sviliti



Tre assunti tra le dita un velo sollevato la sfida delicata al far della sera che irrompe e va.

Respiri come assonnata la settimana travolta dalla tua coscienza che svolta

all'alma mia decide già ciò che sarà

ed albeggia la luna,

il ritmo della vita in metamorfosi come tra granelli tersi di sabbia,

ti illumini opaca, vaga sei già qua verità

ed apostrofi i miei discorsi con i tuoi sì, dici di no, non so,

forse ma ora non ci penso più,

vai via da te stessa come magiche assuefazioni

rifatte dal lontano barlume di fiacca ermetica rapita,

la tua metamorfosi alla realtà

dalle tue soffici mani ondeggianti dipinta e sei di nuovo così come vuoi, voglio io ed è l'unica incontrovertibile certezza .

Va l'atmosfera disincagliata e riflessa dalle tue braccia attorno ai fianchi stanchi spalle rissose di gioia mancina della mia vita vetrina.

Ecco, proprio non ci riesci

ti sciogli ariosa alla prima dopo la mezzanotte che in ottava va

e ciò che sono lo spirito estroso tuo lo sa in corrispondenza eterea.

Attimi sviliti!




Risveglio in notturna primavera



Dal nulla infausto dei timorosi silenzi una luce scarna lo scranno d'abisso.

Chiedo venia al fruscio distratto delle foglie notturne e il gemito del futuro dal ventre si scioglie,

guizza rapido verso l'ignoto ed interrompe il flusso mancino dei pensieri disastrosi.

E come il verno temprato ha lo spirito disposto a cupe attese e fragili promesse

così nella quiete smuove i passi un canto e lontano si scuote il rumore,

graffito e pioggia della armoniosa primavera, musica divina primordiale.



Saprai trovarmi tra le righe di un accordo muto



Saprai trovarmi tra le righe di un accordo muto.

Questo silenzio ci ottenebra gli occhi, inerte alla finestra,

aiuto è il grido e l'entusiasmo smorto.

Un sigaretta spenta, la luna, il piano, il bosco tra libri polverosi.

Il tuo cenno come addormentato dal tempo funesto dell'assurdo imbavagliato, tra lacci di ridicolo frastuono, irromperà tremante tra la ripa scoscesa della riva novembrina della nostra prima uscita,

tra sabbia il passo muore lento, vertigine in vibrazione il tuo rimpianto.

E poi ancora la vita tra i diademi striscianti dell'orgoglio, tra sentenze profumate di vendetta.

E mi vedi riflesso per un attimo nel luccichio dei tuoi occhi vividi tra lacrime deluse.

Ah mia anima! capiremo come stolti un giorno che il principio è il nostro nulla!

Ciò che ci uccide è il nostro filo di appartenenza, il nostro vincolo che tiene unite nell'insieme chiuso vittime assurde della vita.

Saprai trovarmi e tra le righe avrai traversa la tua vittoria esanime, il tuo caro sipario, il tuo finale estroso, il plauso al tuo inchino dell'assoluto.

E tremerai tenendomi le mani.


E tutto non finisce


Saltellando giocondo tra flutti increspati l'orizzonte si adagia sulla perfida stanza e la luce lunare, penombra mi assale come trio giubilante il mio grido d'amore risplende nel muschio selvaggio, si estende tra i tuoi cirri boschivi e le vedute matte con un balzo la stagione nuova si inverte roteando fulminea tra grappoli di papavero e foglie d'ortica la puoi sentire se vuoi quando il tuo orecchio porrai con attenzione sul sussulto del mio petto nell'intreccio tra vegetazione e lo splendido volto pallido e puro come quando carezzi con affusolate mani desiderose il soggiorno vistoso come promontorio e il silenzio si tinge di tiepido fruscio musicale.

Un eco risveglia il mio respiro affannato e pacato il tuo manto stellare mi copre il corpo dalla brezza investito imprimendo indelebile l'anima, stampo mai spento del foco del tempo, il nostro lontano. Ancora echi e una voce soprano delusa dall'andamento respinge l'invasione ma si scioglie il sentimento più vivo, più intenso nel secondo, nel quesito scomposto, lo sento ancora come squillo di tromba, vivido e nitido il suono, la follia della pioggia nel fruscio del vento è riposta.

Ritorna quel ritmo.

Io genuflesso ti chiedo, mia miniatura di animarti e lasciarti dalla danza cullare desideri nascosti saranno prorompenti se tu nel rimbombo notturno scoccherai da Artemide flotte di saette tra vette dirimpetto al precipizio di modo da percepire l'infinito in un semplice passo, non è nota lo spirito ma cascata sincera che dall'intestazione trasforma l'abbellimento in adorno sintagma indivisibile ed elementare il fonema, la goccia, la roccia, l'anatema sul polso orno della balestra e dell'arco universale nella selva mi perdo e tu amata bestiola trascendi il senso del ragionamento con simpatica alterità sentimentale.

Due pulzelle tessono in disparte, la modernità vocale è solo apparente, improvviso come arcobaleno dalla crociata smussa ogni sonata l'entusiasmo ma è solo fulminea apparenza che talora ricorre come ritornello o come circolo vago, come magico assolo.

Guarda alla rima svogliata, la tua immensità disertata.

E tutto non finisce.



Inebriato dalla tua apparenza


Nell'antro della grotta bigotta il trastullo dell'eroe ribelle.

Mille e poi cento fiori di loto, il tuo volto altezzoso, il tuo vestito dipinto di ciclamino.

Pensiamo nebulosi nel frammento musicale, tutto è amore, mia cara, tutto è nuovo con gli occhi del passato incerto, del futuro rigoglioso tra germogli di sogni acerbi, clorofille i desideri, allori rissosi.

Del numero infinito portiamo il respiro come quando, lenta, passeggi a dita sciolte, briga del sentimento, auriga del dissenso armonioso.

Nessuno oltre noi ascolta il sussurro dei passi nostri sulla sponda.

Forse magari solo la luna o il sole bistrattato perché possente possono raccontare l'aneddoto, tiepidi sul mosaico di stelle stravissuto, nostra immago, nostro orizzonte.

Et anche i tuoi occhi dal brevissimo sguardo dissero, pizzicati sulla lira, la notte è l'assolo del nostro ululato d'amore, reietto e spento solo per i giudizi invecchiati del lento inesorabile consumarsi dei sassi sulla riva.

(Talora le conchiglie brillano senza sapore umano).

Continua a stringermi con l'apparenza, disseta il mio cuore inebria l'alma solitaria e sorridi.

Anche la pioggia greve ed odorosa accompagna i nostri cenni e non c'è vita umana che separi l'intreccio delle nostre mani.


