Tacita amata

Tratto da EduEDA
Jump to: navigation, search

Tacita amata splendente tra faville ebenacee dei miei fiati spenti, che bestiola dolce sei a me lontana e sognata, frutto dei ricordi che non furon mai tra la tua pelle soffice e di dolce ammanto immago superba del tuo corpo che luccica tenue e degli occhi che per l’incanto e il sortire del Fato all’alma mia reimpairano fulminee saette;

cade di mano il verace appoggio e vacilla lo spirito innanzi la tua essenza.

Sei così, spettacolo del firmamento allo sguardo deciso che talor ravviva e talor con stessa mano, ferrea moneta, dal ristoro e per esso ambito muore di grazia.

E ti penso, tutta ardita, quando come fluido canto fugge tra carri di mimetiche fughe e sintesi astruse ed è la balza sonora del rimando vocale che più agguerrita mi assale

e ti penso carina,

tutta diletta tra oscuri silenzi e indifferente riguardo di chi pensa quando c’è e dimentica in assenza,

ed il mio volto il tuo invece contempla estasiato in tua apparenza ricorda indomito quando apparente è solo effige lontana ma vividamente impressa.

Tra balze scoscese e madrigali spogli

il tuo manto è stupendo come se fosse di trapunta il firmamento e se fosse di gioia il sonno e ragione ed ogni umana azione anzi la mia,

verde tra viole sperdute di giardini e di canti a sponda di fiume del canto disilluso ed inutile dell’amor che brama bellezza impressa in un istante manifesto ed essente sul tuo corpo lucente.

Piange ancora il mio spirito al desio impossibile di te riflessa,

ed alla sonata fatta di riso e di silenzio,

perso, perso e ti penso.

Sei bella d’incanto nella tua colloquiale quotidianità della voce mancante il respiro,

alati furori di ogni canzon riflesso e dell’orionica cassiopea danzante al trottare del sole aprico nella notte che scolora su mesta tua arsura.

Ed io solingo e muto, ti penso, ti penso.

Quando la notte ancor più calda non schiarisce il tedio nemmanco ad una frescura ricercata, quale viandante sperso nel deserto alla tua vista, oasi dilettosa e ambita, e più si disseta e più traccia leggi fulminee e labili, flebili, sfuggenti tra le dita tenui dirette alla bocca che mai si disseta mancando i tuoi baci al giovial ristoro ed è Acheronte il corso e non lezioso Eufrate né altro corso magico edenico;

ed anche come il naufrago in naufragio atroce di mar gran oceano non atlantico e dal nome infame ed ossimorico come tempestoso al grido di marosi ed acque mai chete s’avvolge, avviluppa, e in groppa alla corrente sommerso è da tal mole di salmastra acqua che lacustre le pare più che grandiosa ma che grandiosamente lo sovrasta e s’immerge ed è continuamente alla deriva andando e sempre più ne è immerso più risale e più tortura immane riceve che al portator umano del lume divino, tal son anch’io al tuo pensiero tutto di te immerso e tutto di te senza porto sicuro alcuno,

e tu tanto possente che mi avvolgi a tua volta e mi avviluppi e mi sommergi ma è ricordo e rimembranza e a ciò perciò più doloroso che l’averti quotidiana accanto,

o come il pensier l’insonne notte invade me dunque!

E ti penso, ti penso.

Ti penso anche alla luce dell’aurora con castelli rabbiosi e rabbiose prove,

anche al mattino, mattutino, laudi e vespri ed ogni sonno vetusto sei tu ed ogni amata antica da te occultata,

capretta boschiva, docile furente mia perduta anche al desio.

E disio mai spento sempre tormenta.

E ti penso, ti penso.

A me non concederà forse né Fato né a suo comand le Parche il cuore tuo se pur il mio è tutto già tuo,

e la soavità del mio pensiero per quanto tendente ad un nulla che in sé dilegua ogni speme ed ogni misericordia e tenue ma terribile nell’abisso mi trasporta nel tartaro mi alloca io il tuo volto sogno e ti penso, io il tuo volto pongo al centro d’universo, come empedocleo romore tutto scuote il mio dorso ed il brivido è tempesta e mesta sei tu,

essenza stupenda e irraggiungibile ed impossibile.

E tutto turbato resto, dolce, dolcezza ti penso,

volgesse magari il mio misero esistere a te, arcana astrale arcadica.

Sarà concessa, per virtù di cavaliere eroico di lotta persa e combattuta a corpo e a sangue tra marette contro il fuggir delle moderne e terribili social saette, o per la mia musica stolta e stonata o per la lira, l’arpa, la solitudo, la voce mia rotta (la tua che tanto è bella e tanto resta impressa nella mente come suono che risona e tutto l’universo sprona e dirige, anima potentissima che il cor trafigge) o per silenzi -sua altissima regale apparenza?

Pensami io ti penso, ti penso.

Un giorno, se concessomi rivederti anche solo per saperti sempre mai più caduca nel mio mondo corporal realtà reale che caduco si allarma e scorre in riservato ruscello ove ti sogno, in chiara fonte dissetarmi e in porto sicuro rifugiarmi e in rottura d’equilibrio universale ricompormi,

solo la tua vista somma mia dolce somma mia dolce,

ti penso, ti penso.

In disparte ti penso e sai che non ti scordo e se non sai tel dico perché l’ultimo mio lamento sia di gioia, e seppur tutto scosso, assetato, sperso, possan le tue braccia stringere al cuore l’ultimo inutile e silente fante sperso di questo folle amore.