Digital Preservation: Recording the Recoding. The Documentary Strategy

Tratto da EduEDA
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Autore: Depocas Alain

Digital Preservation: Recording the Recoding. The Documentary Strategy www.aec.at/festival2001/texte/depocas_e.html


La conservazione dell’arte digitale: problemi e strategie.



Le ipotesi agli esordi sono che i progressivi sforzi di preservare i lavori artistici dei new-media saranno insufficienti senza il supporto di una documentazione strutturata. La documentazione di entrambi, i lavori stessi ed il contesto nel quale essi evolvono, devono essere visti come fattori fondamentali di conservazione. In effetti, se si tiene conto, ad esempio, dell’immensa volatilità, di certi progetti on-line, è più che probabile che in molti casi questa documentazione sarà presto la sola traccia rimanente del lavoro. Ciò che dà valore reale ad una collezione di arte digitale è la documentazione, il meta-data, la contestualizzazione, ed il garantire lunghi termini di accesso alla documentazione.


Paradossalmente, è principalmente attraverso la documentazione che noi ora possiamo capire ciò che l’effetto panorama ebbe sul pubblico del XIX Sec., e quello che furono i problemi della rappresentazione. L’abilità di comprendere quale fu il panorama nei termini del contesto della rappresentazione a me sembra ugualmente importante oggi almeno quanto i pochi panorami ancora in esistenza. (2)

Naturalmente, il panorama è solo un esempio. Ci sono molti altri casi di totale, o quasi totale, sparizione del media (3). Alcune volte, può essere uno specifico uso della tecnologia che scompare. Qui sto pensando ai lavori ed alle altre attività culturali della French Minitel ad esempio, quelli di Fred Forest ed Orlan, altro esempio. Solo la traccia documentaria di questi utilizzi rimane.

Tradizionalmente, la documentazione richiede tre tipi di attività:



Considerando l’importanza crescente di un supporto documentario per le arti che usano le nuove tecnologie, è imperativo che venga fatto un maggiore sforzo occupandosi della ricerca. Una rigida pratica documentaria è tanto più importante finchè le fonti d’informazione sull’arte dei new-media sono relativamente diffuse e non strutturate e tanto volatili quanto i lavori di per se stessi.



Ora, qui ci sono alcune istanze che riguardano la documentazione dell’arte dei new-media. Prim a di tutto, dobbiamo accettare, e perciò tenere conto del fatto che molti lavori elettronici e dei new media sono temporanei. Archiviando e documentando l’effimero può sembrare un paradosso, ma si presenta questa necessità quando la tecnologia che sta dietro a questo lavoro effimero rende questa pratica possibile.


- Creare una documentazione aperta, collaborativa, vivente e aggiornabile nell’immagine stessa dei new media. - Proporre sentieri e traiettorie da seguire nella struttura del database gestendo questa documentazione. - Ripensando la presentazione e la disseminazione della documentazione sull’arte digitale, creando un laboratorio per testare le nuove interfacce per pubblicare i dati di ricerca.




Soprattutto un archivio esiste attraverso la sua catalogazione. Questo lo è ancora di più col web. Un documento o un lavoro sul web non esiste realmente se non collega punti ad esso. Esso è l’equivalente di un disegno imbullettato ad un palo telefonico. Il disegno esiste a condizione che qualcuno: - lo passi - dia notizia di esso - lo riconosca come un lavoro Ciò solleva le seguenti questioni: esiste un lavoro sul web senza l’indice che punta ad esso? Noi conserviamo i siti web o gli indici? Essere ancorato ad esso è comunque una condizione per la sua stessa esistenza. Per rendere esso accessibile ed accedere ad esso, deve essere conservato. Vale la pena ricordare che accedere ad un sito web significa già archiviarlo! Lo archiviamo senza conoscerlo finchè il contenuto dei siti che abbiamo visitato sarà trovato sull’ hard-drive del nostro computer, nella cache. Perciò, l’accesso al sito assicura la sua perpetuazione. Questo è proprio l’opposto nel mondo analogico, dove la conservazione significa meno accesso al documento originale. Nel mondo digitale, l’informazione è conservata solo attraverso l’interazione. La conservazione e l’impegno per un accesso a lungo termine sono ora inseparabili. Non c’è preservazione senza disseminazione, e la disseminazione è la condizione per la conservazione. Inoltre, su alcuni siti, il contenuto a cui accediamo esiste soltanto nel momento dell’accesso. Perciò, in un certo senso, è l’accesso di per se stesso che permette al contenuto di esistere.


La questione della natura specifica e la definizione dell’arte dei new media è essenziale per una comprensione dei problemi coinvolti nella sua archiviazione e documentazione. Dipende da come definiamo la loro natura e i metodi, gli strumenti e le conseguenze della loro archiviazione cambiano considerevolmente. Costruire una tipologia dell’arte dei new media potrebbe aiutarci a determinare le condizioni della loro conservazione e a tenere conto della natura dei lavori stessi nelle attività di conservazione e documentazione.