Emisfero di passioni è la ragazza mia



Emisfero di passioni è la ragazza mia ed ogni quesito d'universo spento ripudia dolor nell'estroso passo, talora guarda al dipinto plurale dell'erba e del soffice manto austero nel canto cadenzato e raddrizza l'inverso fragoroso della vista quando, miserrimi, celebrammo la ventura dell'oscuro.

Talora lei simpatica, quando le fisso le mani abbassa il viso ed è come voragine il mio core, come tempesta il mio sentire, tutto trasmuta in trascendente e non v'è figlio di Cristo che non senta il pullular di una scolastica passione, il vincolo sovruman della femminea intenzione.

Allor si chiede all'ombra ristorato un corpo innamorato e tutto perso se da un solo cenno si può carpire il color dell'immenso, le fugaci vie mancine, i dardi e le stelle che in gomitoli di costellazione fanno l'eco al grappolo vistoso della sua silente immaginazione, del suo sorriso.

Sembra che la temperanza vinca la empedoclea confusione, la scissione dell'armonia tutta in faville quando per la tensione si respira guerra che dir 'sì santa è offesa all'anima creatrice.

E lei, perciò, è l'unica salvezza, o genti mortal gettate al vento il mantello, ficcate nella rimembrosa roccia l'acuminato stendardo, lanciate l'elmo, che 'sì tosta virtù mai per disdegno ha carpito il senso mio.

Come il pittor talvolta naufrago rimugina sull'algoritmo fitto del Fato per trovar la giusta quadratura al cerchio, tal io son rimembrano e contemplando la sua gioia diurna e furente nella notte quando l'occhio dilata il suo vettore e tenue come foco rissoso sfavilla il suo pudore, splendore!

Non negate spiriti a cotal figliuola che tanto ha sofferto e tanto amato la grazia dell'immenso.

E tieni conto o Misericordioso Lume che pur se lei ha negato il tuo dominio l'occhio ruggente e celeste suo a te ha condotto me e gli altri innamorati profughi nel vuoto infinito dell'immenso.

Non sperderti dunque, o mia canzone, ma per li cortili e i vicoli, le reti ingorde e le prolisse rive spargi il suo nome e per desio cedile il posto nel più melodioso cerchio.


Pupilla inaudita


Pupilla inaudita e inenarrabile, matrice del misterico stesso tuo intrinseco astratto e etereo impronunciabile fattore, sguardo inebriante della pace universale, scaglione inesperto e tutto ardito, io fisso quel punto mentre assisa somma sei il rimasuglio floreale dell'essenza infinitesima che trae splendore dall' infinitamente piccolo che d'energia raccoglie in madornale concentrazione tutto l'intellegibile che scopro non più indivisibile ma percezione vaga della rissosa natura che parla a tratti come consumata dall'emissione del tuo fiato.

Chi sei tu piccina che tanto gaudio non disdegno ma da sapore d'assoluto assurgo a mantice prolisso di ciò che solo accennato dipinse il relitto umano nel momento stesso in cui pietoso volse il suo pennello all'incanto astratto decadente dell'immenso?

Par sì crudele e di oscuro salice trafitta, ma il Dark alla Desdemona trasmuta e trasuda pallade del religioso silente armeggio sapiente e mancino quando d'artemidea amazzone trafigge il dardo con sì splendore e noncuranza che l'ago nella vena dal pagliaio è pacifista assassino della belligerante resa, guerra finita e diplomazia discesa tra saporite mandorle, foglie di assenzio, caduca spina nella rosa inversa.

E come d'equatore mancante il tropico dall'eros delirante vola come spasmo e trasla e parla d'incantevole fattura come respiro trafiggente del sospiro dicente all'entusiasmo, muta aspetto e scindi il desio dall'entroterra sublunare di ciò che uman ragione tace.

Senza costrizione, misericordioso guardo femmineo, soggioga belve, bestie ed anime animali nel momento panpsichista di inutile lamento è la mia voce quando avverto, mentre scrivo, il melodioso passo del tuo immane pronunciar l'eterno, chiudo gli occhi come svenendo di vertigo istanza tra legge e guaritrice affanno la sintesi graziosa del male e del bene come d'angelo caduto riscattato dalla stagion divina concupita e sognatrice senza più ricordo all'aurora dell'ultima notturna vision leziosa e tutto l'universo tra foglie novembrine, maggio, ciliege fragori lampi dicembrini, neve in febbraio e sonando d'acume di notte in mezza estate sera di luglio quando il tramonto mostra la frescura d'amor, volume sustanziale ed accidente non pensabile e più guardo qull'apparenza più non respiro come dardo che stordisce nel momento della pugna ma l'assopirsi non volea acchè per sempre perfetto possa percepire.

Vorrei davvero, genti mie, che poteste capir ciò ch'io guardando e stupendo mutande essenze di dodici note e dodici colori e dodici parole e numeri a tal stessa guisa.

O me stesso misero fammi esporre solo un istante lo iato circoscritto e circospetto alfin che capisca ciò che il mistico saluto rende cenno concreto e viceversa.

E l'ultimo attimo, come fosse il primo o addirittura passato o maravigliosamente mai sentito, è vittima d'allucinata immaginazione.



O mea patria


O mea patria! Ristoro dei miseri e desio dei leziosi profughi dello spirito, guida nel mare tempestoso, navicella d'ingegno e respiro eterno della soave canzone adorna di araldi mai stanchi delle lodi, in circolo attorno al fuoco di Vesta rifulgente mai sazio, e risplendente,

ti prego vivi, ti prego stendi la possente mano dei tuoi eroi e servi, padroni dell'esistente e del metafisico sospiro, del tempo frantumato e del destino di gloria, copri col tuo manto questi quattro ultimi reduci di una guerra che cantano finita da anni.

Barattieri mai sazi oltraggiano lo stendardo, macchiano la candida veste che fu l'orgoglio di piccoli ragazzi sprezzanti della morte, grandi uomini, immensi cavalieri del tuo sangue, arcangeli della divina, laicale causa comunitaria.

Volgi il tuo sguardo immensa donna e col fragore di fulmini e di dardi stellari mostra l'ira pietosa.

Regina degli umili, dei bastardi, degli ultimi, rigetta nella fornace gli ostentatori, i maghi politici, gli ingordi lussuriosi che godono nel fagocitare danaro, ricchezze, rovina nel fango le svelte scimmie, chi si dice poeta e non si accorge che nell'atea protezione ha già trovato la morte.

Amore mio, che dir magnifica è poco, ascolta non me ma il lamento della virtù , manda le tue schiere:

Cesare dal purpureo furore, Augusto magnipotente, Aurelio il saggio, Costantino tua spada crociata, Diocleziano, Giustiniano sommi legislatori, Cicero oratore, Petronio esteta col diplomatico Croce della medesima materia, Orazio figlio del repentino lampo spaziale, l'Aquinate dall'aguzza abilità deduttiva, Pietro pastore adottato dalla Città Eterna, Federico lo svevo siculo campano, Stupor Mundi, Pier delle Vigne il notaro dolce, i due Guido, l'eretico e il cristiano, il sommo Alighiero degli Alighieri e Montale il baritono, Petrarca col suo caro Agostino assieme al fratello, Boccaccio, Dario Fo, Benigni e Cecco oltraggioso, i 99 e i maestosi giocolieri di strada con Rino romano calabrese che li accompagna a ritmo di chitarra, alla risata complice dell'anarchico Faber e del Maestro Battisti, il fine Machiavelli e Lorenzo dei Medici, Sisto, Michelangelo, Leonardo, il geometra magico del cerchio ed il Vasari, Arrigo, Cola di Rienzo, e il pugno chiuso, il presidente partigiano, Aldo filosofo del diritto e del giusto compromesso, Dossetti ecclesiastico della libertà, i due rossi quello della seconda guerra e quello morto mentre arringava i suoi compagni a non arrendersi e che ora alla vista dell'inciucio e alla scomparsa di ogni ideale piangerebbe lacrime amare, Fieramosca, Goldoni commediante e le sue maschere tutte nostrane, Metastasio e l'aristocratico Alfieri col suo volere che sposta nella tundra montagne e grossi massi e pregiudizio, il folle sorrentino che narrò Goffredo di Buglione assieme a Ludovigo con l'Orlando folle perché innamorato come Boiardo ha già cantato, Pico ermetico dalla memoria prodigiosa e il martire Bruno arso sul rogo per libero pensare, Basile larga la soglia, stretta la via, Manzoni il padre della lingua e quello della sublime merda, Mazzini il massone e gli altri carbonari, Pellico, Garibaldi, il Tessitore, i sottufficiali borboni e poi giusti briganti in sella, paladini del mezzogiorno, non dimenticando poi Filangieri e gli altri del '99, e il pontefice che non poteva e non voleva perché non doveva, e quell'altro della cattolica rivoluzione, detto il Buono, cui seguì Paolo, poi Luciani gentile, il polacco che imparò l'italiano insegnando l'amore, il tedesco che tanta ala a Tommaso scolastico spese, i due argentini, l'uno papa come d'Assisi il poverello, l'altro col numero dieci, infine noi, poveri e pochi, non degni ma bisognosi, per sempre alla mercé tua e dei tuoi comandi, o Bella tra le belle.

Non mostrare che umiltà con sguardo fiero, con la tua pietosa vendetta salva chi ancora ama e resta nella sacra terra di giullari e santi, di dotti e nobili di massima famiglia,

spezza il nostro pianto accarezzaci le gote e liberaci dai tiranni populisti a cinque stelle e ipocriti, dal demagogo di finivenst padrone e dai molluschi seguaci di Letta, di Bersani, di Prodi, dell'Europa sotto l'impero tedesco e lontana per cagion dei banchieri al patriottico disegno dei nostri padri che uniti unirono la figlia di Gea, di D'Alema, Occhetto, Veltroni, Bertinotti, e tutti gli altri che si dicono col popolo ma restan soli e stolti.

Altro dirTi non vo, come disse chi assieme al padre della Genealogia di Roma qui nella partenopea terra da lontano fu sepolto, ma sappi che la nostra foga non s'arresta,

noi Italiani, inventori della terza via, come il siracusano fece della leva, cui il professor Pisano in domicilio coatto, trasse il matematico metodo che rese decifrabile la Natura, e che insegnò la diversità del moto celeste dalla volontà della medesima provenienza, entrambe libere e sovrane, come sole abbisogna della luna, e viceversa, un ultimo favore Ti chiediamo:

dai parola ai muti, vista agli accecati, pace perpetua, cancella la xenofobia da questo popolo tanto ospitale, rendi italiano chi lo vuole senza guardare al sesso o alla razza, e neanche all'opinione, ma solo all'alma sua, a che sia degno di entrare cittadino in questa terra, scelta dall'Immenso.

E a quei che si ostinano a deturpare il tuo corpo, le fulgide bellezze di paesaggio e quelle lasciateci dagli avi, dai lumi delle nostre ville, dai sarcofagi tanto osannati dal poeta che morì per debiti in terra anglicana e che nel momento della Tua unità tra le braccia materne della sua cara Croce Santa fiorentina fu riportato, dagli ragione, dagli gioia e istinto, illumina il loro intelletto, a che preservino noi e soprattutto la Tua Persona Risplendente, che ci insegna a non ripagar con la stessa moneta.

Non altro ancor, dico e diciamo, Ti chiediamo per noi, non ricchezze, non onori, non glorie, non allori, ma il viver dignitosamente, nell'universale abbraccio fraterno, e infine, soprattutto, l'esser degni di esser nomati figli Tuoi.


L'epilogo intransigente



Dal sole il respiro, tramonto, silenzio in bilico, taccio come rovente lama nel luccichio sulle trame del destino.

Ascolta con cuore aperto la trasmutazione della rinuncia nell'amore e nella libera passione, rifuggendo come abbagliata ad una appena accennata melodia, lei s'assise e a sguardo tutto dipinto iniziò magicamente recitando.

L'epilogo intransigente


Fede



Innamorarsi come fanciulli del tuo corpo, dei persi capelli biondi alla rinfusa, sciocchi specchietti e sensazioni inutili che tornano sempre ardimentose nel mio cuore di spine terribili, atroci.

Innamorarsi del tuo dolore, che troppe volte è stato pure il mio, noi rinchiusi in questa bolla a disegnare illusioni, speranze vane, distratti da altro, innamorarsi della tua sofferenza inutilmente, senza la forza né il potere di renderti felice, di rendermi felice.

E cito il detto antico, chi vive è una ragazza e il resto è già vissuto, innamorarsi di te in un attimo e senza ragione, in te trovare la giusta conclusione alla mia assurda vita.

Innamorarsi e dopo averti vista capire che questo è il mio ultimo grido, il mio ultimo lamento, lo dono a te immersa nel tuo soffrire a che la tua speranza possa tramutarsi nella tua gioia,

non scriverò mai più, non scriverò più nulla.