Molti tipi di new media non possono essere transposti come copie, almeno non nel loro complesso, solo come esempi (l’attualizzazione di uno dei molti stati possibili). Questo, ad esempio, è vero per molti lavori artistici sul web, principalmente quelli che usano l’interattività.

Se l’arte dei new media può essere effimera, in continuo sviluppo, ciò è se essa è un oggetto transitorio o transitante, perciò per conservarlo e documentarlo dobbiamo addattarlo, ed accettare la sua condizione di essere un oggetto transitante. Negare ciò significa non accettare la sua fondamentale e specifica natura. Comprendere ed afferrare tutte le conseguenze di questo aperto, transitorio aspetto richiede un profondo cambiamento di paradigma. Diversamente da altre forme di eventi basati sull’espressione artistica come la danza o la musica, la web-art e molti altri tipi di arte dei new media non sono forme d’arte che non lasciano traccia. Esse si trovano in una posizione ibrida, tra gli oggetti artistici fisici, e gli eventi artistici, dei quali l’unica traccia è la loro documentazione, prodotta con mezzi esterni ad essi stessi.



I campi della scienza libraria e di archiviazione hanno già identificato alcuni dei principali problemi relativi alla conservazione dei documenti e degli archivi digitali. Varrebbe la pena prendere ispirazione dalla loro ricerca, poichè la conservazione dei documenti digitali e quella dell’arte digitale hanno molte caratteristiche comuni.


Fra le altre strategie di archiviazione digitale, il concetto di emulazione (9) e la busta contestuale sta diventando sempre più proposto dagli specialisti della conservazione digitale.

Ciò significa collocare i documenti, lasciandoli nella loro forma originale, in una busta virtuale contentente tutte le istruzioni necessarie per il loro recupero, esposizione e trattamento. La busta conterrebbe le istruzioni che occorrono per collegare il documento alla collezione di emulatori che agirebbero da ponte tra il documento, che può rimanere stabile, ed il costante evolvere del contesto tecnologico. Così, invece di provare indefinitamente a modificare una moltitudine di documenti, gestori di archivi digitali o collezioni, aggiornerebbero semplicemente i loro emulatori.


Vale anche la pena valutare i vantaggi offerti da un network di organizzazioni che collezionano e conservano lavori artistici dei new media in accordo con una serie di criteri comuni di conservazione. Questo network potrebbe anche condividere lo sforzo di conservare risorse documentarie considerate importanti nel definire la produzione, la disseminazione ed il contesto ricettivo di questi lavori, e ciò in accordo con norme standardizzate.

La Fondazione Daniel Langlois quest’anno ha lanciato anche un nuovo programma di sovvenzione per ricercatori in residenza che supporteranno, fra le altre cose, la ricerca sulla questione concettuale, scientifica ed artistica implicita nella conservazione dei lavori artistici digitali o lavori con componenti digitali. La Fondazione Daniel Langlois diventerà anche presto un concreto caso di studio sperimentale che implica l’applicazione di emulazione per la conservazione di un lavoro d’arte con componenti digitali.


Analizzando le questioni che circondano la conservazione della documentazione digitale in generale, e più specificatamente la documentazione web, ci obbliga a riesaminare un’illusione – un’illusione che fu con maggiore probabilità la base, o almeno la forza trainante dietro il desiderio di conservare ogni cosa, di archiviare ogni cosa, un’illusione dietro cui credemmo di avere il controllo reale sulla documentazione e l’informazione che conteneva. Messi di fronte all’enormità che il web e la nuova informazione offrono in due aree in particolare – quella della quantità, e quella dell’abilità di conservare ogni cosa – l’archiviatore ora può contare solo sulla nozione di itinerario, di traiettoria. L’archivista non sarà a lungo qualcuno che accumula e conserva, ma qualcuno che aiuterà a forgiare collegamenti (links). di conseguenza, in risposta a questa entità elusiva, il web, e ancora più specificatamente l’attività condotta su di esso o con esso dagli artisti, teoristi e ricercatori, la migliore attitudine da adottare non è di tentare, invano, di serbare ogni cosa, ma piuttosto cercare di trattenere quello che ci frutterà la comprensione.

NOTE


04) Per maggiori informazioni circa il CR+D ed accedere al loro database, consultare il seguente sito web: www.fondation-langlois.org/e/CRD/index.html

06) Sarah Schultz, "Simon Biggs Questions Our Questions [ 07) Margaret Hedstrom, "Digital preservation: a time bomb for Digital Libraries", www.uky.edu/~kiernan/DL/hedstrom.html 08) Idem 09) Per maggiori informazioni circa l’emulazione come strategia di conservazione digitale, vedi Jeff Rothenberg, "Avoiding Technological Quicksand: Finding a Viable Technical Foundation for Digital Preservation", 1998, www.clir.org/pubs/reports/rothenberg/contents.html 10) http://rhizome.org/artbase/ 11) http://www.three.org/z/varia_root/variable_media_initiative.html