Fede df


Silenzio intorno a noi. La verità fa male, il dolore è più importante di tutti i nostri sogni silenziosi, te quiero davvero come tu non hai neanche immaginato, te quiero inutilmente perché le palpebre e le tue lacrime saranno sempre più importanti dell'inutile amore che ho provato quando ti ho vista, mia anima dolce sono innamorato del tuo tormento, sono invaghito del tuo puro, perverso sentimento. Te quiero. E ora non lo so.

Sai chi sono? Sono quel poeta assurdo che piangeva, sono la consolazione degli adolescenti, sono la speranza persa dei sogni di chi vuol cambiare il mondo, sono chi piange, chi vuole renderti felice, chi nella nebbia ti sogna silenzioso e non vuole disturbare le tue cose più importanti del vuoto dei miei silenzi.

Vorrei solo poter esserti vicino, poter stringerti le mani, poter essere perfetto per renderti felice, poter essere sincero per renderti la principessa di un mondo incantato, poter dirti bisbigliando sottovoce ti amo.

Ed ecco il tuo giudizio: il mio amore vale niente.

Tanti ammiratori sconosciuti, sentimenti puri da chi non mi conosce, e tu Fede amore dopo tanto, e pensi ad altro, pensi al meglio, ti resto vicino e spero un giorno sia felice, ma l'unica sei tu.

Sembra che io sia distratto da altro.

Te quiero, ti chiedo scusa se non sono all'altezza di amarti, di consolarti, chiedo scusa se non sono chi tu sogni distratta, chiedo scusa se il mio amore ti fa sorridere, ti fa respirare senza sorte.

Te quiero. E per sempre.

Ti voglio bene. Ti voglio bene.

È vero a volte innamorarsi di un dolore.

È vero sono stupido a pensare che un giorno tu mi possa amare, sei sincera quando dici che sono nulla, che non valgo niente.

Avrei solo voglia di non farti soffrire.

Ti amo Fede.

Mi sono innamorato come un pazzo, e mi credi erano anni che non lo facevo.

Quante illusioni mi colpiranno.

Ti amo. Te lo dico. Amo il tuo dolore.

Senza te non scriverò più nulla.

Ti amo, anche se non mi penserai mai.

Ti amo.

Ti amo davvero, sono solo un folle e il mio universo si rinchiude nel tuo ultimo accordo.

Amore, respira perché non ho niente, le mie parole spero... ma lo so non servono a nulla.


L'incontro


Rendi il tempo intenso sfiorando indotta pensieri inerpicati un po' come residui dall'aria cullati in formidabili sistemi scaraventati, in soffici dilemmi riposti in confusione dalle tue mani che disegnano desideri e da trasparizioni

il senso diviene corporale.

E' l'eterno che vivido mi appare forse perché la tua presenza riempie intensa un vuoto nell'anima mia, fosse reale sarebbe la più intensa furente e ventosa leggiadria.

Vuoi parlarne?

Ed improvvisa sciogli tutti i nodi della questione in piegature disilluse chiarificate dalla parola, vittima del ricordo pone assunti inabissati, giardini e mandorli appena nati, violazioni sincere del tuo simpatico stupore cristallino potresti dire:

partiamo?

E così l'infinito sei tu sulla passione svelo il mio cuore nel tuo silenzio cerco il mio altrove.

Navighiamo nei nostri ampollosi residui d'assoluto al di là dell'orizzonte solcando terre sconosciute che con un sorriso si posano?, l'eremo del conflitto gesticolio sospeso in curvatura ellittica, nella sua velatura vocale sale e scende tra papille sapore dolciastro. Superiamo ogni convenzione come occulti ultimi eroi, ultimi folli, ultime luccicanti rilegature, nelle posizioni traverse lo sguardo mi rinfranca.

Guardando me di lato dicendo l'inverso pensavi e capivi fraintesa gli assiomi nel colore affinché non ti sciupassi e restassi il fuoco acceso in occidente. Non capisci ma lo fai,

ti scagli intorpidita e la pagina ingiallita sfila alla deriva. Un futuro dipinto di te, come parole fatte di sole consonanti.

Intendimi bene: continua a leggere, da oggi in te cerco ispirazione per narrare l'influsso delle nostre sensazioni.


La piegatura dell'Estrella


Sembravo stupefatto mentre ti ascolto e l'ombra smuoveva smussando la mia silente sensazione che in veste candida mi raddolciva.

Ero un po' come in vortice su precipizio, vertigine, l'armatura d'amore il cielo e le nubi dei tuoi occhi dipinse sbuffi soavi e attese, volteggiamenti opachi e rissosi armamentari, fogli sparsi, inchiostro, cera lacca, rimai.

L'assuefazione dalle tue parole mi rendeva distratto talora spiazzato, più spesso incantato astratto e l'intromissione in forma verbale scindeva sillabica a fiato gaudente.

Ed ecco che io arrivavo alla fine senza indugiare.

Epocali azioni, ti porgo la mano, il rumore lontano è lieto.

Tu sei stupenda e l'attenzione di nuovo si smuove. Mi guardi,

magari succedesse qualcosa.

Nel momento in cui il sentimento schiariva piano piano, senza residui, ti mirai e non ricordo che un'immagine, quella tua sfuggita.

Inebrierei i giorni mie di te se fossi qui.


Magari indugi


Continuo a divagare. Magri faccio sul serio, magari scherzo, ma tu sei sempre tu,

conosco l'ignoto che pende dalle tue labbra ondeggianti.

Forse mi pongo in assedio, guarda mi siedo.

L'entusiasmo da scrittoio lampada mai consumata, traccio il tuo profilo e sogno ad occhi aperti.

Magari indugi.

Allora un po' mi eclisso. Assorbo sul mio corpo il tuo volto come talismano infinitamente sperso, labirinto il tuo volto e poi ripenso al fiore, candido ardore delle viole in remissione.

Forse sorrido.

Come sei rimasta, fumo nella stanza trascendentale custode sei come la luna, e forse esagero ancora.

Immagini desideri, inondi ciò che hai intorno ed al tuo incedere nascono fiori, tappeti ornamentali, piante germogliate rampicanti.

Magari esagero di più, ti guardo, ma mi guarderai tu? Mi sto diramando ancora come fossi allo specchio, fantastico il tuo aspetto.

Ti penso ancora

il cuore batte, sei speciale, aumenta il desio ora disarmato.

La tua essenza


Stringendola al petto come un amuleto si scorge il confine assediato ed intenso nel tuo fraseggio.

Quasi maestra d'orchestra dirigi i venti, sposti idee colossali come banchetti mi sussurri in falsetto ciò che ho già detto.

Vivi come dea immortale grazie alla bellezza cortese, carina, vibrazione sei del mio sentimento alterno.

Ed è indipendente può essere estate, novembre, notte o primavera, resti sincera.

Armeggi i tuoi capelli, delizioso il tuo labbro dell'amaro estirpa la radice e lezioso è dell'infinito matrice.

E sei come assorta, mi scordi con niente.

Senza parlare enunci come da un volume mondi paralleli, mi scarti e mi sollevi l'entroterra del meandro ultimo del mio sentiero, ancora più bella assapori ciò che resta del tuo implicito clamore.

Ancori l'essenziale e dalla storia snuclei come inestricabile pellicola il vero e ciò che frulla nel pensiero, precoce avventista della rima trista. Ergo scrivi ancora,

sporcami il dito d'inchiostro.


דניאל


Il tuo nome potrei declinarlo lo penso invece soltanto e rido, tu non lo sai.

Non sei scoperta ma levigata, ricamata e baciata da te stessa.

Assurdo!

Ecco i tuoi occhi, santoddio li adoro.

Dicendo il tuo nome si scioglie in migrazione la rondine verso oriente. Sorgi come il sole, sei un amore.

Se dico il tuo nome coniugo il tutto in uno. E forse ammirando te stessa, intima atmosfera del creato ragione, del mio fiato illusione e mai stanca mia passione.

Credo sia questo lo scopo della tua repentina apparenza.


Entusiasmata dalle note


La tua mano accarezza ogni mia certezza distruggendo assunti canonici e quasi non vista ti destreggi.

Tu sei come sei, mi racconti di te ancora, simpatica ragazzina muovi la lingua e sciorina parole che si avvicinano a una quinta musicale con tratteggi da crinale della realtà, quella che mi appare più certa.

Ecco come sei: invariabile eccezione, il tuo timbro di voce risuona soave come melodia, brivido dalla schiena che mi smuove le palpebre e sfinisce, voglio ascoltarti ancora!

Cara ricordati come fossimo soli senza delusioni né parole altre che non siano amore, dolcezza e tenerezza.

Simpatica, sei tanto simpatica, leggi fingendo nella mente come fossi accerchiata da un manipolo di briganti e paladini fumanti.

Ah! Sì! Piccola bestiola dipinte le dita, lo smalto e come dicevo penso ad altro.

L'impronta del tuo corpo nell'assoluto, l'espresso, il candore dell'intrecciato discorso dal senso al capello.

Dici, c'ero, lo so anch'io e come in giro per il mondo ti posi su un fiore entusiasmata dalle note.


Il ballo dello sguardo


Fu un attimo e una scossa si impose pallida e splendente come astuta creatura innocente nella meditazione che evidenziava attimi, minutini, secondi, risvolti temporali.

Ed il tuo sguardo un po' mi abbandonava un po' si celava.

Ciò a dimostrazione della necessità dell'essere oltre ogni sostanza si manifesta la tua presenza velata d'apparenza e la parola è di nuovo muta.

Immagina un po' una danza o magari un viaggio e contempla te stessa, io facendolo quasi mi innamoro e non è mica poco!

E torna per un istante la sublime spuma marina genealogica di te stessa.

E con l'amore si dimentica ogni cosa che non sia verità.

I sogni sono l'unico limite al di là di sé, resti in bilico.

Epilogo onirico (ovvero il futuro arriverà presto)

Una parola, un gesto, una condizione, una delusione, niente da rimpiangere. È il refrigerio di te stessa cui ambisco, quando canto in silenzio, quando mento quando sono lo stesso di prima, quando sogno in sordina.

Ecco il vero: l'ho deciso era tempo che non guardavo con questi occhi.

E sarò anche precipitoso ma ti penso spesso, i miei pensieri volano sinceri mentre il rimasuglio di me è in escandescenza sbatacchiato energia e magnetica affinità mi invade come spiriti lontani eppure in serie legati, irraggiungibili ma tanto vicini.

Nel momento in cui mi rivedrai nelle sensazioni vedrò come disincagliato il tuo profumo, nel momento che ti incontrerò di nuovo.

Tendimi, te lo ripeto la mano.

Il futuro arriverà presto.


Rose odorose

Piangendo ascoltavo il passo del vento silente.

E tu respiravi affannosa alle falde del letto il guanciale, il tuo seno strepitoso, a volte anche noi parlavamo, disquisendo furenti.

Ti vidi poi una sera, avevi il solito volto da piccina.

Chi di voi ha mai potuto capire l'amore se non l'ha vista mai coi miei occhi?

E il senso declinava pianti a dirotto, purpuree erano le sue guance, caviglie perverse.

A volte anche voi percepite il limite dell'infinito nel corpo violetto di una ragazza appena appena cresciuta.

Potete assopirvi in contemplazione intuendo la bellezza assoluta.

Scandendo le parole a perdifiato, rivivo nel tempo passato, rose odorose.


Soli, io, tu e l'eterno

I cancelli chiusi, sigilli destinati all'oblio eterno,

scardini dalla scala rovinosa, clorofilla smorta, ubriaca, tutta ubriaca,

Escher, la chiocciola, l'illusione, il tozzo di pane, l'allucinazione,

il vino, ottimo il profilo, vai bene per la parte di te stessa persa.

È davvero strano credere alle nostre follie, ma nel silenzio il rumore rimbomba, occulto il segnale e dai tuoi occhi emerge il fragore del colore.

Nel caldo cantuccio del letto tempo perso, nelle tue mani stretto il centro dell'universo, il rapporto si incupisce felice e tu sei ancora distesa su quel letto d' ortiche, stimolo sessuale.

Nelle tue parole emerge il gemito del godimento, non sembra più necessario parlare o fingere.

È così, ti amo e mi ami, eppure non fingiamo né mostriamo reciproca reverenza ipocrita ma sano spirito dialettico, soli, io, tu e l'eterno.


La rivolta è sublime


Suoni vesuviani e scanditi tra pasti lauti e parchi sogni.

Prova a distruggere il tuo ego, si espande intrepido, cari, che volete, un giorno ritornerà babilonia, l'aria sottende pace universale, voglio l'eterno in transustanziazione vivere.

Dalle tenebre e dall'abisso la rivolta è sublime.


Appena appena sbocciato

Se la materia si imporrà scorgerete fritti in burro il vostro limite sostanziale.

Se vi imporrete sarete liberi come gli uccelli,

se vi imporrete luce celestiale propagherà nell'abisso e il Tartaro le sue oscure catene scioglierà. Prometeo libero, sapienza libera, luciferina strisciante et incanto babelico.

Poi il polline umano è fondamentale, se remixato al reverse.

Piangi mia principessa. È do si do, è sol, è principessa.

La restante deduzione sanscrita è libertà, fraternità, uguaglianza, via il timore, è verità fondamento d'eterno.

Se dall'epoca attuale e materiale farete il balzo verso lo spirito che è in voi e si impone comunicando l'anima eterna sempre in voi tramite il corpo delle vostre bellezze e di quelle del fiore appena sbocciato appena appena sbocciato.


Anarkia


La notte poi giungeva lentamente ad occhi spenti con in mano i suoi calzari intorpiditi mentre puri i capelli lunghi e mossi battevano con forza quell'Autunno ormai in catene ed in preda alla follia dei suoi ricordi.

Soffrivo ma forse non capivo, chiudevo gli occhi stringendo dentro me la forza ormai resa impotente e i sogni distrutti nella mente da una rinata disperazione e dalla prepotenza di una guerra che ora non so più fronteggiare.

Silenzioso il cammino,

muto!

che io attraversavo in pochi giorni mentre i Mesi con carrozze rumorose facevano lentamente la spola, consegnati dai messi i giornali quotidiani e rinsaviti dalle catene ardenti delle nostre congetture e al traguardo aumentavano le mie paure.

Forse ero rimasto solo, utopia, utopia la mia speranza e i sogni ancora abbattuti dalla violenza di un mondo che ha paura di se stesso: morale, che rende la virtù vizio, teologia, che aliena l'uomo dal suo vero amore, pregiudizio, che uccide i miei fratelli, stato, che spara i miei compagni perché no ha rispetto di chi dal mondo aspetta il pieno riflettersi di sé reso persona umana.

Non mi arrendo anche se stanco, non arrendetevi,

saremo un giorno umanamente uomini.


Contemplando in differita

Usata spingi il mio vortice atroce.

E sulla crosta siamo già nell' altrove dell'oggi, ieri sapevo rinunciare, ora so solo cantare.

E tuttavia il nostro progetto sfumò nel caos di questi soldatini folli detti cittadini.

E cambia il verso, scompare l'ideologia, i cantautori e gli artisti sono essenzialmente burattini da talent show.

Presumo deduttivamente in sussunzione eterea dal concreto che il sillogismo di questi giovani sia il sesso, il potere, la politica o in alternativa l'arte che per loro è solo fama e dunque lo stesso di cui sopra.

Studiate per favore amici miei, l'arte è il sospiro dell'eterno, rinunciate a tutto, non a lei, eccitatevi a Bankok, innamoratevi a Vienna, rubate a Central Park o a Piccadilly.

Incupiti assunti delittuosi, Bercoglioni ha vinto e si vede, siete tutti suoi figli demenziali, siete voi, bellini bellini, che fate pena.


Forse domani


L'entusiasmo smorto al sincero addio dal finestrino, gli occhi tuoi intensi, non ti sorprende ormai più la verità, riposto il vuoto nello spasmo silenzioso di una passione che lenta si spegne.

Ed è dalle altalene in bilico sul cuore che dalle tue labbra promana l'ultima sentenza atroce.

Forse domani cambierà il colore sempre nero di questi nostri giorni, sarà un giorno nostra davvero la più profonda e disarmante serenità.

E la battaglia prosegue sebbene noi stanchi, sempre in direzione contraria e contro tutti.

Al confine ultimo del mio pensiero tra le lacrime e te sempre più lontana sboccia innocuo dal passato, per quello che dissi, un sorriso.

Magari domani un chiuso, terribile dispiacere non lacererà più la carne viva del mio amore intrepido per te.


Un tempo andavamo al di là di noi stessi

Non ti capisco, non sei più tu, le tue pretese follie inarrese e inenarrabili.

E le veneziane chiuse. Sembra luglio inoltrato,

estate per te.

Ma nell'afa sono sperso, ho tepore sugli occhi, trasudi tu.

E sei falsa ergo tutto è fallace.

Tutto quello che speravo, il cell tramezzo muto.

E sei una di quelle che si entusiasma ma poi tiepida dal vento è portata via.

Non si può così.

L'amore che ti do è tutto ma sei oscura, dalle tue parole indecisione, tentenni stramba, a volte silenziosa, non capisco più cosa vuoi.

Eppure un tempo andavamo al di là, al di là, al di là di noi.


Cinque anni di felicità

Noi, di traverso caduti sull'uscio, marciapiede, non posso scordare biciclette e ribellione, chilometri a piedi e noi, fuggitivi scaltri. La ricordi lei? Ti ricordi noi?

Mentre io canticchiavo strano parlavo e lei vivida introspezione ricreativa, depressa nella sua innocenza, roba da pensare o da penale.

Le nostre simpatiche fughe e via vai del 22 e siamo, eravamo insieme e la trasmissione parabolica spenta, gta.

Ti ricordi gli occhi azzurri, ti ricordi che un amplesso era soddisfazione intellettuale per tutti e tre, intellegibile la questione, l'erba, la play station, piazza del Gesù, biglietto obliterato.

Mi dicevi: ciò che scrivi è troppo perverso, ma che fine abbiamo fatto, tutti lontani, io pazzo scriverò di noi solo per evitare nel mio percorso di dimenticare la nostra adolescenza fugace e stupida.

Cinque anni di felicità.


Sublime abisso


Il Maestoso si nasconde nell'infimo.


Inutilità causale

Le cose importanti e quelle vere emergono comunque dalla casualità della vita. Quasi sempre dalla inutilità causale.


Il turbamento interiore


Il turbamento interiore che sale dal mio cuore è frutto del ricordo esasperato e nella mia vita riletto e consumato.

Cosa vuoi, resto sempre qui a ridipingermi il viso con sospetto e me lo chiedo se ritrovo spazio ancora.

Sorse dal nulla tra di noi e l'alterità delle barricate un tumulto disatteso, gli scatti veloci come gatti impressero un sospiro sul tuo profilo.

Si dovrebbe avere coraggio da bestiole che in te trovano riposo e ristoro, si dovrebbe contenere il tuo affannato respiro e dire che ho lottato, sbagliando ma di poco.

Eccoli, ecco l'arte, i vividi monumenti alterati dal progresso che non piangono più lacrime ma gesso. E silenti estroversi si smarriscono.

Poso tutto e corro tra le tue braccia, peso poco e gradivo il mio corpo si slaccia.

E finisce prima ancora del prologo il tuo sermone orripilante e oscuro.


Floberta

Assieme siamo stati un giorno scarso ed ora, sai, tutto tace intorno a noi ma poi sento il profumo dei polsi tuoi e mi sovviene del nostro cuore arso da un fuoco che so acceso ancora nonostante tutto il resto si è solo offeso, sa che prima o poi potrà ribruciare con un sorriso, gesto tra vivido e romantico cantare.

Floberta, anima divina e sincera, cerca di capirmi ora e in eterno o passerò dannazioni di inferno senza te, fonte di una vita vera e non di un vile e finto atto di lussuria esasperata, frutto solo di istinto trafitto dalla nostra vera Essenza creata da te e scampata ai ricordi ed alla tua presenza.

I capelli senza pietà struggenti, i cirri carini ma solitari, cercando senza motivi emissari, fuggono via in balia degli altri venti.

Gli occhi tuoi sono accesi per sempre da una fiamma che anche fioca non vuole gli indifesi raggi spegnere per 'sì poco ma ardendo ancora gioca divertendosi in silenzio col foco.

Floberta, canta un po' la nostra canzone che ho scritto in tanta lena e ascoltando il mormorio e il cuore in piena dimmi di sì mettendo il riso in mostra e la voce per grazia divina in calda e tanto sana cura senza essere mai sazia di me e delle mie parole sincere e non aver paura di venire alla mia fonte per bere.

Freschezza, solo freschezza troverai, al calore delle mie braccia pronte si alternerà la fresca mia fonte e così, stando sola con me, vedrai che si spazia 'sì tanto, ti basta solo un po' di coraggio e riparerai il pianto che mi ha fatto soffrire davvero e che le rose a Maggio esprimono senza giudizio mero.

Floberta, ti chiedo di illuminarmi perché sei la sola che ha saputo senza pretesti e senza un risaputo affetto banale e scontato amarmi per ciò che sono e non sai come posso sentirmi ora che solo non ho più ciò che mi dai e cioè la forza e la sincerità, voglio vedere in volo il tuo sorriso con la tua verità.


Canzone di Floberta

Ridi dolce amica in tal maniera audace da ricordarmi chiare e insonni notti.

Se tu non vuoi sia riso in segno di pace ma sintomo degli equilibri rotti da quei soldati indotti a guerre pel dominio aspro di terre aride che dio dall'alto vide, proponi all'ingenuo e stolto animo mio vita rigenerata dal sorriso della bellezza tua creata.

Floberta, cara, ascolta la voce di un amante che vive alla ricerca di Bellezza e che ad ogni rosa incolta pone mano tremante nella speranza di trovare l'ebbrezza senza alcuna certezza, armato di speranza, di fede e di pazienza non sa trovar l'Essenza forse solo per poca temperanza, per fervido rancore intuisce il lento passo del furore.

Di tempo ne è passato, le notti fuggite via, ma vivo è il ricordo di tutto: nel cuore sta accampato il tuo mormorio, che sia sincero oppure del torto il frutto, sappi, io via non lo butto ma un incontro studiato, insito su quel lembo della vita che vien chiamato stato, già lo tengo presente come dolcissimo essere vivente.

Ma poi sorge un quesito, dal cuore il disincanto nasce vivido e chiaro, dolce suono del tuo labbro squisito e di quel soave canto che tanto t'è caro quanto l'è buono, del tempestoso tuono nemico da una vita: mi domando se forse il sentimento incorse in quest'anima insita in me per dolce sosta, dall'imperatore dei cieli posta.

Canzone s'è così vola nel cor di chi ha li occhi che brillano sul viso la cui alma ricerca invano quest'amor.


Negli occhi del mare

Splash!

negli occhi profondi del mare un cerchio di foglie e collane eppure l'ardore è quello di sempre.

Splash!

negli occhi giocondi del mare un cumulo di convinzioni, eppure non ci conosciamo.

Splash!

negli occhi adirati del mare una voglia sfinita d'amore e foglie secche autunnali.

Splash!

negli occhi dolci del mare Bellezza che insegue amore in un turbino di Armonia, caotica per declinazione.


Sussurro del mare


Spumeggia il mare sugli scogli e il cuore brucia piano pensando a te, oramai è una follia.

All'orizzonte sulle labbra dei pescatori suona ancora il tuo nome per questo incanto perso.

Partorita dalle onde al suono della luna e al canto dell'amore, sussurro del mare.

Figlia greca e spagnola d'incanto italiano, figlia mediterranea con la pelle salata.

Il dolce sapore delle labbra e le trecce tra i capelli sostenute da un fermaglio a forma di conchiglia.

Mia cara è una poesia che ti inumidisce gli occhi schiusi velini all'orizzonte ultimo del mare.

Poi quando mi vedesti sorridendo da lontano mi accompagnasti in strada tenendomi la mano.


Girano le lancette


Tempo, passeggi scalzo per il nostro mondo riempi di soluzioni ed ostacoli il sentiero del nostro senso più profondo e più vero.

Ricordo del viandante partito in una notte buia per l'Oriente, una scoperta che non contò niente d'altronde tutte le scoperte si muovono nel senso opposto però lui trovò la verità.

Tempo, rovinasti tutto anche quella volta d'altronde anche la verità costa la vita.

Girano le lancette, cadono fogli dal calendario, chissà quanto sarà passato di tempo da quella notte invernale.

Poi cercai di trovare altre soluzioni ma la mia mente tornava a te e cercai di farne una ragione, non so.

Foto, riposte nel cassetto oppur nel fuoco.

Un'ora, l'eternità fatta a persona, da anni passata senza dar conto a nessuno e tu la verità l'avevi trovata, purtroppo.


Capelli


Magici evocatori di nascosti sentimenti e vividi ricordi.

Romantici seduttori, arma tua che mi spiana a buon prezzo e mi strugge con calda vendetta.

Profumati capelli, saporiti compagni delle tue perversioni.


Hermes


Prepara le valige, chiudi il sipario, dobbiamo andare via dallo scenario vivo in bottiglia a Murano e che solo scende in aria piano piano.

Che vuoi da me? Gira di lato!, gira che è tardi e il tempo non dà aria di cambiare, negli occhi del conte io sono vago, io sono strano ma lo giuro che andando via giro di lato ma poi segno chi hai scocciato.

Ti dissi è tardi, che ci fai in piedi, vai a letto che domani qui ti siedi, ma cara invece non ci andasti chiudesti gli occhi lì dinanzi a me.

Tu vuoi avermi ma non mi avrai perché io sono figlio di dei. “Figlio dannato, dannato figlio, non hai rispetto per tuo padre!”.

Padre adorato, il tuo divino Apollo volle scaraventarmi nell'oscuro Tartaro, nel buio mortale ma vedi, papà, la mia astuzia vinse anche là.


Cosa c'era nello scaffale


Colto sul fatto da solo fritto.

Colto sul fatto il nostro amico cadde pensando a ciò che dico e se sul fatto non c'era niente comunque lui avrebbe taciuto.

Era un ragazzo timido commissario, lo giuro.

La polizia chiuse i battenti ma scovò nell'aria altri incidenti ergo riprese i battenti, scavò nell'aia e trovò i suoi denti.

Il commissario più adirato di prima prese i ragazzi per uno spalla, tra un caffè e una sigaretta passò nottate senza vendetta.

La povera Lucy fu poi interrogata, fu poi chiamata in quella stanza tanto, troppo buia.

“Cara cos'è successo? cos'è stato? sono tanto adirato”.

Erano intanto le quattro di notte e il commissario con disincanto scriveva tanto e leggeva poco non c'era nulla nella sua casacca nera tanto la verità la sapeva già dalla scorsa sera.

La povera Lucy, la cara amica era stata chiusa in cantina, torturata il giorno appresso e il commissario giocò il suo asso:

fatta la sera, fatta la notte venne l'alba un'altra volta e il commissario restò a guardare cosa c'era nello scaffale.


Hai strappato con ingegno

Hai strappato con ingegno e calore ciò che ti scrissi con penosa voglia ma assieme ai fogli ha strappato il cuore di chi ti amava oltre la eterna soglia.

Hai sommato poi al tremendo dolore anche la più fitta e vogliosa doglia allietata forse solo da Amore.

Cosa sarà ora di me misero e dei pensieri che felice pensai quando il sapore non era 'sì nero?

Forse solitario e sconsolato assai resterò ad attendere povero l'ultimo affetto, illusione ormai.


Brividi


brividi dietro la schiena, in un vorticoso ingorgo trapassi la sabbia marina e sei gelida acqua mattutina.


Ulisse

Amore, mio caro amore, io muoio. Sono qui nel deserto infernale, mi stendo e mi lascio andare giù dalle onde del mare.


Serva e dominatrice austera


L'aria gelida m'ispira e riflessa ti respira, sembra giorno in piena notte il sospiro dei tuoi occhi tenui anche se ti sfioro, amor mio.

Sei tu, l'universo, sei ciò per cui morrei ma nel tintinnio dello stillicidio è perso l'animo mio.

Al di là dei tuoi sogni ci sono luoghi segreti che calpesti modesta e attenta per paura che la nostra avventura sciolgo la primordiale mentale apertura, mondi sconosciuti, cerco te.

Stanotte vieni qui, dormi con me, facciamo l'amore ad oltranza senza timor del pregiudizio.

Ho bisogno di eccitarmi con gli entusiasmi pacati di un corpo in rivoluzione.

E tu dici, sei mio, solo mio, tutto mio, e continui, sono tua.

Tu mi dici poi che l'ebbrezza del sensuale amplesso è meta del vivere quotidiano o magari già narrato in distrazione.

E tu ed anch'io, siamo i pazzi d'occidente, cambiamo il mondo, stiamo per venire.

Godo della conquista della umana divinità, arzigogolo furente.

Respira più forte, soffocone, sei ancora tutta ardita, tutta piena di te serva e dominatrice austera.


Pioggia riflessa al sole


Pioggia riflessa al sole In estasi io la guardavo, sembrava piovesse fuoco che in scintille scompariva, pioggia riflessa al sole


Fuga


Prendiamoci per mano e chiudendo gli occhi navighiamo traversando correnti di mari lontani,

ed anche se più tardi del previsto al fine giungeremo sulle rive calde del nostro mondo.

Poi, senza remissioni, ascolterò parlare per davvero il tuo candido cuore che, anche se in silenzio, mi saprà dire cose che tu non hai mai detto.

E sarai già brilla, le tue parole fuoco e argento,

sole e vento dalle corde vocali.

E sarai ancora più bella,

il tuo vestito dalle bordature viola, non ti sentirai sola.

Dalla sera alla mattina non avremo più paura ed il nostro spirito più vero darà corpo al pensiero che, brulicando tra le rovine, sarà più libero di quanto credi,

urleremo sino a tardi.

E poi verrà la notte e tu sfinita cadrai sul guanciale

con una forza animale.

Ed io cogliendo l'attimo carezzerò la pelle,

soffici saranno le stelle

che dai tuoi fuochi accesi cadranno più cortesi sul mio braccialetto.

Illumineremo il cielo con un arcobaleno di diamanti

dagli zigomi striscianti

che toglieranno il vero, il buono e il giusto dalla nostra mente,

zigomi di serpente.

E, come dei bohemiens, non ci cureremo del passato né tantomeno del futuro, vivremo coscienti solo di essere noi stessi.

Ma non sarà poi il giorno a svegliarci col suo soffice e sottile filtro di luce, sarà un repentino mutamento della temperatura del nostro corpo.

Saremo ancora mano nella mano e i baci, baci, baci investiranno il corpo

come sopra come sotto.

Però la nostra forza tremante cadrà sconfitta a terra.

Il circolo ondulatorio della testa intorno ad un oggetto fisso, che poi è lo stesso, ci renderà più lenti nei movimenti.

Il flusso di ricordi sarà annebbiato da dimenticanze

a vivide alternanze.

Le nostre ali spezzate saranno rinnegate dagli altri ma risorgeranno dal nulla.

E la fonte blu cobalto stenderà sul tuo smalto uno strano desiderio.


Pallida, mia pallida essenza

Pallida, mia pallida Essenza, risplendi e così illumini le mie notti ansimanti con argenteo candore.

Mistero, sommo mistero che con lo sguardo mi uccide e mi dà vita per poi togliermela di nuovo con indifferente piacere.

Sommerso dalle assurde follie della vita e dai mille pensieri relativi ti ho scritto parole stracolme d'amore.

E lo disse Ungaretti, Montale, sicuramente Nietzsche, tutti parlavano di te già da tempo, tu, la mia dolcissima anarchica ribelle.

Il tuo nome rubato chissà dove, la tua candida presenza, che ora è assenza essente, mi distanziò per sempre dal mio amore.

Tu dolcissimo animaletto arzigogolante che ridi del mio continuo arzigogolare e mi spiazzi con sorrisi senza pietà.

Tu che insaziabile ti nutri delle mie trapassate spoglie spirituali che di anima hanno il nome e di sostanza il sommo grado.

Senza parlare spesso ascolti, senza che io parli spesso mi capisci al volo e me lo dicono quegli occhi vividi e senza riverenza alcuna.

Misteriosa mia cara, che sfogli un libro andando al di là delle parole, carpisci il setacciato già tratteggiato nell'aere come dal nulla e sembra evidente da tanto il significato delle cose più profondo.

Enigmatica e piccola creatura per una volta ascolta per davvero quel che già sai, quel che leggi nei miei occhi e dimenticando ogni intuito razionale lasciati andare in balia del tuo umore.

(D'altronde il tuo nome posso non dirlo, lo sai).